di Giorgio Cattaneo
Chi osservasse dalla Luna, col telescopio, l’ultima bufera scatenatasi attorno al sempre roboante Vittorio Sgarbi, probabilmente noterebbe – sul piano estetico – la strana impronta anglofona a suggello dell’operazione: si chiama infatti Thomas Mackinson il reporter che ha indossato i panni dell’inquisitore, riesumando la verve spigolosa del giornalismo d’inchiesta, ufficialmente defunto da tanti anni. Bersaglio grosso, il super-critico e showman: spettacolare guastafeste e mattatore bulimico di tante italiche platee, dai tempi (ormai archeologici) del Maurizio Costanzo Show. Una tribuna, quella, risalente all’ultimo secolo del Secondo Millennio, quando ancora era possibile far notizia fustigando in diretta Tv le eredità ingloriose di un certo bigottismo nazionale.
L’ultimo caso – Sgarbi ha due facce, una giudiziaria e l’altra politica. Sulla presunta acquisizione impropria di opere d’arte sono in corso indagini: dunque non è possibile pronunciarsi. L’altro aspetto – la conduzione di attività private che i detrattori di Sgarbi ritengono non compatibili con il suo ruolo pubblico – investe invece la sfera squisitamente istituzionale: in apparenza, le dimissioni del sottosegretario più rumoroso d’Italia sembrano il frutto della debolezza di chi non osa difenderlo. Come se in fondo non si sapesse perdonare gli eccessi protagonistici di un personaggio tanto ingombrante, sapiente e loquace, aspramente polemico e – quel che è peggio – perfettamente consapevole della mediocrità che lo circonda, al punto da renderlo un fuoriclasse solitario e indiscusso. Gli si imputa quindi anche il peccato di superbia?
La biografia professionale di Thomas Mackinson presenta un impeccabile profilo di cronista, transitato attraverso prestigiose testate. La sua improvvisa notorietà di oggi gli deriva però soprattutto dalla statura della sua “vittima”. Messaggio subliminale e forse non involontario, da parte degli eventuali registi dello psicodramma? In effetti tendono ancora a mettersi sull’attenti, gli italiani, se vanta un cognome straniero il soggetto che, di fatto, assume il ruolo di pubblico fustigatore delle magagne nazionali. Leggendaria l’esterofilia esibita da Marco Travaglio e dal suo giornale, ai tempi in cui l’iper-controverso Berlusconi, grande protettore del dionisiaco Sgarbi, era esposto alla gogna come cattivo esempio, vera e propria vergogna italiana, impresentabile al cospetto dei fulgidi e apollinei statisti europei, sempre pronti a inchinarsi di fronte a sua maestà Angela Merkel.
Dell’acuminato Travaglio restano memorabili alcune pagine di giornalismo politico: la tetragona condanna della corrottissima Prima Repubblica, il supporto fornito all’arrembante Di Pietro, il tenace accanimento sfoderato nel contrastare il Cavalier Banana a suon di libri regolarmente in cima alle classifiche. Scelte legittime, ovviamente: come l’assistenza incondizionata assicurata prima a Grillo e poi a Conte, persino nella fase più lugubre dell’emergenza sanitaria, impugnata senza riserve in ossequio alle superiori direttive internazionali, la religione universale della paura obbligatoria. A proposito: anche in quell’occasione si levò – puntualmente solitaria – la voce di Vittorio Sgarbi. Fu l’unico parlamentare, nell’intero mainstream politico, capace di contestare (in modo esplosivo, ruggendo) il cupo spartito recitato dai vari Conte, Speranza & Burioni.
