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RIFORMARE LE RSA PER ANZIANI

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di Matteo Notarangelo*

C’è una nuova emergenza sociale e umana: difendere gli anziani e liberarli delle istituzioni totali.  Il politologo Mario Giro scrive: “Case di riposo e Rsa vanno chiuse. Non si tratta di una posizione ideologica ma di una constatazione” (Domani, 21ottobre 2020). Questa idea il politologo la giustifica, scrivendo che il numero degli anziani morti in istituto è troppo alto.  Le Case di Riposo e le Residenze Sanitarie Assistite (RSA) per gli anziani sono da ripensare e, presto, da riformare o chiudere. E lo si vuole fare, perché è disumano istituzionalizzare gli anziani fragili. Le residenze per anziani  – Case di Riposo e RSA- sono istituzioni totali che negano la vita alle persone della terza e della quarta età. Le istituzioni totali non sono ambienti che si avvicinano alla famiglia, ma strutture “assistenziali” di “custodia”, un carcere pensato per l’assistenza di lunga durata.

Le moderne strutture di trattenimento per anziani non rispondono al benessere degli anziani, ma al bisogno dell’ordine sociale e familiare, al disimpegno del prendersi cura della persona fragile da parte della famiglia.

Affidare la cura dell’anziano ad una struttura residenziale è il modo più facile per non vivere il tormento del senso di colpa del familiare disorientato e impaurito dal peso dell’assistenza.

L’anziano mercificato

Le “Case di Riposo” e le “Residenze Sanitarie Assistite” rispondono, pertanto, al bisogno di “liberare” il familiare dal peso del prendersi cura dell’anziano nell’ultimo periodo della sua esistenza.

In questo tempo storico, delegare il resto della vita dell’anziano all’industria dell’assistenza è un modo per mercificare la vita, renderla oggetto di profitto: è il terribile atto necessario dell’uomo moderno.

Tutti sanno che spezzare gli antichi legami familiari è  disumano, il peggiore e innaturale atto umano, un pessimo approccio assistenziale e di cura.

L’essere anziano, invece, è una ricchezza da custodire, salvaguardare e difendere, soprattutto quando è nel mezzo della fragilità biologica.

L’anziano è la storia della famiglia, del quartiere, della comunità: una persona debole da proteggere. Ognuno di loro, tolto al territorio, è una grande perdita: è come privarsi di una grande e ricca biblioteca, di una grande memoria collettiva.

Le istituzioni totali

Nelle città occidentali, purtroppo, si svaluta il valore reale della persona umana e, spesso, si giustificano le ragioni del nuovo grande internamento. Su queste macerie esistenziali  sorgono le mostruose istituzioni assistenziali, simili ai vecchi manicomi.

Istituzionalizzare un anziano è privarlo del diritto alla vita, renderlo prigioniero della sua fragilità fisica, psichica e mentale.

Di più. La vecchiaia  viene  considerata una malattia e gli anziani vengono ospedalizzati e istituzionalizzati, perché malati di “vecchiaia”, ingestibili, ingombranti.

Uomini e donne, deboli e indifesi  vengono consegnati alla solitudine medicalizzata e anonima delle grandi strutture socio-sanitarie, fabbriche di assistenza, da familiari schiacciati dai loro impegni quotidiani.

Il grande internamento

Nel silenzio collettivo, tredici milioni di persone anziane oltre i 65 anni vivono con il timore di un loro certo “imprigionamento”.

Quei tredici milioni sono uomini e donne oppressi dall’angoscia e dall’abbandono, in attesa dell’evento fatale, liberatorio: la morte.

È questo il tempo del “grande internamento” degli anziani, che costituiscono il 20 per cento della popolazione italiana.

I “vecchietti” sono quelle persone che hanno costruito la “ricchezza” italiana nel favoloso trentennio del boom economico, ma anche i figli degli anni Sessanta. Le stesse persone che parlavano di “assalto al cielo”, del diritto alla felicità, di una terza rivoluzione.

E avevano ragione: c’era una terza rivoluzione mancata da compiere: la rivoluzione nonviolenta della tutela degli ultimi, degli indifesi, dei senza potere, degli anziani, una rivoluzione che doveva provenire dal basso, che appartenesse a tutti, uomini e donne, specie gli ultimi, soli e indifesi.

Questo, forse, potrebbe essere il tempo della “quarta” rivoluzione, aperta al sociale, che conduce alla felicità umana, riformando o chiudendo per sempre quei carnai umani per anziani, che sono le RSA, riformando l’attuale legislazione sociosanitaria, pensata per il mercato e per i mercanti.

I prigionieri senza colpa

Oggi nelle strutture sociosanitarie “dorate” c’è lo spirito del profitto, che ammassa, mercifica e spersonalizza  i corpi e la mente di ognuno di noi. Nessuna crede che vivere imprigionato, isolato e in solitudine sia la  felicità sperata.

