
Per la maggior parte delle imprese americane, come ha dimostrato l’incontro fra Xi e i grandi amministratori delegati degli Stati Uniti, la Cina resta un interlocutore economico non eludibile.
In questo scenario, il ruolo dello Stato torna in primo piano rispetto al ruolo dominante dei mercati. E’ uno Stato che interviene chirurgicamente sui mercati con una politica industriale molto più attiva che nel recente passato e la conseguenza è che la revisione delle catene globali tecnologiche avviene in una logica di sicurezza nazionale, in quanto la tecnologia è una delle armi con cui si combatte la competizione geopolitica attuale.
La coesione fra Stati e attori finanziari ed economici è una delle condizioni per riuscire a condurre una competizione del genere.
Una crisi su Taiwan, il maggiore produttore al mondo di semi-conduttori, con l’importanza decisiva di una impresa come Tsmc, potrebbe determinare l’innesco di una guerra fra Usa e Cina. Una guerra che, a differenza del conflitto in Ucraina e dello scontro fra Israele ed Hamas, non resterebbe uno scontro regionale, ma avrebbe costi notevolissimi per l’economia globale e sarebbe, a tutti gli effetti una guerra mondiale.
Poiché nessuno dei due attori, attualmente, è in grado di avventurarsi in una guerra guerreggiata, probabile che la competizione Usa-Cina si giochi tutta, o quasi tutta, sul predominio tecnologico.
E’ molto significativo, infatti, che il Pentagono parli, in caso di crisi su Taiwan, della distruzione di Tsmc.
L’intelligenza artificiale (IA) è parte di questo scontro.
Dal punto di vista militare l’esercito americano utilizza l’IA per ottimizzare tutto, dalla manutenzione delle attrezzature alle decisioni di bilancio. Gli analisti dell’intelligence si affidano all’intelligenza artificiale per scansionare rapidamente montagne di informazioni per identificare modelli rilevanti che consentano loro di formulare giudizi migliori e di renderli più rapidi. In futuro, gli americani possono aspettarsi che l’intelligenza artificiale cambi anche il modo in cui gli Stati Uniti e i loro avversari combattono sul campo di battaglia. In breve, l’intelligenza artificiale ha innescato una rivoluzione nel campo della sicurezza, che sta appena iniziando a manifestarsi. Per la Cina è forse più importante. Anzichè seguire il percorso tradizionale di armamenti convenzionali e nucleari la Cina ha perseguito lo sviluppo delle armi IA come minaccia contro i suoi nemici: missili accurati che trasportano carichi utili convenzionali, armi antispaziali e capacità informatiche offensive che intende utilizzare strategicamente per manipolare il rischio di un’escalation verso una guerra nucleare.
Il programma cinese Search for Coercive Leverage sviluppa una teoria della sostituzione strategica per spiegare la scommessa senza precedenti di Pechino sulle armi nell’era dell’IA.
La ricerca da parte della Cina di una leva coercitiva per correggere tali deficit è avvenuta sotto i vincoli dell’inferiorità convenzionale e dei dubbi sulla credibilità delle minacce nucleari, che l’hanno portata a riconoscere questi vantaggi delle armi dell’era dell’informazione come validi sostituti. In questo scenario si stagliano le elezioni americane del novembre 2024 e il possibile ritorno di Donald Trump che sul tema dei rapporti con Pechino potrebbe dare una sterzata in senso conflittuale.
Lo scontro tra Cina e Stati Uniti per la supremazia tecnologica continuerà a tenere banco anche nel 2024. Il motivo è duplice: da una parte i dati sono il petrolio di oggi poiché alimentano la società dell’information and communication technology, ma soprattutto sono il carburante per l’intelligenza artificiale (IA); in secondo luogo il controllo delle aziende tecnologiche cinesi è nelle mani dei gruppi militari-industriali di Pechino. La conseguenza sul lato americano è un nuovo paradigma, illustrato Jake Sullivan, Consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa, per cui una logica securitaria deve ispirare la politica economica. Ignorare le dipendenze economiche – ha detto Sullivan nella primavera scorsa alla Brookings institution, illustrando la cosiddetta foreign policy per la middle class – crea forti vulnerabilità geopolitiche.





