
di Giuseppe Augieri
Invece di contestare, ancora e stancamente, la manovra di bilancio dopo le bacchettate di Dombrovskis, che un qualsiasi cretino come me avrebbe potuto – ed io l’ho fatto – considerare già da settimane come probabili sul piano politico, restando però immotivate sul piano economico e ingiustificate sul piano dei rapporti, avrei gradito che ci fosse qualche parola più chiara sul programma di dismissioni preannunciato dal Governo.
Uno degli obiettivi pluriennali della Nadef è legato a privatizzazioni per circa l’1% del Pil è. Il programma di governo prevede privatizzazioni dell’ordine di 20 miliardi di euro in tre anni tutte indirizzate alla riduzione del debito. Le aziende che farebbero far cassa sarebbero – tutto da verificare poi: e vorrei capire perché non farlo subito – Poste Italiane, Rete TIM, Ferrovie dello Stato e soprattutto la cessione del 4% dell’ENI.
Su questa ultima cessione sarebbe opportuno soffermarsi. Non tanto – o meglio non solo – per contestare il valore indicato di questo 4% (2 miliardi), quanto per avere certezza che, essendo l’energia il centro delle politiche mondiali dei prossimi 20 anni o più, l’asset resti saldamente nelle mani dello Stato anche dopo la vendita. E perciò, a partire dalla metodologia in atto per preparare la vendita, tutto mi sembra da verificare.
«L’impostazione del governo è lontana anni luce dal passato, quando c’erano regali milionari a fortunati imprenditori ben inseriti» dice Meloni (con chiaro riferimento alla vendita delle Autostrade effettuata dal Governo D’Alema). A me la polemica interessa poco: meglio farsi spiegare in che modo si sta realizzando l’acquisto da parte di ENI delle proprie azioni, operazione in corso (si chiama buyback), e se essa è indirizzata solo a far crescere il valore delle azioni – per guadagnare qualcosa in più – o se serve per essere certi di mantenere il controllo dell’azienda.
Ripetere una stagione di privatizzazioni, di per se, mi sembra già una iattura. Ripetere gli errori di strategia economica – a proposito di energia, quello ENEL sopra tutti gli altri – è qualcosa in più della iattura. I controlli politici vanno fatti ora, non dopo e solo per fare qualche altra inutile campagna di opposizione.
Ora: anche perchè sarebbe opportuno porre attenzione a quello che ha detto Javier Milei – economista e neo-presidente dell’Argentina – a Davos: lanciando «l’allarme contro il “socialismo” che ormai pervade quasi tutti gli Stati dell’Occidente» Milei ripropone una ricetta di liberismo che farebbe arrossire persino Friedman. In sintesi: “in un tempo in cui si professano la “decrescita felice” e il “reddito garantito” a tutti dallo Stato, occorre ricordare che l’unico modo per ridurre la povertà è garantire libertà d’impresa e produrre ricchezza. Più libertà, meno tasse”. Questo si sostiene. Fuori lo Stato da ogni strumento di “interferenza” con il mercato.
Appunto. E’ un film che abbiamo già visto.





