
Sono bastati gli Houti per sbugiardare tutte le teorie del pensatoio di Davos.
La logistica ha messo in ginocchio la globalizzazione. La delocalizzazione delle filiere produttive ha messo in grande difficoltà l’industria delle armi, già di per sé indebolita negli anni e ora in crisi per la distribuzione della componentistica in Paesi che non sono necessariamente amici o affidabili.
Davos, pertanto, è sinonimo di Disastro e in questi giorni, in quello che è l’obitorio dell’Occidente, da oggi al 19 si continuerà a recitare il solito copione ossia a programmare l’agenda della disfatta.
Tra i leader politici, a cantare il deprofundis, saranno presenti il presidente francese Emmanuel Macron, la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, il premier cinese Li Qiang, il segretario di Stato Usa Antony Blinken, ma anche il nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, oltre al premier spagnolo Pedro Sanchez, al segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Parteciperanno inoltre il presidente israeliano, Isaac Herzog, il premier libanese Najib Mikati, il primo ministro e ministro degli Affari Esteri dello Stato del Qatar, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, il vice premier e ministro del petrolio dell’Iraq, Hayan Abdulghani, e poi Bisher Hani Al Khasawneh, primo ministro del regno hascemita di Giordania.
L’edizione di quest’anno è dedicata al tema “ricostruire la fiducia”.
Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum ha detto che «ci troviamo di fronte a un mondo frantumato e con crescenti divari sociali, che portano a un’incertezza e un pessimismo pervasivi. Dobbiamo quindi ricostruire la fiducia nel nostro futuro andando oltre la gestione della crisi, esaminando le cause profonde dei problemi attuali e costruendo insieme un futuro più promettente».
Il fatto è che far ricostruire la fiducia a chi ha gettato costantemente le basi della sfiducia è semplicemente un esercizio da manicomio o, come in questo caso, da obitorio.
Chi ha voluto la globalizzazione? Chi ha voluto la delocalizzazione? Chi ha voluto tutte le follie green e ha cavalcato tutte le follie climatiche? Chi ha programmato quello che Bruxelles esegue, mettendo a rischio l’intera potenzialità produttiva agricola e manifatturiera?
A Davos dovrebbero fornire un grande specchio perché i facitori di sfiducia albergano tutti sulla Montagna Incantata, dove i giocolieri della finanza hanno programmato la distruzione dell’Occidente mediante eutanasia.
Scrive Linkiesta: “Secondo la società di analisi Xeneta consultata dal Financial Times, da metà dicembre le tariffe per l’imbarco di un container standard da quaranta piedi per la rotta Shangai-Rotterdam sono più che raddoppiate, salendo a tremilacento dollari, da millequattrocento dollari. Le grandi navi trasportano tra i dodicimila e i ventiquattromila contanier. A essere dirottati sono beni di consumo e prodotti alimentari di ogni tipo, materie prime, gas naturale liquefatto, petrolio greggio e prodotti raffinati come il diesel e il carburante per gli aerei. In base alle stime della società di analisi Braemar, il viaggio dal Medio Oriente all’Europa di una petroliera con un carico diesel da ottantacinque milioni di dollari ora costa circa cinque milioni di dollari, quasi due milioni in più rispetto al periodo precedente all’inizio degli attacchi”.
Questo il costo economico, ma per l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo il blocco del Canale di Suez significa anche l’eliminazione della centralità del Mare Nostrum, con la conseguente penalizzazione degli hub portuali, in particolare dell’Adriatico.
Il problema, più generale, è che in questa guerra ibrida che si sta svolgendo in varie parti del mondo, i colli di bottiglia del commercio internazionale vengano tappati da azioni che, di per sé, non comportano un grande dispendio di energie.
Gli Houti lo dimostrano, mettendo in scacco Mar Rosso, Egitto e Mediterraneo.
Quello che vale per le merci in generale, vale tanto più per la componentistica delle armi, che ha messo a nudo le difficoltà dell’Occidente, a partire dagli Usa.
La crescente mobilitazione, scrive l’Ispi, ha “messo in luce problemi di approvvigionamento e ricostituzione delle scorte – in termini di stockpiles di mezzi e munizioni – derivanti in parte dall’approccio conservatore e minimalista tipico dei periodi di pace, e in parte dalle difficoltà generate più di recente dalla pandemia, in termini soprattutto di supply lines e componentistica. Perfino Washington ha dovuto mettere sotto pressione il Pentagono e le grandi compagnie che costituiscono il nucleo centrale dell’apparato militare-industriale americano e alleato (le cosiddette Big Five: Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics) per accelerare ritmi e volumi di produzione, mentre alcuni Paesi europei si sono trovati semplicemente impreparati a reagire nei tempi richiesti dalla guerra”.
La follia delal finanza internazionale, che ha avuto in Davos il suo principale pensatoio, non solo ha messo in difficoltà l’intero Occidente sotto tutti i profili (economico, produttivo, energetico, culturale), ma ha anche creato le basi per indebolire la Difesa a livelli preoccupanti, al punto tale che oggi, in un conflitto simmetrico, Usa e Nato si troverebbero in grandi difficoltà.
E’ giunta l’ora di chiudere l’obitorio e, comunque, di non dare più alcun credito ai becchini dell’Occidente.





