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QUANDO CAFFE’ ANDAVA DAL SINDACATO E NON IL SINDACARTO ANDARE … AL CAFFE’

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di Giuseppe Augieri

Quando era Caffè ad andare al Sindacato e non il Sindacato ad andare al caffè.

C’è stato un momento, a cavallo tra gli anni ’70 – ’80, nel quale il Sindacato, nella sua ala più “propositiva”, ha creduto nelle analisi economiche e sociali solidamente ancorate alla cultura riformatrice. Economisti del calibro di Galbraith e soprattutto Federico Caffè anticiparono molte delle problematiche, economiche ma soprattutto sociali, che poi si sarebbero avverate. A partire dal processo di indebolimento della spinta riformatrice (ma anche solo contrattuale) indotta dal potere nei corpi intermedi. E – tra essi – nel Movimento Sindacale.

Ci furono interessanti pubblicazioni di Caffè, sollecitate da un gruppo di riferimento caratterizzato da una composizione sindacale unitaria. Da un lato, militanti della CGIL, provenienti dall’esperienza socialista che prima nel PSI poi nel PSIUP aveva fatto capo a Lelio Basso e Vittorio Foa, e che dettero luogo alla fine degli anni ’70 alla “Terza componente” della CGIL. Dall’altra, gruppi di dirigenti e militanti della CISL e una maggioranza della UIL, politicamente legati alle esperienze della “nuova sinistra” e ispirata a una linea di autonomia e unità sindacale. Quelle sollecitazioni a riflettere non furono ascoltate e si persero nei meandri di distingui ideologici.

Eppure, alcune intuizioni di Caffè restano ancora attuali. Erano di ammonimento e di aiuto nell’interpretare le idee e le forze che si muovevano nella crisi di quei giorni. Idee fondate, da un lato, sull’austerità (una politica, pro-ciclica nel mezzo della recessione, il cui unico risultato non può che essere l’aggravamento della disoccupazione nella quale è coinvolta un’intera generazione) e, dall’altro lato, sulle “riforme strutturali” liberiste che corrodono inevitabilmente i diritti dei lavoratori e soprattutto il Welfare: un valore che Caffè difendeva sia sul piano della dottrina economica e sia sulla base di un’etica sociale inscindibile dalla democrazia.

Con tutta l’umiltà possibile ho riproposto questo tema più volte negli ultimi tempi.

Il mondo economico proposto da Galbraith, e ancor prima da Keynes, è stata abbondantemente superato da quello proposto da Milton Friedman, liberale apostolo del liberismo e ispiratore delle politiche di Reagan e di Thatcher che comprendevano anche la messa in disparte del Sindacato. Oggi, poi, anche i concetti di libero mercato, di individualismo, di intervento dello Stato nell’economia, quelli dettati da Friedman, sono stati superati: in alcuni loro versanti, in peggio; in altri con qualche aggiustamento. Ma gli interrogativi di base restano gli stessi: siamo ancora una volta in presenza di una crisi; la sua origine è anche – in parte, ma non piccola – monetaria; le soluzioni proposte sono l’austerità e le riforme strutturali in senso liberale. Lo comprendiamo? Si può accettare questa impostazione – che non è di un Governo ma è di dimensione internazionali – oppure si vuole contrastarla? E lo si può fare? E, se si, in che modo? Gelo e silenzio.

L’altro tema che ho spesso proposto è il seguente: Caffè, già in quegli anni, rispetto allo scontro tra le teorie di Friedman e di Keynes, equilibrava la sua posizione dichiarando – pur se da keynesiano – che il pensiero di Keynes era ispirato all’ipotesi di “un capitalismo intelligente” e tuttavia, bisognava ammettere, «a noi è capitato quello meno intelligente»; e difendendo contemporaneamente alcune posizioni del “nemico” Friedman su concetti del tipo “se tu paghi la gente quando non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci poi disoccupazione”. (a me ricorda qualcosa…).

Al di là delle indicazioni sulle politiche economiche, Caffè proponeva, in fondo, la dottrina di Galbraith, guru della sinistra: l’economia non è una scienza, bensì una continua interpretazione delle attuali circostanze. Dunque, il nemico di fondo è l’ideologizzazione. Mi permetto di dirlo in termini diversi: invocare l’obbligo di “coerenza” di visioni anche se in contesti completamente modificati.

Andiamo all’oggi. Friedman ha vinto. Pensiamo allo strapotere delle Banche Centrali sull’economia moderna, istituzioni diventate ormai quasi irresponsabili nel confronto del potere politico. In Europa la BCE addirittura gode di una totale immunità dal punto di vista penale. Al contrario le politiche fiscali, legate alla spesa pubblica in investimenti, solo legate da lacci burocratici e sovra nazionali. Il fallimento pratico del PNRR ne è la dimostrazione pratica: si crea un fondo per rilanciare gli investimenti, ma lo si incatena di norme a tal punto da renderlo inutile e non spendibile. Non esiste più politica fiscale, ma solo politica monetaria. Non esiste più la potestà fiscale dei governi, soprattutto in Europa, ma esiste un potere irresponsabile (nel senso che è libero dalla responsabilità politica o penale) delle autorità monetarie.

Difficile contrastare tutto ciò. E c’è un corollario. La sostanziale incapacità del Movimento Sindacale ad agire. Gli scioperi proclamati, i risultati della partecipazione alla lotta, lo scontro sul “diritto di sciopero”, i zero risultati concreti portati a casa lo dicono chiaro. Qualcosa si sta sbagliando: troppa ideologizzazione? Incapacità di valutare una situazione estremamente complessa?

Io credo soprattutto ci sia l’abbandono di un aggiornamento culturale. Lo studio dell’economia, da intendere non come “scienza dei padroni” ma come base teorica per espressioni di potere che incidono sulla società e sui suoi rami più deboli. Conoscere per contrastare e non solo contestare.

Scusatemi, sono rimasto fedele alla mia UIL: dalla protesta alla proposta. Bisognerebbe tornare ad avere un Caffè al Sindacato.

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  • Redazione

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