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GLI INETTI D’EUROPA, LA NATO E ISRAELE

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Gli inetti d’Europa sono i membri di una classe dirigente, politica, burocratica e mediatica europea, capaci solo di starnazzare e di applicare schemini perdenti in base ad una coazione a ripetere pavloviana.

Il panorama demoralizzante che offrono questi inetti ne impone, al più presto, la rimozione, se vogliamo salvare il salvabile (ammesso sia salvabile).

Nei giorni scorsi Donald Trump ha detto, con i suoi soliti metodi brutali, che vanno però al cuore del problema, che i Paesi europei devono attrezzarsi a difendersi con i propri mezzi e non con le tasche dei contribuenti Usa. Per essere, gli europei, salvabili, devono essere solvibili, ossia devono spostare le loro risorse (il 2% del Pil) sulla difesa.

Apriti cielo. Gli inetti del cortile europeo hanno iniziato a starnazzare, dicendo che Trump li vuole consegnare a Putin ed eludendo il vero problema che pone l’America, non The Donald, ma quella che sta guardando ai fatti propri. Il vero problema si chiama riarmo europeo, con spostamento di risorse verso l’industria degli armamenti, la qual cosa mette in definitiva crisi la politica ideologica del Green Deal.

La Germania, dopo aver delocalizzato know how e industrie in Cina e aver usufruito del gas russo a basso prezzo e dopo aver imposto il rigore agli altri mentre truccava i bilanci, ora si trova, grazie alla guerra per procura tra Usa e Russia in Ucraina, in brache di tela, per non dire in mutante. Sholz prende la palla al balzo e dice che bisogna passare dalla manifattura all’industria bellica, ovviamente mettendo in prima linea quella tedesca.

Industria bellica, però, significa materie prime, tecnologia, acciaio, know how da condividere, ossia significa avere una visione strategica che oggi come oggi gli inetti d’Europa non hanno. Per capirlo basta vedere come sono combinati gli affari delle società che si occupano di produzioni belliche: nessun coordinamento europeo, nessuna strategia, niente di niente.

La National Broadcasting Company, o semplicemente NBC, azienda radiotelevisiva statunitense, la cui sede principale è New York, il 12 febbraio, titolava così un articolo di Alexander Smith: “La frecciatina di Trump alla Nato non sarà una sorpresa per l’Europa, ma potrebbe significare una resa dei conti”. Sottotitolo: “Per decenni i membri dell’Alleanza hanno fatto affidamento sugli Stati Uniti per essere protetti dalla minaccia della Russia. L’ex presidente sta facendo loro prendere in considerazione l’idea di agire da soli”.

Il giornalista di NBC scrive: “I massimi funzionari europei affermano di essere allarmati dal fatto che Donald Trump affermi che non necessariamente proteggerà gli alleati della Nato, ma le parole dell’ex presidente non saranno state una sorpresa. In effetti, molti strenui critici di Trump concordano con il suo punto centrale, ovvero che i membri dell’alleanza militare istituita all’indomani della Seconda Guerra Mondiale per difendersi dall’allora Unione Sovietica devono aumentare le loro spese per la difesa. Secondo alcuni esperti, l’Europa deve prendere una decisione: sperare che la protezione americana duri, oppure rafforzare le proprie forze militari ormai indebolite che, da sole, sarebbero probabilmente mal equipaggiate per respingere un attacco russo”.

Alexander Smith cita Fabrice Pothier, ex capo della pianificazione politica di due segretari generali della Nato, compreso quello in carica. Jens Stoltenberg, il quale afferma: “Gli europei devono continuare a rendersi conto della realtà strategica che l’Europa potrebbe dover difendersi senza il suo principale garante, che sono gli Stati Uniti” e ha aggiunto che l’Europa “non può sostituire completamente il deterrente statunitense, perché questa è la prima potenza militare globale”, ma “dobbiamo avere abbastanza deterrenza per non farci trovare con i pantaloni abbassati”.

