
di Silverio Allocca
Un interessante articolo intitolato “Le vittime della guerra e la propaganda contro il ‘genocidio’ israeliano” apparso il 12 Dicembre 2023 su “Shalom” – la storica testata edita dalla Comunità Ebraica di Roma fondata nel 1967 da un gruppo di intellettuali ebrei e dalla giornalista e scrittrice Lia Levi che lo ha poi diretto per circa 30 anni– con la firma di di Ugo Volli, professore ordinario di “Filosofia della comunicazione” presso l’Università di Torino, dove dirige il Centro interdipartimentale di ricerca sulla comunicazione, offre lo spunto per affrontare una tema quanto mai importante in questo frangente storico: quello avente avente per tema i vizi della comunicazione e del suo mito tra propaganda e statistica.
Del suo autore, dalla breve presentazione apparsa in calce al menzionato articolo, apprendiamo che “ha al suo attivo oltre trecento pubblicazioni scientifiche e una ventina di libri. Collabora con giornali, radio, televisioni e blog. Ha insegnato in numerose università italiane e straniere fra cui Bologna, Brown, Haifa e New York University. I suoi campi di ricerca principali riguardano l’etica della comunicazione, la teoria semiotica, l’analisi semiotica dei testi canonici della cultura religiosa ebraica, la comunicazione politica, il gusto. Fra i suoi libri più recenti, “Domande alla Torah” (L’Epos 2012), “Periferie del senso” (Aracne 2016). E’ impegnato politicamente nella difesa di Israele e del sionismo”: tanto ho tenuto ad evidenziare al solo scopo di mettere in guardia il lettore circa il fatto che ad incorrere in facili errori può essere chiunque, decisamente chiunque –e questo a prescindere dalle proprie competenze– allorché si trattano tematiche che, a vario titolo, si trova coinvolto emotivamente e/o politicamente.
Il tema qui trattato, che è palesemente intellegibile dal titolo, ha per oggetto il rigetto, la stigmatizzazione di un certo tipo di narrativa che a vario titolo ricorre sui social e su parecchi giornali e riviste: quella che vuole presentare quanto sta accadendo a Gaza come un vero e proprio genocidio, una pulizia etnica, un crimine contro l’umanità tanto più abominevole in quanto commesso dall’esercito israeliano su mandato del Governo di quello Stato sorto, come un’araba fenice, dalle ceneri della Shoà. Queste le parole esatte con cui l’autore dell’articolo descrive il proprio intento: “In tutto il mondo e anche in Italia è in corso una grande campagna di stampa e anche una intensa mobilitazione di piazza contro Israele per bloccare la campagna militare a Gaza che ha lo scopo di liquidare il terrorismo, accusandola di provocare una inaudita crisi umanitaria e addirittura un genocidio. Sono accuse terribili che rimettono in attività il vecchio stereotipo negazionista degli “ebrei che si comportano con i palestinesi come i nazisti facevano con gli ebrei”, e perciò, al di là dell’assurdità palese di questo pregiudizio, merita di essere approfondito per mostrarne la falsità e la natura propagandistica”
Personalmente, se non altro in questa sede, non intendo minimamente addentrarmi nei meandri di tale questione: un qualcosa che per una sua reale comprensione richiederebbe ben altro tipo di approccio a partire da una analisi, doverosamente bipartisan, dei fatti che storicamente hanno portato a quanto sta oggi accadendo.
Un’analisi che tenga presente i due livelli della contrapposizione: quella di matrice storico–religiosa di stampo fondamentalista e quella storico–politica di tempi a noi più prossimi e per giunta caratterizzati dagli stravolgimenti derivanti dalla globalizzazione e dal rimodellamento in corso del Nuovo Ordine Mondiale.
Un’analisi che spieghi le ragioni di un certo panarabismo dalle connotazioni sicuramente, per una parte almeno dei suoi promotori, intrise di un antisemitismo viscerale, storico, che affonda le sue radici in epoche alquanto lontane che possiamo collocare, come da tradizione, ai tempi della cosiddetta “Battaglia del Fossato” (5 Aprile 627 d.C.) ossia all’epoca del periodo Medinese (622-632 d.C.) della predicazione di Maometto.
Un’analisi che sul fronte opposto affronti la questione storico-ideologica delle origini del sionismo, dei suoi sviluppi, delle dinamiche che hanno condotto alla nascita del Movimento Revisionista Sionista (mutatosi nel 1923 nel Partito Revisionista Sionista) ad opera di un askenazita, ossia di quel Vladimir Evgen’evič Žabotinskij, politico russo noto per essere stato tra i capifila del “revisionismo sionista”, nonché scrittore, oratore, soldato, e fondatore dell’Organizzazione per l’Autodifesa Ebraica a Odessa, figura controversa e discussa anche in seno alla stessa comunità ebraica mondiale tra le cui fila non sono pochi coloro che a lui ed ai suoi ideali guardano con ammirazione, non fosse altro per il fatto che il Likud, l’attuale Partito alla guida del Paese, affonda le proprie radici ideologiche nel sionismo revisionista che è stato la base ideologica dell’Irgun nonché la fonte ispiratrice dell’Herut e quindi del Likud.