Va da sé: chi disapprovò il coraggioso Sgarbi di ieri, probabilmente, non verserà lacrime sullo Sgarbi dimissionario di oggi, assediato dai media ostili e per giunta indagato per l’oscura sorte di un quadro d’epoca. Forse, a Vittorio Sgarbi si vorrebbe anche far pagare un prezzo salatissimo per il suo ultradecennale azzardo: la scelta cioè di finire per essere la spina nel fianco di un certo potere, pur restando saldamente ancorato all’establishment e alle sue ricche prebende. Tanti anni fa, nei suoi confronti un intellettuale sincero come Moni Ovadia usò parole taglienti: non tollerava che un uomo così straordinariamente colto potesse ridursi, dal suo punto di vista, a recitare il ruolo dell’artista di corte, a disposizione del Signore di Arcore, delle sue televisioni e dei suoi miliardi.
Sgarbi resta scomodo e divisivo, detestato da chi ne oscura i meriti elencandone prontamente i soli difetti. Certo, nessuno – nemmeno i suoi acerrimi avversari – può rivolgergli l’accusa più fastidiosa: quella di ipocrisia. Di tutto si può imputare, all’incontenibile personaggio Sgarbi, fuorché il torto di agire in modo ipocrita, sotterraneo, subdolo. Ha sempre apertamente manifestato (anzi, rivendicato) il suo stile di vita: l’ha proprio gettato in faccia al pubblico, vantandosene. E questa non è una caratteristica facilmente digeribile: specie in un paese come l’Italia, in cui sopravvive una sorta di clericalismo politico moraleggiante, fondato sull’ossequio, laddove spesso si decantano le pubbliche virtù di personaggi di cui si conoscono benissimo gli inconfessabili vizi privati.
Libertino impenitente, fieramente laico e persino sfrontato nel suo eloquio, Vittorio Sgarbi oggi viene spinto verso il patibolo politico: come chi dovesse essere punito per aver osato troppo. A sentenziarne la colpevolezza è soprattutto il Fatto Quotidiano: un giornale di cui si ricordano le immortali filippiche contro la piaga dell’evasione fiscale, nel momento in cui il Belpaese era letteralmente aggredito, in modo banditesco, dal potere finanziario europeo. Altro leitmotiv del quotidiano di Travaglio: la diffidenza verso la massoneria, presentata come sostanziale minaccia. Come se l’infiltrazione criminale di alcune cosche del Sud certificasse di per sé, in modo quasi fisiologico, l’associazione impropria tra i malavitosi e gli eredi di Mazzini, Cavour e Garibaldi, l’eroe dei due mondi, primo gran maestro del Grande Oriente d’Italia.
Luci e ombre, come sempre. Da una parte Vittorio Sgarbi: un’intera vita sopra le righe. Dall’altra un giornalismo militante e per molti aspetti miope. Come non riconoscere, almeno con il senno di poi, il peso dei retroscena internazionali dell’operazione Mani Pulite, contro cui lo stesso Sgarbi – tanto per cambiare – si batté vigorosamente? Tuttora, Marco Travaglio chiama “Bottino Craxi” l’uomo di Hammamet, cioè lo statista italiano che osò schierare i carabinieri contro i marines nella drammatica notte di Sigonella. Beninteso: torti e ragioni non sono mai delimitati così nettamente. Ma per fornire una corretta lettura del presente è consigliabile acquisire anche una certa familiarità con il respiro storico degli eventi: viceversa, si rischia di restare eternamente prigionieri degli umori del momento.
Su un caso come quello di Sgarbi, probabilmente, servirebbe un giudice davvero super partes, sul piano intellettuale. Per esempio sarebbe preziosa una personalità autorevolissima, appassionata e disincantata come quella del compianto Leonardo Sciascia: sempre capace di andare oltre le apparenze e il deprimente clima da derby calcistico. In un simile processo – del tutto immaginario, naturalmente – la prima domanda non potrebbe essere che questa: come mai, nonostante il suo singolare profilo da coltissimo umanista di stampo rinascimentale, a Vittorio Sgarbi non è mai stato permesso di diventare ministro della cultura, nel paese che vanta il maggior patrimonio mondiale quanto a beni culturali? Quali altri paesi europei potrebbero vantare un ministro di tale levatura? E perché in Italia viene colpito il personaggio che, più di chiunque altro, ha incessantemente promosso proprio l’arte come leva strategica per il risveglio civile della nazione?