Donald Trump, senza peli sulla lingua e senza la classica gesuitica logica dissimulatoria tipica degli inetti europei, è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale europea, mettendo a nudo la questione delle questioni: siamo capaci di fare da soli (vedi le pretese dell’asse franco tedesco ormai sfasciato o del IV Reich della signora Merkel) o volete che Zio Sam vi protegga?

Se volete che Zio Sam vi protegga non potete pensare di farci concorrenza sleale, utilizzando il gas russo, il mercato cinese, la manodopera cinese a basso costo e via elencando e evitando di fare i conti con i costi della difesa.

E’ pur vero che la Nato, come disse il suo primo segretario generale, lord Hastings Lionel Ismay , doveva servire a tenere lontana la Russia, sottomessa la Germania e gli Usa in Europa, ma tutto questo non può essere a totale carico degli Stati Uniti.

La questione della Nato, inoltre, si pone anche in termini di leadership.

Da quando è stata fondata, la maggior parte dei suoi segretari è stata di Paesi dell’Europa del nord, come si può vedere anche nella tabella allegata.

Tabella 1

Una posizione interessante riguarda l’Italia, che ha avuto la vicesegreteria parecchie volte.

Tabella 2

E’ del tutto evidente che la conduzione della Nato e la sua consistenza militare si pongono come nodi da affrontare per chi vorrebbe un esercito europeo e si pongono, comunque, anche in termini di leadership, perché non è possibile che a guidare l’Alleanza siano Paesi che contano pochissimo in termini di Pil e che, soprattutto oggi, sono distanti dai veri interessi strategici europei, più rivolti ai colli di bottiglia commerciali (vedi Mediterraneo) e alle risorse dell’Africa, dove si gioca una partita geopolitica decisiva per il futuro dell’Occidente.

E qui arriviamo alla dimostrazione dell’inettitudine della classe dirigente, politica, burocratica e mediatica europea.

Ormai incapaci di uscire dal circolo vizioso delle loro abitudini, acquisite nel servaggio ad una logica globalista ormai al tramonto, che presupponeva la capacità di controllare il mondo da parte del capitalismo finanziario, i soggetti della classe dirigente, politica, burocratica e mediatica europea rispondono alle questioni internazionali sul tappeto con una coazione a ripetere risibile, in quanto già chiaramente dimostratasi inefficace.

La logica della classe dirigente, politica, burocratica e mediatica europea è quella del moralismo chiacchierone che si sostanzia nelle condanne e nelle sanzioni, ossia in misure che sono funzionali solo alla propaganda e che non hanno alcun valore reale.

Lo ha dimostrato la guerra in atto tra Ucraina (Usa) e Russia, dove le sanzioni alla Russia non sono servite ad altro che a far del male a chi le ha emesse.

Ora, con la stessa logica moralistico-propagandista, alcuni Stati europei, Italia compresa, hanno bloccato l’invio di armamenti (anche pezzi di ricambio) a Israele.

Considerato che le sanzioni sono ampiamente aggirabili dalla triangolazione, l’immediata conseguenza è che a rifornire Israele sarà solo l’America, mettendo fuori gioco gli europei.

Il problema, tuttavia, è di ben altra levatura.

L’Unione Europea e molte cancellerie dei Paesi di questa Vecchia Europa ormai inetta, erbivora e incapace di pensare, continuano a suonare il jingle dei due popoli e due Stati , quando ormai la questione si pone in altri termini.

Se l’Unione Europea non fosse guidata da una classe politica e burocratica di inetti si porrebbe il problema, non delle sanzioni, delle chiacchiere, del moralismo inutile, ma di lavorare per una soluzione del destino di Gaza dopo la fine della guerra.

E’ ormai evidente che il destino di Gaza e dei palestinesi ha tre punti essenziali sui quali ragionare: il riconoscimento da parte degli sati arabi sunniti (tutti) di Israele, la scelta da parte dell’Occidente dell’alleanza con i sunniti (storica e da confermare) con il necessario abbandono di ogni velleità di rapporto con l’Iran e, ultimo, ma primo per importanza, il rapporto con l’Egitto.

