Home Politica estera L’ONU HA PERSO LA FACCIA E BIDEN LA MEMORIA

L’ONU HA PERSO LA FACCIA E BIDEN LA MEMORIA

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Il socialista Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, farebbe bene a dimettersi, perché l’Onu non solo ha perso la faccia, ma sta perdendo, assieme ai Socialisti & Democratici che con il Ppe governano l’Unione Europea, anche la credibilità.

In pochi giorni due fatti eclatanti dimostrano che l’Onu è un carrozzone burocratico che da un lato copre l’attività di terroristi e dall’altro tenta di eliminare la sovranità degli Stati in una materia fondamentale come è quella della salute dei cittadini, prono, in questo, alla strategia del capitalismo finanziario internazionale, delle multinazionali del farmaco e di Bill Gates, che in gran parte controlla l’Oms.

L’Idf, l’esercito israeliano, ha trovato una centrale di intelligence di Hamas nei sotterranei dell’Unrwa, l’agenzia delle nazioni unite per i rifugiati palestinesi, nel quartiere Rimal di Gaza City.

Secondo il Times of Israel, l’Unrwa fornisce copertura ad Hamas, sa esattamente cosa succede nei suoi sotterranei e usa il budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas.

Scrive ancora il Times of Israel che sotto il quartier generale della Striscia di Gaza della controversa agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, comunemente conosciuta come Unrwa, il gruppo terroristico Hamas ha nascosto una delle sue risorse più significative: un data center sotterraneo.

Il data center, riferisce The Times of Israel “completo di sala elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas che gestiscono i server dei computer, è stato costruito esattamente nel punto in cui Israele inizialmente non avrebbe preso in considerazione l’idea di guardare, per non parlare di prendere di mira con un attacco aereo. La rivelazione della server farm arriva in mezzo ad altre accuse di collusione dell’Unrwa con il gruppo terroristico al potere a Gaza e di coinvolgimento dell’organismo delle Nazioni Unite”.

Il quartier generale dell’Unrwa a Gaza – riferisce sempre The Times of Israel – si trova nel quartiere Rimal di Gaza City, un’area in cui l’IDF aveva precedentemente operato, smantellato il battaglione locale di Hamas e da cui aveva ritirato le sue truppe. Al momento dell’offensiva di terra iniziale a Gaza City i militari non avevano trovato né sapevano molto del data center di Hamas. Ma nuove informazioni, emerse principalmente dagli interrogatori dello Shin Bet ai terroristi catturati, hanno aiutato a individuare dove scavare.

Il comandante della 401a Brigata Corazzata, Col. Benny Aharon, durante un’ispezione ad uso dei giornalisti del tunnel e del complesso delle Nazioni Unite ha affermato: “L’IDF era qui prima, la prima volta era per distruggere il nemico, ma quando siamo stati qui l’ultima volta abbiamo raccolto molti documenti e reperti dell’intelligence, molti prigionieri, e grazie a questo siamo arrivati ​​qui. Ora abbiamo effettuato un’operazione mirata per portare via questa capacità. Avevamo una base di informazioni, ma non abbastanza per poter scavare 20 metri e trovarle, ci voleva qualcosa in più. Ci sono informazioni che otteniamo dai prigionieri che catturiamo, dai computer che troviamo, da documenti, mappe”.

La notizia è di una gravità assoluta, in quanto sta a significare che un’agenzia dell’Onu ha fatto da copertura ad un importante centro di intelligence di Hamas, consentendo che tale centro fosse introvabile in quanto seppellito nei sotterranei di edifici delle Nazioni Unite.

L’Onu, con quanto è stato trovato, ha perso definitivamente la faccia e il suo segretario generale farebbe bene a dimettersi, in quanto non è pensabile che un’organizzazione come l’Unrwa possa agire in totale libertà e all’insaputa dell’Onu, di cui è emanazione.

Le dimissioni di Guterres sarebbero opportune anche dopo che l’Organizzazione mondiale della sanità, istituto dell’Onu per la salute, ha tentato e continua a tentare, in accordo con la Commissione dell’Unione Europea, di togliere sovranità agli Stati.

A Panama, venerdì scorso, al Cop 10 (assemblea Oms sul tabacco), un asse tra Cina, trenta Stati africani, l’Italia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, ha mandato a gambe all’aria il piano di Tedros Adhanom Ghebreyesus di imporre in automatico regole sanitarie agli Stati.

Per nostra fortuna qualcuno comincia a capire che l’Onu e i suoi istituti sono la longa manus degli interessi delle multinazionali e che, impotenti relativamente alle situazioni di crisi, servono ormai come copertura per un disegno globalista che si sta sgretolando.

Se L’Onu ha perso la faccia, Joe Biden, alle prese con i suoi problemi interni di campagna elettorale, ammesso che riesca a farla, ha perso la memoria in tutti i sensi.

Il Washington Post citando alcune fonti, ha riportato che Joe Biden e i suoi consiglieri erano più vicini che mai, da quando è iniziata la guerra a Gaza, “a una rottura con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, non considerato più un partner produttivo che può essere influenzato anche in privato”.

