Home Opinioni 4 luglio 2026, i 250 anni degli Stati Uniti

4 luglio 2026, i 250 anni degli Stati Uniti

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Stati Uniti d'America

Grandi festeggiamenti in tutto il Paese per la significativa ricorrenza

Il 4 luglio 2026 è stato il grande giorno: il compleanno dell’America.

A 250 anni dalla rottura con l’Impero britannico, gli Stati Uniti hanno celebrato l’anniversario della propria indipendenza con mesi di preparativi e iniziative in tutto il Paese.

L’amministrazione Trump ha puntato a trasformare la ricorrenza in una celebrazione imponente, senza rinunciare a imprimervi anche una marcata impronta politica.

E come non possono gli italiani festeggiare il grande amico-patron che li ha difesi per ottanta anni?

Il 2 luglio 1776 i delegati del Congresso continentale, in rappresentanza delle tredici colonie britanniche del Nord America, votarono a favore dell’indipendenza.

Il Congresso era stato istituito due anni prima per coordinare e unificare la risposta dei coloni alle politiche sempre più dure imposte dalla Corona britannica nei territori americani.

Due giorni dopo, il 4 luglio 1776, il Congresso continentale adottò la Dichiarazione d’indipendenza, redatta principalmente da Thomas Jefferson nel giugno di quello stesso anno e poi rivista dal cosiddetto “Comitato dei Cinque”: John Adams, Benjamin Franklin, Roger Sherman, Robert R. Livingston e lo stesso Jefferson.

La firma del documento avvenne in seguito: la maggior parte dei delegati iniziò a sottoscriverlo il 2 agosto 1776, mentre altri apposero la firma nei mesi successivi.

I Padri fondatori degli Stati Uniti erano ormai insofferenti verso il dominio, le imposizioni fiscali e la distanza politica del governo di Giorgio III a Londra.

Fortemente influenzata dalle idee dell’Illuminismo, la Dichiarazione proclamò la separazione formale dalla Corona britannica e la nascita di Stati “liberi e indipendenti”.

Allo stesso tempo, il documento mise in primo piano alcuni principi destinati a diventare centrali nella futura architettura istituzionale americana, a cominciare dal consenso dei governati e dalla limitazione del potere.

Particolarmente celebre resta il passaggio del Preambolo, che, ancora oggi, rappresenta uno dei riferimenti più potenti del pensiero democratico moderno: “Riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Eppure, già allora, la distanza tra ideale e realtà era evidente. Una contraddizione destinata a segnare a lungo la storia americana e a riemergere ancora oggi nel dibattito pubblico.

Jefferson, come molti altri Padri fondatori – incluso George Washington, primo presidente degli Stati Uniti – era proprietario di schiavi.

Sarebbero stati necessari decenni prima che una parte significativa della leadership degli Stati del Nord affrontasse davvero il divario tra i principi proclamati e la durezza degli interessi economici e sociali.

Negli Stati del Sud, questo processo fu ancora più lungo e doloroso, trovando una svolta solo dopo la sconfitta della Confederazione nella Guerra civile della metà dell’Ottocento.

Nonostante tali contraddizioni, la Dichiarazione d’indipendenza rimane un documento di straordinaria importanza, capace di influenzare profondamente la successiva Costituzione degli Stati Uniti.

Quest’ultima fu firmata il 17 settembre 1787, ratificata nel giugno 1788 ed entrò in vigore nel marzo 1789.

Abraham Lincoln avrebbe poi indicato nella Dichiarazione del 1776 un argine morale e politico contro la tirannia, l’oppressione e ogni deriva autoritaria all’interno della stessa democrazia americana.

Oggi, non è più il re britannico a esercitare un potere percepito come opprimente, ma una leadership interna, che concentra su di sé una forza politica crescente. Le scelte dell’amministrazione statunitense stanno avendo forti ripercussioni anche a livello internazionale.

Gli sconvolgimenti economici ed energetici globali e l’erosione dell’ordine liberale, fondato negli ultimi ottant’anni su libero commercio, istituzioni multilaterali e cooperazione internazionale, sono stati aggravati dalle politiche spesso caotiche e divisive di Trump (interessante l’atteggiamento nei confronti del Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni).

Per il 250° anniversario dell’indipendenza USA, Canada e Australia hanno richiamato i rispettivi legami storici e strategici con Washington nei loro messaggi di auguri.

Questo è avvenuto nel contesto di una mappa di auguri internazionali che ha offerto una fotografia politica dei rapporti con Washington in un momento di relazioni internazionali complesse, tra dazi e tensioni commerciali con l’amministrazione Trump.

In questo contesto, i messaggi di congratulazioni arrivati alla Casa Bianca da Paesi stranieri, compresi gli Stati membri dell’Unione Europea e altri storici alleati degli Stati Uniti, sembrano rispondere più all’esigenza diplomatica di non irritare un presidente suscettibile che a un sincero entusiasmo celebrativo.

Autore

  • Carlo Marino

    Carlo MarinoCarlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.

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