Partiamo da qui.

Chi governerà la Striscia di Gaza alla fine della guerra? Difficile pensare ad un’occupazione permanente di Israele, altrettanto difficile pensare a rimettere in campo Abu Mazen, così come sembra poco credibile, soprattutto dopo che si è scoperto un centro di intelligence di Hamas sotto l’edificio dell’Umrwa che l’Onu possa vere qualche parte seria.

L’Onu ha perso la faccia. Punto.

L’Egitto, in questa partita, ha un ruolo decisivo. Nel 1949 Gaza venne amministrata dall’Egitto. Un ruolo dell’Egitto non sarebbe, pertanto, una novità.

Hilal Khashan (Univerità di Beirut) su Limes (11/2023) scrive, a proposito di un possibile spostamento dei palestinesi di Gaza in territorio egiziano: “Secondo quanto trapela da Gerusalemme, nel febbraio 2016 si sarebbe svolto addirittura un vertice segreto nella città giordana di ‘Aqaba. Tra i parrtecipanti vi erano dei rappresentanti di Israele, Egitto, Giordania e il segretario di Stato americano John Kerry. Fonti israeliane hanno affermato che in quell’occasione il presidente egiziano ‘Abd al-Fattah al-Sisi si è nuovamente offerto di collocare i palestinesi nel Sinai, stavolta tra Rafah e al-‘Aris. Netanyahu ha negato che l’Egitto abbia mai fatto tale proposta, ma ha ammesso che l’incontro c’è stato. Gli egiziani si sono rifiutati di commentare”.

Perché Hilal Khashan ha usato l’avverbio nuovamente? Perché l’idea di spostare i palestinesi nel Sinai è già stata presa in esame da Mubarak, da Mursi, e più anticamente da Faruq e da Nasser.

In cambio l’Egitto, che attualmente smentisce ogni possibile spostamento, potrebbe avere l’azzeramento dei debiti esteri e un rapporto privilegiato con Usa e Unione Europea o, in assenza di Bruxelles, ormai in confusione, degli Stati più attenti dell’Europa (tra questi l’Italia, in prima linea).

L’Egitto è strategico per l’Europa per molti motivi: risorse energetiche, Canale di Suez, Mar Rosso. Non a caso i proxy dell’Iran lo stanno attaccando bloccando le navi che transitano nel Mar Rosso, per strangolarne l’economia.

Stabilire un asse strategico con ‘Abd al-Fattah al-Sisi è, pertanto, una delle chiavi fondamentali per aprire una porta alla stabilizzazione dell’area.

La seconda questione da risolvere è quella dell’Iran e dei suoi cespugli. L’Occidente, ispirato dalla politica dei Clinton, di Obama e ora di Biden, ha giocato in modo obliquo nei rapporti con l’Iran e con i Fratelli Mussulmani (vedi primavere arabe).

Una svolta stabilizzante del Medio Oriente deve partire da una chiara eliminazione di ogni ambiguità nei confronti dell’Iran e dei Fratelli Musulmani, cosa che è stata nella politica di Trump, con la costruzione degli Accordi di Abramo e che non è nella politica, confusa e perdente, di Joe Biden.

Infine, stabilito che l’asse strategico tra Occidente e Paesi arabi passa per il fonte sunnita, va chiesto all’Arabia saudita e agli altri Paesi arabi sunniti di rendersi garanti dell’esistenza di Israele, chiudendo una fase storica destabilizzante con il suo pieno riconoscimento.

Gli inetti d’Europa starnazzano, esprimono politiche moralisteggianti e propagandiste, vivono di riflessi condizionati da vassalli impotenti.

E’ ora di tentare di dare spazio a una nuova leaderhip in Europa, ma la stessa questione si pone per la Nato. Se l’asse strategico si sposta a sud e riguarda Africa, Mediterraneo, Medio Oriente, la guida dell’Alleanza non può essere più consegnata a chi guarda con altre lenti la realtà e, come Soltemberg, ha l’ottica fissata sulla Russia. I problemi sono ben altri.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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