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L’IMPORTANTE NON SERVE A NIENTE

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di Piergiorgio De Grazua
E’ metà settembre, in classe fa caldo. L’entusiasmo del rientro viene spezzato
un po’ dall’aula rovente e piena di gente, un po’ dalla constatazione che per altri
nove mesi, ogni mattina, starai seduto davanti a quel banco.
Al cambio tra la terza e la quarta ora entra una nuova insegnante, quella di
storia dell’arte. Questa materia comincia al terzo anno e ognuno tra sé e sé,
ancor prima di iniziare, s’è già fatto la propria idea. Magari una rottura di
scatole, forse, se fatta bene, un nuovo interesse per il futuro. Lei entra e noi ci
alziamo per i saluti e le presentazioni.
Solitamente a scuola le inaugurazioni di una nuova materia, specie se con una
nuova docente, sono fatte di discorsi di circostanza, battute scontate, i primi
rimproveri ai più effervescenti.
Noi storia dell’arte la iniziammo proprio così, salvo poi venir spiazzati da una
domanda imprevista: “ragazzi, secondo voi a che serve l’arte?”
Una mosca che ronza, uno sbadiglio, uno sguardo alla strada dalla finestra, poi
la prima mano alzata della più brava: “a conoscere ed apprezzare il nostro
patrimonio culturale!”
“No” risposta secca.
Un’altra: “Ad abbellire le nostre città”
“No” di nuovo.
Il primo simpaticone: “A niente Prof!”
Qualche risata di slancio, una pacca sulla spalla come a dire “l’estate è finita ma
sei sempre il solito giullare”, un vociare confuso di commenti sovrapposti e poi:
“Esatto”
Silenzio, se non fosse per il traffico che entra dalle finestre spalancate. Tutto
d’un tratto l’attenzione si concentra su quella figura nuova ma in un certo senso
uguale a tutte le altre.
Sposta la borsa, il registro e si siede sulla cattedra.
Continua: “L’arte è inutile”
“Ma come? In che senso?” protesta sommessamente qualcuno.
“A te quando si ottura il lavandino o ti si rompe il computer verrebbe in mente
di usare l’arte?” risponde provocatoria lei.
Silenzio, ancora. Malgrado sia mezzogiorno meno un quarto anche il traffico
pare interessato al climax di quel botta e risposta. Si sentono meno clacson e
meno odiosi motorini con la marmitta modificata che sgasano.
“Ragazzi, l’arte è inutile. Nella vostra vita pratica non vi servirà mai a nulla.
Conoscendo l’arte non ci pagate le tasse, non ci aggiustate un tubo che perde,
non ci ricucirete certo un rapporto naufragato.”
A tradire la nettezza delle parole, quasi blasfema per un pubblico di sedicenni
abituati a sguazzare nella banalità sconfinata di oggi, il suo volto perfettamente
calmo. Trasudava la tranquillità di chi quella verità l’aveva già metabolizzata da
parecchio tempo: senza rancore, come un detenuto amichevolmente pacificato
con la propria condanna.
Col senno di poi, anni dopo, posso dire di condividere in buona misura quella
serenità. Non ho certo la tracotanza di attribuirmi le sue conoscenze, ho però
forse compreso la direzione delle sue parole.
Il motivo dello stupore di quei sedicenni, quella mattina di settembre, non è
certo imputabile a loro. Non hanno colpe nel non seguire.
A certi sembrò, magari anche solo per un attimo, che la professoressa volesse
goliardicamente deridere la sua materia con slogan immaturi, figli dei sedici
anni, come in un tentativo di entrare nelle nostre simpatie. Altri optarono per il
caldo come scusante. Sono sicuro che qualcuno, qualcuno di sveglio, scorse
qualcosa. Quel che pensai io non me lo ricordo, sempre ammesso che stessi
pensando qualcosa.
La Prof. non era né protagonista di un discredito della sua disciplina volto a
farcela sembrare “alla mano.” Non fu neppure il caldo a farle sentenziare quello
che ad alcuni parve delirio. Anche l’opzione, rimasta a qualcuno, di una sua
repentina immedesimazione nei panni di uno studente alle prese con un capitolo
traboccante di nozioni sullo stile dei vasi cretesi era da scartare.
Semplicemente usava un metro di giudizio. Quello comune.
Parlava in termini strettamente economici, capitalistici. Noi, sebbene cresciuti
in questo sistema, ci mostrammo straniti perché pensavamo che certe cose si
potessero pensare e non dire. Fu la nonchalance a farci restare sgomenti.
Eppure, sempre col senno del poi, aveva ragione lei. In un mondo distopico
come il nostro che spazio può avere l’arte? Su quali orizzonti potrebbe mai
contare la cultura, di cui l’arte è principessa, in un contesto totalmente
proiettato al fine ultimo del profitto?
Per quale strana forma di sadismo dovremmo mai forzarci di aprire le nostre
menti al conoscere e quindi al capire e al criticare, se tutto ciò non porta
immediatamente, se non mai porterà, al guadagno?
Ebbene, se l’unico scopo è il denaro, non serve a niente. Sento già le
rimostranze delle moltitudini cresciute al classico invecchiato male “studia ché
senno’ non diventerai mai qualcuno!”
Ma quando mai? Di certo non in quest’epoca dominata, costruita ed indirizzata
dal nichilismo più becero, figlio legittimissimo del capitalismo alle sue
conseguenze estreme.
La risposta quell’insegnante non ce la diede alla fine dell’ora. Non ce la disse
mai. Scommetto che qualcuno di noi ancora penserà che si fosse presentata
ubriaca. Piuttosto ci lasciò indagare, liberi di arrivare verso una risposta, una
nostra risposta.
Quella che mi sono dato io è che l’arte, presa come tassello nobile del mosaico
della cultura in ogni sua declinazione, ci serva nel presente a restare umani.
Solo conservando la capacità di commuoverci ascoltando Mascagni,
emozionarci con le ombre di Caravaggio o allenarci all’introspezione leggendo
Tolstoj saremo distinguibili da un qualsiasi arnese governato dal galoppo
intelligenza artificiale.
Scusi il ritardo di un lustro e qualcosa Prof: l’arte serve a mantenerci persone.

Autore

  • Redazione

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