
Nell’intervista rilasciata da Giuliano Amato a “la Repubblica”, quotidiano degli Agnelli, emerge la parola “rancore”.
Le parole, in politica, si diceva un tempo, sono pietre e rancore è una pietra di confine che segna il limes entro il quale abita l’ideologia delle élite radical chic, condivisa dalla congerie (ammasso confuso) di camerieri, maggiordomi, ottimati e mendicanti che oggi, nel suo insieme, osa definirsi sinistra. Sinistra rancorosa, perché non sopporta che ci sia qualcuno che la pensa diversamente e, in più, sinistra psicopatica, in quanto proiettiva dei propri fantasmi.
Un concetto che va tenuto presente, in questo nostro occuparci del termine rancore, è quello di proiezione che, in psicoanalisi, è il meccanismo di difesa per il quale il soggetto attribuisce ad altri sentimenti, desideri, aspetti propri che rifiuta di riconoscere in sé stesso.
Prima di procedere analizziamo l’etimologia di rancore.
Rancóre, dal latino tardoi: rancor -ōris, derivato di rancere «essere rancido», è termine che si riferisce ad un sentimento di odio, di sdegno, di risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo.
Ancora un passaggio e poi arriviamo al dunque.
In economia con trickle-down, in italiano cascata, gocciolamento o percolazione o ancora ricaduta, si intende un’idea di sviluppo economico, in voga soprattutto negli Stati Uniti, che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti favoriscono necessariamente, e immediatamente, l’intera società, comprese la classe media e le fasce di popolazione più marginali e disagiate. Grande bugia e ideologia di protervi.
Ed eccoci al dunque.
Dice Amato a “la Repubblica”, sempre giornale degli Agnelli, prima Fiat e ora Stellantis: «Quella di Fratelli d’Italia e della Lega continuiamo a chiamarla destra, ma di sicuro non ha la cultura politica di Reagan né della Thatcher né di Major, con cui mi è capitato di lavorare. È un’altra cosa, che ha che fare con l’ideologia dell’ostilità e del rancore. Ed è ancora più complicato sradicarla».
La destra di Reagan era quella dei ricchi del liberismo, ossia, guarda caso, quella che, sotto mentite spoglie, è diventata il riferimento di una sinistra che ha sposato il liberismo globalista cammuffandolo da progressismo.
Amato sostiene che questa destra dell’ostilità e del rancore è “scaturita proprio dalla crisi economica e sociale creata da quell’altra destra liberista”.
“L’ideologia del trickle down – afferma Amato – ha aumentato le diseguaglianze e non ha certo fermato la povertà, ridotta sul piano globale ma accresciuta nei paesi più sviluppati. Ed è proprio qui, in Europa e negli Stati Uniti, che ha messo le sue radici la nuova destra populista, la quale non si nutre più della spinta dei ceti più ricchi ma di un’energia opposta che ricava agitando la bandiera dei perdenti».
Notare: i perdenti. Magari anche, perché no, visto che ci siamo: pezzenti.
Niente di diverso dai miserabili di Hillary Clinton, la quale, usando un aggettivo come sostantivo, ha definito «Deplorables», cioè deplorevoli, inqualificabili, miserabili metà degli elettori di Donald Trump.
L’insopportabile supponenza dei Dem è tutta lì, in termini come deplorables, rancorosi e, conseguentemente fascisti.
C’è una sindrome proiettiva da tenere sempre in considerazione, giusto per capire.
“È la destra anti-establishment”, chiosa la giornalista che intervista Amato.
«Sì – dice Amato -, quella che dice agli ultimi “io sto con te, io ti rappresento”, erigendosi a partito degli scontenti. Sulla scena mondiale Trump ne è forse l’espressione maggiore, ma in Italia Giorgia Meloni è stata capace di mettere a punto un metodo politico non meno efficace perché capace di raccogliere scontentezze di varia natura: i perdenti di una battaglia lontana, i nostalgici di un fascismo che non c’è più, e i perdenti di oggi, quell’enorme prateria del rancore alimentato dal disagio economico e sociale, oltre che dall’insofferenza per i nuovi diritti».
La baronessa Margaret Hilda Thatcher ha governato dal 1979 al 1990.
Il thatcherismo ha rappresentato un rifiuto deciso e un’inversione sistematica del consenso postbellico, in cui i principali partiti politici erano, in gran parte, d’accordo sui temi centrali del keynesismo (lo Stato sociale, l’industria nazionalizzata e la vicina regolazione dell’economia britannica).
Ronald Wilson Reagan, 40° presidente degli Stati Uniti, ha governato dal 1981 al 1989.
La politica di Reagan, detta “reganomics”, si basò sulla teoria economica neoliberista, della quale il premio Nobel Milton Friedman fu portavoce. Nello specifico, l’ex presidente degli Stati Uniti favorì una politica di libero mercato e di rafforzamento dell’offerta (supply-side economy), opponendosi quindi alle teorie economiche keynesiane, secondo le quali il compito del governo è quello di stimolare la domanda.
Sir John Roy Major è un politico britannico, membro del Partito Conservatore, Primo ministro del Regno Unito dal 28 novembre 1990 al 2 maggio 1997.
Dal 1991, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, e per i successivi trent’anni, a governare il mondo è stata la sinistra democratica: clintoniana (con qualche intervallo dei repubblicani solo di nome- Rino-, come Bush) negli Usa, sinistra socialista e democratica in accordo con il Partito popolare in Europa e ircocervo ulivista in Italia.
In buona sostanza, da trent’anni a questa parte, il neoliberismo di cui parla Amato ha lasciato il posto al demosocialismo progressista.
Che cosa ha fatto il demosocialismo progressita? Dal punto di vista economico esattamente quello che ha fatto il neoliberismo, con in più alcuni passaggi dei quali sopportiamo le conseguenza drammaticamente.
