L’errore di Giorgia, il principale tra quelli che sta facendo, è che non affronta il toro per le corna. Altro che coraggiosa: anche lei, in fondo, si dimostra pavida. E non parlo solo della riforma della giustizia che, per pavidità, sta evaporando come etere e, come l’etere, volatile nell’aria, annebbia le coscienze e ci induce al sonno. Né parlo solo della difesa della middle-class, per pavidità di altro tipo, svanita in un attimo.
Queste ed altre questioni, poste come programma e poi dissoltesi nel vento, non sono per me – come invece sostiene l’opposizione – il sintomo di uno premeditato voltafaccia verso i suoi elettori. Non sono “mancanza di coerenza”. Sono invece il duro risveglio, avvenuto quando Meloni (e non è per caso che qui abbia voluto personalizzare) ha impattato con la “politica” che oggi gira per il mondo. Quella che a noi tutti non si racconta per come è, ma solo per come ci piacerebbe che fosse: tacendo a noi stessi che oramai la democrazia è stata inglobata nell’affarismo e che dunque con il mondo degli affari, soprattutto quello che compra e vende denaro e cioè con la finanza, dobbiamo fare i conti. Ma soprattutto, essendo quel mondo il nostro principale interlocutore nei fatti, anzitutto decidendo se dobbiamo considerarlo come nemico, e combatterlo, oppure no. Giorgia dovrebbe porre questo interrogativo, senza fronzoli, all’intero Parlamento e soprattutto all’opposizione. E pretendere una risposta. Senza fronzoli anch’essa. I voli pindarici, le ideologizzazioni, gli escamotage non sono politica: non dovrebbero essere consentiti.
Ripropongo qui una domanda, fin troppo spesso proposta nei miei scritti. Il mondo degli affari e della finanza detta regole che – almeno così dichiariamo – ci stanno stette. Dunque l’interrogativo da porre alla base del fare Politica è se noi abbiamo la forza, la capacità, la voglia di rischio necessari per opporci ad essa. Perché in caso contrario quella logica e quelle regole dovremo accettarle. Perché, se la strada scelta è di “stare buoni” – e segnali espliciti gridando al pericolo di isolamento ne vengono – la “finzione” delle critiche si appaleserebbe per quella che è. Il mugugno non ci sarà negato: ma resterà pur sempre mugugno.
La verità (pronto a fare esempi) è che oggi non si consente di fare alcuna Politica (nell’etimologia originala di “tecnica di governo della società”) che si ponga in alternativa a quella economica. E poiché, in questa concezione, ogni visione economica è anche visione di una società e del cammino che essa si vuole che compia, questa costrizione sta portando frutti amari in ogni campo. La logica oggi vincente è quella che sta immettendo in modo più o meno strisciante, per poter più agevolmente “comandare”, con la “cancel culture”, con la “teocrazia woke”, con la tecnologia della socialità da lontano, forzature estreme che sbandano le coscienze. Io ho – noi dobbiamo avere – la speranza che la società reagirà per rigetto; ma le scorie, come sempre, resteranno. Se vogliamo fare qualche forzatura, il tempo è già venuto da tempo.
Perché al fondo del dibattito sulla politica economica ci dovrebbe essere la constatazione che le compatibilità – disegnate da altri – hanno la prevalenza su tutto; che, rispetto ad essa, anche la solidarietà è in agonia. Ma se le società sono dissociate, se la compassione è qualcosa da fuggire, se il diritto dell’individuo rifiuta il riconoscimento dei diritti degli altri, come sperare che la nostra società possa pretendere e realizzare un rigurgito di welfare, che le stesse nostre democrazie ne escano più forti e migliori? Ci poniamo l’interrogativo di “perché” e “chi” spinge a questa dissociazione? La destra? Ma non è la stessa solfa in tutti i Paesi anche “progressisti”, in occidente, e di tutti i Paesi del mondo orientale?. Si considera, quella fin qui proposta dall’attuale maggioranza, come una sua “libera” scelta: allora perché poi non ci si domanda come mai borse, spread, titoli, rating le dicono “bravo”.
Ho letto: «I politici sono influencer e delle influencer tradiscono la stessa immoralità. Del resto, il travaso delle imbonitrici dai social alla politica, è ampiamente maturo: e se ancora non è avvenuto è perché qualcuno ha scaricato alle interessate un pandoro minato tra i piedi. Ma ci si arriverà, presto.» Visione troppo pessimista e giudizi troppo trancianti, forse: ma sta di fatto che nessuno può negare che le vicende mondiali – se non tutte, quasi – si stanno troppo inginocchiando al potere del denaro. Che le “mode” sono fortemente da esso influenzate. E che lo sconcerto sociale è al massimo grado. Come è possibile che ci si meravigli se esce “Il mondo al contrario” e che Vannacci si arricchisca? O che la violenza dilaghi?
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