Per tornare al tema di cui nel citato articolo che di fatto baipassa tutto questo, il vero problema è che, al di là dei numeri delle vittime in gioco e delle granguignolesche testimonianze bipartisan, tutte invariabilmente orientate a creare consenso, nessuno si preoccupa veramente di affrontare la realtà di un conflitto che, dopo 75 anni continua a protrarsi sempre uguale a se stesso per giochi di potere che ben pochi cercano di analizzare.
Non lo hanno fatto e non lo fanno i manifestanti che come pecore sfilano per le strade delle città europee e americane sventolando bandiere palestinesi mentre urlano contro il genocidio di matrice sionista.
Non lo hanno fatto ed ancora non lo hanno i responsabili del Governo israeliano rei, questo si, di aver pronunciato nei confronti dei civili di Gaza delle espressioni degne di miglior causa con decisamente poca logica e senso di opportunità allorché lo fatto non al bancone di un bar di quart’ordine, bensì a più riprese dinanzi alle telecamere o in occasione di dichiarazioni ufficiali.
Purtroppo quando si arriva allo scontro, alla guerra aperta, quando al dialogo si sostituisce la violenza che necessariamente divide i coinvolti in “noi” ed in “voi” ferocemente contrapposti, tutte le riflessioni relative alla comunicazione perdono di significato per mutarsi in manifestazioni intellettualoidi al servizio dell’una e dell’altra fazione in lotta. Oltretutto questa guerra, sempre che l’obiettivo sia l’estirpazione del terrorismo per l’una parte, ovvero la nascita di un vero Stato palestinese finalmente sovrano per l’altra, cosa che non è, ha già conseguito il risultato opposto oltre ad essersi rivelata per entrambe le parti un autogol mediatico di proporzioni ancora non del tutto valutabili.
In tutti questi giorni mi sono domandato spesso una cosa: che sarebbe successo se Netanyahu all’indomani del 7 Ottobre 2023 si fosse direttamente rivolto all’ONU ponendo una semplice domanda “Ditemi cosa devo fare, ma ditemelo ora e non domani!”.
È indubbio che questo avrebbe causato non poco imbarazzo in primo luogo al Consiglio di Sicurezza e poi ai membri dell’intera Assemblea Generale dell’ONU che sarebbe stata investita del pesante, oltre che imbarazzante compito di porre termine all’Intera vicenda, sicché nasce spontaneo chiedersi cosa abbia spinto il Governo israeliano a fare ciò che ha fatto.
Un’ultima osservazione prende le mosse da una affermazione contenuta nell’articolo proposto che essendo stato scritto da un esperto di comunicazione lascia alquanto perplessi. In esso si legge: “Basandosi su questa base si può parlare di un tasso di circa lo 0,3% di caduti rispetto al totale della popolazione palestinese. Sono morti naturalmente causati da combattimenti e bombardamenti delle posizioni terroriste, uccisi nei combattimenti nonostante il fatto che Israele abbia fatto ogni sforzo per non colpire la popolazione civile, avvertendola degli attacchi, predisponendo via di fuga e zone franche. Ogni discorso di genocidio con questi numeri e questi fatti è pure menzogna.”
Perfetto! Accettiamo il dato proposto: prendiamo per buono quello 0,3% e la dichiarazione conclusiva per la quale con questi dati “Ogni discorso di genocidio con questi numeri e questi fatti è pure menzogna”.
La domanda che pongo, però, a questo punto è: i 1400 morti causati dall’efferato e brutale attacco del 7 Ottobre che peso percentuale hanno su una popolazione di 9,7 Mln di persone (questo il dato più recente, aggiornato al 2023, disponibile relativo alla popolazione dello Stato di Israele, un dato comprensivo di un 73,3% di Ebrei ed un 21,1 di Arabi)?
Il semplice calcolo necessario ci mostra che le 1400 vittime su un totale di 7.110.100 (il 73,3% di cui sopra) rappresenta un ancor più misero 0,02% del totale, sicché in che modo questo giustifica la lettura che ne è stata data dall’establishment israeliano?
In che modo Israele giustifica un attacco massiccio delle proporzioni viste e tutta la retorica che l’accompagna alla luce di un dato del genere?
Direi che, con buona pace delle migliori intenzioni del suo estensore, questo articolo dimostra tre sole cose:
- la statistica bisogna saperla usare veramente e questo è un esempio di come non vada usata
- la comunicazione e la propaganda sono due cose ben diverse, visto che la seconda rappresenta un uso distorto della prima
- occorre scendere una buona volta con i piedi per terra e capire che per la via intrapresa da entrambe le parti non si va assolutamente da nessuna parte in quanto banalizzare le sofferenze patite da migliaia e migliaia di civili riferendosi ad esse con l’uso disumanizzante di un fin troppo riduttivo 0,3% fa il paio con la palese intenzione chi ritiene di poter far passare in secondo piano il massacro di 1400 civili nascondendosi, di fatto, dietro un banale 0,02%