Clinton ha fatto entrare la Cina nel Wto, pensando di farne la fabbrica del mondo a basso costo, a bassi salari e senza diritti per i lavoratori.
La logica del globalismo, in fondo, che cosa è se non la libertà totale per il capitalismo finanziario di operare in barba ai diritti?
Clinton & Company hanno tentato di fare della Russia post Urss la miniera a disposizione del capitalismo finanziario. Poi è arrivato Putin e il tentativo è andato a gambe all’aria.
Nel 1992 è stato firmato il trattato sull’Unione europea a Maastricht (in vigore nel 1993) che ha dato il via libera all’asse franco tedesco e al predominio della Germania sull’intera Unione, con una conseguenza evidente: gas a basso costo dalla Russia e delocalizzazione dell’apparato industriale in Cina.
L’Unione Europea, nata al contrario, ossia costruita su un mercato e su una moneta e non su una federazione di Stati, continua ad essere un mostro giuridico e burocratico.
Se guardiamo anche solo agli ultimi quarant’anni, abbiamo avuto ai vertici europei solo esponenti del Pse e del Ppe: Jaques Delors (1985-1995 Pse), Jaques Santer (1995-1999 Ppe), Manuel Marin (1999-1999, Pse), Romano Prodi (1999-2004, Ppe), José Barroso (2004-2014 Pse); Jean Claude Junker (2014-2024, Ppe) e, infine, Ursula von der Leyen (2019-2024, Ppe).
Le coalizioni sono state sempre composte da Ppe e Pse (Democratici & Socialisti).
Cosa ha prodotto l’Unione? Negli ultimi trent’anni, dal trattato di Maastricht in poi?
Crescita esponenziale della burocrazia, distruzione progressiva del welfare, delocalizzazione industriale, impoverimento delle popolazioni, follia green e climatica, con l’obiettivo dichiarato di eliminare la proprietà privata (casa, auto, ecc. ) a tutto favore della finanziarizzazione del mondo, agenda di Davos, nanismo geostrategico, inesistenza militare.
Difficile pensare che gli europei siano felici dei risultati.
In Italia l’Ulivo e tutti i figli dell’albero di Prodi e D’Alema, dopo aver svenduto il Bel Paese in conseguenza delle direttive avute sul Britannia (1992), sono approdati al radical chic che sostituisce i diritti sociali con i nuovi diritti arcobaleno.
Difficile pensare che il popolo, che ha il problema di vivere o di sopravvivere, preferisca il tampax nei cessi dei maschi a cento euro in più in busta paga.
Chi governa in Italia, e Amato lo dovrebbe sapere, non è stato messo al timone del Bel Paese da un’insurrezione, da una sommossa di rancorosi, da un colpo di Stato, ma da libere elezioni democratiche, svoltesi in ordine e con tutte le dovute garanzie costituzionali.
Chi governa per mandato elettorale popolare (il popolo è sovrano) è legittimo rappresentante costituzionale del popolo ed è legittimato a governare.
Il popolo che ha eletto i parlamentari che sostengono il governo di Giorgia Meloni non è riducibile a massa di rancorosi che si associano a nostalgici del fascismo, perché fare queste affermazioni significa avere in disprezzo il popolo, la democrazia, le elezioni democratiche e lo stesso Stato democratico. Significa essere come Hillary Clinton con i suoi deplorables.
Dove sta il rancore?
Ironia della sorte, un giudice, tale Marcello Degni, titolare della Corte dei Conti, sul suo profilo X ha scritto: “Occasione persa. C’erano le condizioni per l’ostruzionismo e l’esercizio provvisorio. Potevamo farli sbavare di rabbia sulla cosiddetta manovra blindata e gli abbiamo invece fatto recitare Marinetti”.
Ecco il rancore. Il rancore di una sinistra incapace di stare all’opposizione, di fare l’opposizione secondo le regole democratiche. Regole che disprezza, disprezzando il Paese.
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, quella di trent’anni di disastri della coalizione Ppe-Pse, vediamo che nella logica delle alternanze la prossima presidenza della Commissione dovrebbe spettare al Pse. Ed ecco che scatta il rancore, l’odio per il popolo che potrebbe votare a destra, determinando uno schieramento tra Ppe e conservatori che escluderebbe i Democratici & Socialisti dal potere a Bruxelles.
Il popolo è rancoroso? No. Ha parto gli occhi. Se il socialista Timmermans ci voleva verdi e poveri, perché il popolo dovrebbe votare socialista? Se la signora Ursula non ci ha ancora detto nulla sui contratti con la casa dei vaccini (prodotti in Germania) e vuole farci mangiare la carne prodotta da Bill Gates, perché il popolo dovrebbe amarla?
Ecco che scatta il rancore, che non è quello del popolo dei deplorables che si allea con i nostalgici fascisti, ma quello dei demosocialisti progressiti, che non ammettono che si possa pensare diversamente da loro.
Camerieri, maggiordomi, ottimati di servizio, dopo aver venduto l’anima al capitalismo finanziario globalista, ora loro sì “sbavano di rabbia” e di rancore per il fatto che i loro giochi sono usciti allo scoperto e il monarca è nudo, mentre loro pensano al menarca dei transitanti da un genera all’altro.
Sono loro, i demosocialisti progressiti radica chic, che si sono trincerati nel limes del rancore. Il popolo ha semplicemente esercitato e eserciterà il suo diritto democratico: votare.
P.S.
Quando si mettono in campo parole che sono la sintesi di un pensiero, sarebbe meglio sforzarsi di essere originali. Rancorosi come deplorables. A questo punto meglio intervistare Hillary, che è l’originale, anziché occuparsi delle fotocopie.





