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PARTITI E COALIZIONI SFALDATI VERSO LE ELEZIONI EUROPEE

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di Sergio Restelli

Le forze che si richiamano alle antiche sinistre tengono bene o male soltanto in Germania. La destra è ancora più profondamente divisa tra un Centro che vorrebbe aggregarsi a settori dei liberali e popolari-Cdu e dall’altra parte, correnti nazionaliste-sovraniste il cui successo metterebbe oggettivamente in crisi gli equilibri che hanno retto finora il governo dell’Unione. Da questo punto di vista le difficoltà della destra hanno una valenza più strategica di quelle dei loro avversari, ma è ben difficile che esse possano clamorosamente emergere fino a portare a una spaccatura prima del voto. Il “compromesso storico” socialdemocratico-liberale-popolare supererà, allora, la prova dei numeri?

La realtà è che le ragioni a fondamento delle antiche “famiglie” politiche europee sono venute meno a causa dei traumi continui degli ultimi vent’anni. Si sono formate nuove “tribù” e i cittadini europei ritengono a grande maggioranza che nessuna di esse sia in grado di risolvere le stesse crisi che le hanno generate: panico pandemico, crollo di fiducia nel futuro, immigrazione e ora le guerre.Un salto d’epoca s’impone, e nessuno sembra volerlo affrontare ponendosi la domanda decisiva. Con quale politica e con quale ruolo potrà giocare l’Europa sul piano globale? Può ancora presumere di averne?

È sul significato geo-politico del continente che ha senso decidere e magari dividersi, non intorno a categorie politiche eredi delle “guerre civili” del XX secolo. Come ridare peso politico all’Unione, sulla base della più realistica coscienza dei suoi limiti economici, strategici e militari? L’Europa, in tutti i suoi Stati, ha vitale interesse a contrastare ogni velleità egemonica, e a costruire un equilibrio globale policentrico, a costituire il tavolo della mediazione e del dialogo, e cercare di “lavorare” anche i contrasti dalle radici storico-culturali più profonde. Le correnti pur proprie della nostra cultura, hanno sempre lottato per evitare il crash tra le civiltà, ma ora è necessario rivolgersi alla semplice “ragione calcolante”: l’Europa non può difendere il proprio “Stato sociale” che in condizioni di libero scambio, di interconnessione a 360° tra i grandi spazi del pianeta.

Ciò non significa affatto mettere in discussione alleanze storiche, ma anzi volerle assicurare, agire per il loro rafforzamento nell’età nuova che si apre, se non comprendiamo che l’Occidente oggi, dopo essersi “globalizzato” dal punto di vista del sistema economico, non può in alcun modo pretendere a una egemonia politica. L’Occidente europeo, Gran Bretagna in testa, è stato egemone fino alla prima Grande Guerra; l’Occidente americano è emerso da allora in tale funzione e con il crollo dell’Urss sembrava giunto alla sua piena affermazione. Da quel momento il ciclo è invece radicalmente mutato. E potrebbe invertirsi.

Il “grande spazio” dell’Occidente che deve comprenderlo se vuole non solo difendersi, ma essere di nuovo attrattivo per altri popoli e culture (attrazione che non ha nulla a che fare con quella che esercitano le nostre economie nei confronti dei poveri del come può l’Europa, e dopo la Brexit! pensarsi esclusivamente secondo la sua “facies” atlantica, pensarsi e volersi secondo l’integrità delle proprie dimensioni sarebbe “tradire” l’alleato fondamentale e necessario. Esattamente l’opposto, significherebbe piuttosto “salvarlo” da tentazioni egemoniche che oggi possono portare solo a disastri. E collocarlo su una posizione di forza e di autorità anche morale nei confronti di quei regimi che continuassero a coltivarle.

Stiamo andando a elezioni europee in cui nessuna delle forze in gioco ci informa su quale posizione intenderà assumere, una volta al governo dell’Unione, nei confronti dei paesi Brics quell’ aggregato, scevro da ogni velleità ideologica, di potenze economiche, che, con i nuovi, recenti ingressi, rappresenta il 47% della popolazione e il 36% del Prodotto lordo del pianeta. Alla crescita di questi soggetti, Cina e India in primis, fanno riscontro le grandi, evidenti difficoltà, culturali e istituzionali dell’America, dove se le cose non cambieranno per via giudiziaria (ma problemi giudiziari gravano anche su Biden) vincerà Trump e comunque si andrà a un confronto tra due maschi in età senile, quale mai si è visto in una competizione democratica.

