
di Giorgio Cattaneo
Se San Bernardo tiene il diavolo al guinzaglio, il possente Ganesh – il dio-elefante, Signore degli Ostacoli (colui che li rimove) – è ovunque ritratto in compagnia dell’inseparabile topo: il minuscolo roditore rappresenterebbe l’istinto animalesco e materiale dell’ego, da guardare a vista per non lasciarsene dominare. Magia delle scenografie, forme e luci. Maria Chiara Castelli, l’artista che ha disegnato il caleidoscopio cangiante dell’ultimo rito televisivo sanremese, amato e detestato, dichiara la sua ispirazione floreale: un altare avvolgente, il suo, multidimensionale come le volute tondeggianti dell’orchidea, emblema femminile. Voluminose anse speculari, come le grandi orecchie dell’elefante. Di sola madre è figlio Ganesh, nato da Pārvati senza il contributo del marito, Shiva. Lampi, visioni, attimi: un orecchiuto pachiderma indiano nel preteso tempio italico della musica?
Secondo i manuali, Ganesh incarna l’equilibrio perfetto tra energia maschile (Shiva) e femminile (Shakti): forza e dolcezza, potenza e bellezza. Un mastodontico miracolo vivente, governato dall’intelligenza: la facoltà di distinguere la realtà dall’illusione. All’Elefante del Buon Auspicio, saggio nume amichevole e gran demolitore delle umane difficoltà, è attribuito il Brahman, il potere dei cantori che trasmettono il sapere cosmico. Nel placido animalone vibrerebbe persino l’Ātman: l’essenza, il soffio vitale, “l’anima universale” del mondo. Indizi remotissimi, dalle rive del Gange: l’avatar Ganesh simboleggia chi scopre in se stesso la presenza della divinità. Una conquista gigantesca, a cui si perviene proprio cavalcando l’irrisorio topo: imparando cioè a usare l’intelletto per sottrarsi alla tirannide del Tempo. La missione: domare i desideri che trasformano l’individuo in uno schiavo.





