
di Giuseppe Augieri
Lo dico con grandissimo cinismo: bisognerà guardare a Davos per capire il grande capitale cosa intende fare per le guerre in corso, quelle più vicine a noi: Ucraina e Palestina.
Senza togliere nulla, ma proprio nulla, alle ragioni dell’Ucraina ed a quelle di Israele, dietro le volontà egemoni della Russia e gli orrori di Hamas che hanno dato luogo all’inizio delle attività belliche, vi sono interessi fortissimi, economici e geopolitici Quegli stessi che, quasi sempre inconfessabili, non hanno dato spazio sin dal principio a far prevalere la diplomazia sullo scontro.
In entrambi i casi si è sviata l’attenzione da quelle che avrebbero potuto diventare le basi per un compromesso, oggi più difficile di quello possibile all’inizio dei conflitti. Si è dato peso – e non era sbagliato farlo – all’atto dell’invasione russa da un lato ed alla strage di Hamas dall’altro. Bisognava però circoscrivere questi episodi per una condanna, certo non solo di facciata; e però affiancare immediatamente ad essa una forte, fortissima azione diplomatica. Per esempio chiedendo l’immediata cessazione del fuoco in Ucraina rendendosi disponibili a ripensare all’allargamento NATO e del capitale anglo-americano in territorio confinante con la Russia, con rinegoziazioni di accordi violati da entrambe le parti; e offrendo ai Palestinesi un salvacondotto per gli uomini di Hamas sotto l’egida dell’ONU, in cambio di una smilitarizzazione completa delle cellule combattenti e di una presa in carico – con tutto quello che il concetto porta con se – del compito di realizzazione dei due Stati per i due popoli, garantendone una velocissima conclusione.
Difficile? Non lo nego. Ma ora entrambe le situazioni sono ora in una fase di difficoltà di uscita che non è inferiore a quella da me proposta, o di qualsiasi altra proposta sullo stesso piano.
Ed a queste situazioni si è giunti favorendo, anzi quasi imponendo, un dibattito, anche aspro, tra chi ha invocato, nell’esprimere i propri giudizi, principi sacrosanti di giustizia e chi invece rimarcava le impossibilità di una conclusione non inumana delle due guerre. Ed il tutto spargendo a larghe mani la convinzione che si stava vincendo…. perché il bene non può che vincere sul male! Ed ora?
Riporto qui lo stralcio di un articolo di Domenico Quirico su “La Stampa” che riassume il mio sgomento.
« L’oracolo ci assicura che abbiamo vinto. Ma ci guardiamo attorno e contiamo solo cadaveri. Dove sono i gerarchi putiniani e gli sceicchi di Hamas che si arrendono e vengono processati da Corti implacabili per i loro delitti evidenti e rivendicati con protervia? dove sono la pace ed il Nuovo Ordine giusto? E’ come se scorressero, in queste terre apocalittiche, Ucraina e Palestina, due fiumi: uno visibile e rassicurante che è quello descritto nelle dichiarazioni di Biden, di Natenyahu, di Stoltenberg, di Ganz tutte reperibili sui giornali e in televisione e nei raduni più o meno accademici dove ci avvolgono nel materno, stimolante incenso della vittoria. E poi un altro, sotterraneo oscuro e spaventevole, dove scorrono i mesi e gli anni e dove l’unica cosa certa, misurabile, sono vittime e città calcinate [….] »
Credo sia ora che si mettano da parte le nostre certezze ideali – prima ancora che ideologiche – e si crei un fronte che non sia solo il no alle armi (che non è obiettivamente possibile) ma chieda di ritornare alla politica, e cioè alle mediazioni e cioè alla costruzione di qualcosa di diverso dalla scempio in atto.
Ripeto, con una dose di cinismo che non piace anzitutto a me, dobbiamo però ammettere che senza una decisione in tal senso da chi, a Davos, parla del nostro futuro – perché lo costruisce e lo impone – non ci sono molte speranze.
E ricordiamoci, nei prossimi anni, tutto questo.