Secondo le stesse fonti la “frustrazione nei confronti di Netanyahu ha spinto alcuni dei consiglieri di Biden a fare pressione sul presidente affinché sia più critico in pubblico riguardo al premier israeliano per la sua operazione militare a Gaza”. 

Ieri, però, come riferisce Haaretz, il presidente Usa ha parlato al telefono con il premier Benyamin Netanyahu.

Joe Biden, afferma la Casa Bianca, ha esortato il premier israeliano a “garantire la sicurezza” della popolazione a Rafah prima di un’operazione militare.

Biden ha “riaffermato che l’operazione militare a Rafah non dovrebbe procedere senza un piano credibile per assicurare la sicurezza e il sostegno al milione di persone rifugiate”, fa sapere la Casa Bianca, sottolineando che i due leader hanno “riaffermato il comune obiettivo di vedere Hamas sconfitta e di assicurare la sicurezza di lungo termine di Israele e della sua popolazione”.

Da Israele, comunque, il commento alle osservazioni degli Usa è stato ed è non certamente in tono diplomatico.

La risposta americana ad un attacco come il massacro di Hamas del 7 ottobre sarebbe stata “forte almeno quanto quella di Israele” e forse più forte, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu in una serie di interviste ai media statunitensi trasmesse ieri.

Parlando con Foxnews, Netanyahu ha detto: “Guardate, siamo stati attaccati nel peggiore attacco contro il popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto. Quel massacro del 7 ottobre equivaleva a ventinove 11 settembre in un giorno e all’equivalente di 50.000 americani massacrati – bruciati, mutilati, violentati, decapitati – e di 10.000 americani presi in ostaggio, comprese madri e bambini. Allora, quale sarebbe la risposta dell’America? Direi che sarebbe forte almeno quanto quello di Israele e molti americani mi dicono: «Li avremmo rasi al suolo. Li avremmo ridotti in polvere»”.

Ed è qui che Joe Biden ha perso la memoria, non solo per il fatto di confondere l’Egitto con il Messico e di aver affermato di aver parlato al G7 del 2021 con Mitterand e con Khol (tutti e due morti da tempo), ma per aver dimenticato Iraq e Afghanistan.

Ventuno anni fa iniziava la guerra in Iraq che è costata centinia di migliaia di morti.

Si stima che nei primi anni di conflitto siano morti tra i 151.000 a 1.033.000 iracheni.

In totale, la guerra ha causato oltre 100.000 morti tra i civili, oltre a decine di migliaia di morti tra i militari. La maggior parte delle vittime si è verificata tra il 2004 e il 2007, gli anni in cui in Iraq sulle ceneri della guerra sorgeva lo spettro dell’Isis.

Dal 2013 al 2017, dopo la fine dell’occupazione, si sono registrati almeno 155.000 morti e oltre 3,3 milioni di sfollati interni all’interno del Paese.

Secondo il ‘think tank’ Iraq Body Count, le vittime civili in due decenni oscillano fra 187.000 e 210.000, con un picco di oltre 26.000 nel solo 2006. Durante la guerra hanno perso la vita anche 45.000 soldati iracheni, 35.000 insorti, 4.600 soldati Usa e 3.650 contractor.

La guerra in Iraq, come è ormai accertato, è stata attuata sulla base di una grande menzogna relativa al possesso di armi chimiche di Saddam Hussein, con il solo scopo di vendicare la strage delle Torri Gemelle e senza che vi fossero riscontri obiettivi sulle responsabilità irachene.

La disfatta dell’esercito iracheno ha dato vita all’Isis e ha aperto le porte all’Iran per condizionare il Paese.

In Afghanistan vent’anni di guerra sono costati quasi 2.300 miliardi di dollari e 241mila morti.

A fare i conti è il Watson Institute della Brown University che, nel report Costs of War, ha stilato l’elenco dei costi, economici e umani, pagati dagli Usa dal 2001 (anno in cui l’America ha invaso l’Afghanistan) al 2021.    

Uno dei conflitti più costosi della storia, si è concluso con una fuga ingloriosa, che ha lasciato armi e bagagli nelle mani dei Talebani e ha tradito tutti coloro che si erano fidati dell’alleato Usa.

Joe Biden ha ben poco da dire a chiunque, anche perché, ora, si sta apprestando a fare di Kiev la Kabul europea.

Non v’è dubbio che la questione di Gaza presenta le caratteristiche di un disastro umanitario e che Israele deve pensare a come evitare un’apocalisse, ma a questo deve contribuire la comunità internazionale, a cominciare dagli Usa, chiarendo i rapporti con il mondo arabo e operando delle scelte che non possono essere quella di stare con tutti.

Una delle questioni aperte è, ad esempio, quella dell’Egitto, già in gravi difficoltà economiche e che potrebbe essere travolto da un esodo in massa dei palestinesi, con l’effetto di destabilizzare un’area strategica per l’intera catena dei commerci internazionali.

L’Onu, dunque, quando dà copertura all’intelligence di Hamas, sotto le vesti dei sentimenti umanitari, nasconde una responsabilità enorme per la destabilizzazione del Medio Oriente ed è per questo motivo che Guterres deve dimettersi e che l’Onu deve essere messo sotto la lente di ingrandimento degli Stati che lo compongono.

Nella fotografia il centro di intelligence di Hamas sotto la sede Onu a Gaza

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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