Se questo non è simbolo di decadenza, difficile immaginarne un altro. Un contraccolpo va prodotto, ed è l’Europa che dovrebbe volerlo con tutte le sue forze. Un contraccolpo andrebbe prodotto anche a casa nostra. Se non si riformano i meccanismi amministrativo-istituzionali che bloccano da decenni le nostre possibilità di sviluppo, se non si riducono drasticamente i costi della stessa inefficienza del nostro sistema, non potremo nei prossimi anni stare nei binari del patto di stabilità, se non tagliando ulteriormente la spesa sociale. Nessuna forza politica ci indica dove e come ottenere le risorse necessarie per non aumentare il debito (che giungerà quest’anno al 143% del Pil) mantenendo tuttavia un Welfare decente, dal momento che nessuna osa parlare di politiche fiscali, se non ripetendo le une il mantra della lotta all’evasione e le altre, assai peggio, addirittura il demagogico inganno di una possibile riduzione delle imposte.

Così come nessuna indica con chiarezza dove tagliare le spese per gli apparati e organismi statali e para-statali, e nessuno denuncia il dramma delle nostre politiche industriali, tanto lungimiranti da giungere a pensare di vendere un pezzo di Eni per operazioni di salvataggio a brevissimo periodo, anzi: a scadenza elettorale. Tra elezioni europee e elezioni americane (le vicende patrie dipenderanno in grande misura dal loro esito) è un bivio che si apre: o le democrazie dell’Occidente si mostreranno capaci di guidare a nuovi patti tra i grandi spazi politici del globo e operare concretamente per la soluzione delle guerre in atto, oppure potranno alla fine reggere alla propria crisi e alle proprie interne contraddizioni soltanto istituzionalizzando politiche di emergenza.

Soltanto un regime di perenne emergenza, fondato sui decreti dell’Esecutivo, può far passare nei nostri sistemi sociali il progressivo svuotamento delle politiche di Welfare, l’impoverimento di interi settori di ceto medio, il mix di aumento di spesa militare e riduzione di spesa sanitaria. Esistono ancora nella cultura politica europea gli anticorpi necessari per contrastare e rovesciare questo processo? Non dovremo attendere i posteri per saperlo, basteranno le prossime elezioni. Sarà importante rafforzare e sviluppare le alleanze storiche tra l’Europa e gli Stati Uniti, nonostante i cambiamenti che si stanno verificando nel sistema globale, l’occidente di questo passo non potrà più presumere di avere un’egemonia politica ma dovrebbe cercare di attrarre altri popoli e culture.

Nonostante il processo della Brexit, penso che l’Europa non dovrebbe limitarsi alla sua dimensione atlantica, ma piuttosto salvaguardare e rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, e il rapporto con i paesi BRICS, il loro crescente potere economico è un altro elemento da tenere in considerazione. Ci sono sicuramente delle difficoltà culturali e istituzionali negli Stati Uniti, dove sembra che il confronto elettorale sia limitato a due candidati maschi anziani, segnale di una possibile decadenza, e quindi a tal proposito, l’Europa dovrebbe contrastare questa tendenza e promuovere il proprio contraccolpo.

A livello nazionale, è essenziale riformare i meccanismi amministrativi e istituzionali che ostacolano lo sviluppo del paese. Senza tali riforme, sarà difficile rispettare gli obiettivi del patto di stabilità e mantenere un adeguato sistema di welfare e si osserva la mancanza di proposte concrete da parte delle forze politiche per trovare le risorse necessarie senza aumentare il debito pubblico. Infine, le elezioni europee e americane determineranno l’orientamento delle democrazie occidentali, di conseguenza sarà necessario capire se queste democrazie saranno in grado di guidare nuovi accordi tra le principali potenze mondiali e lavorare per risolvere le guerre in corso, oppure se dovranno istituzionalizzare politiche di emergenza che comporteranno un’ulteriore diminuzione del welfare e il degrado di settori della società, l’Europa avrà ancora le risorse culturali necessarie per contrastare e rovesciare questo processo in atto?

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  • Redazione

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