Questi luoghi assistenziali hanno poco della vita vera e molto di disumanità e impiego di medicine.

In queste strutture, donne e uomini, che hanno vissuto il secolo passato, oggi vivono  i loro ultimi giorni. Il loro mondo, ormai, è limitato e chiuso in una piccola stanza, con tanti ricordi del passato. Questi “corpi” fuori dall’anonima stanza,  non vedono più il mondo, ma altri corpi di anziani, che subiscono lo stesso isolamento e la stessa prigionia, segnati dalla tristezza dei grigi giorni che scorrono tutti uguali.

A ricordare la fine del percorso esistenziale dei tanti internati è l’impossibilità di uscire, di essere dimessi o, almeno, l’idea, la speranza di poter vivere in un modo diverso.

È questa  convinzione che li fa vivere l’espulsione dalla propria abitazione con un marcato senso di colpevolezza, dovuti a vissuti passati. 

La colpa, invece, è aver raggiunto un’età avanzata.

L’essere fragile, malato e maleodorante non può essere causa di un vero e proprio isolamento, inappellabile e condiviso dalle persone più care.

Gli inventori delle prigioni

Per i familiari, affidare il genitore “vecchietto” ai servizi sociosanitari, non è il massimo della cura, il migliore dei mondi possibili.

Tutti parlano di necessità, di impossibilità di prendersi cura. Ognuno di loro ripete che “per quanto buona sia, un’istituzione non potrà mai essere simile al contesto sociale di vita reale, ma c’è del peggio, l’abbandono”.

È vero, c’è l’abbandono, reso dolce con le visite.

Se l’anziano-detenuto è  fortunato, ogni tanto, riceve la visita dei nipotini e, perché no, una loro foto ricordo.

In queste “prigioni dell’assistenza”, consumano i loro giorni anche chi ha pianificato l’internamento degli altri.

In questi muti “non luoghi” è facile incontrare coloro che hanno ideato e voluto che sorgesse e si espandesse un tale sistema assistenziale. Purtroppo, alcuni degli anziani -prigionieri, oggi  senza colpa- sono gli stessi che hanno pensato, ideato, pianificato e permesso la costruzione di queste strutture.

Dicevano che le “nuove” strutture sociosanitarie per anziani erano l’espressione della modernizzazione per quanto riguarda l’assistenza e la presa in cura degli anziani. E tutti, ma proprio tutti, chiedevano residenze sanitarie socio assistenziali e residenze sanitarie assistite  per il proprio territorio, da realizzare anche negli ospedali, colpevolmente chiusi.

Con il grande internamento degli anziani  i governatori delle regioni hanno aumentato il loro consenso e i facili guadagni del privato.

In tutte le regioni, oggi, gli stessi politici e tecnici, che cantavano le lodi delle nuove istituzioni totali, oggi raccontano la loro storia sociale di abbandono, di segregazione e di paura per aver consegnato le loro vite ai mercanti dell’assistenza. 

È evidente, quindi, che in questo tempo e a questi esseri umani non servono discorsi consolatori, ma la forza per togliere legittimità alle istituzioni di riposo e di cura troppo simili ai vecchi manicomi, pronti a imprigionare i distratti giovani di oggi.

Prigioni dorate che segnano gli ultimi anni di vita di padri e  di nonni strappati ai loro cari da un mercato senza regole.

Altri modelli assistenziali

Ci sono altre soluzioni. Ci sono pratiche umane che non considerano gli anziani “numeri”, costretti a condividere quel che resta della vita con centinaia di persone sole e abbandonate come loro.

Quelle soluzioni sono i modelli socioassistenziali umani, leggeri, che valorizzano la persona anziana e il suo mondo di affetti e di conoscenze. “Esistono e funzionano – sostiene Mario Giro – ed esse sono le case in comune e in convivenze, la domiciliarità, le case e i condomini protetti”.

Si, c’è una residenzialità carceraria da abbattere e una nuova residenzialità leggera da inventare

La pensa diversamente il sociologo Cristiano Gori, il quale  scrive: “Il tema vero non è ridurre l’offerta di residenzialità, bensì migliorarla e riqualificarla” (Domani, 20 ottobre 2020).

Il sociologo è convinto che non sia necessario chiudere le strutture, ma elaborare una strategia d’insieme per l’assistenza agli anziani, creando i presupposti per una vera riforma che sappia potenziare i servizi domiciliari, individuare altre soluzioni nella comunità.

Nel mezzo c’è la vita di tanti anziani e la salvaguardia della vita è l’antico dilemma di ognuno di noi, tanto da far affermare da parte di Ginevra Lamberti:  che: “Non sono le Rsa a dover essere riformate, ma è l’intero sistema sociosanitario che va rivisto e corretto dalle fondamenta”.

*Sociologo e counselor professionale.

 

Autore

  • Redazione

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