Il dibattito/scontro: il nuovo linguaggio della nuova ‘politica’
Ormai in politica ogni argomento che solletichi la pancia e tenga lontano il cervello dai ragionamenti è utile. E lo si percorre nel modo peggiore.
La mancanza di sicurezza, e non solo per le strade, è un dato del vissuto quotidiano, ma nella sensazione popolare viene instillato – nelle sue dimensioni – dalla centinaia di ore di trasmissioni TV e dalle centinaia di pagine dei quotidiani. E da un tam-tam incontrollato sui social.
E così ‘popolare’ si appresta a diventare ‘populismo’. E lo diventa.
Escono le statistiche sulla sicurezza e dicono cose precise su una sostanziale riduzione dei reati commessi. Con un trend che viene da lontano. Dunque, mentre la criminalità nel lungo periodo diminuisce secondo questi numeri, nel racconto dell’emergenza essa sembra godere di ottima salute.
E, allora, via alla polemica sulla veridicità dei dati, argomento che attrae tutto, gossip e passioni opposte, ma oscura qualcosa ben più rilevante che i dati statistici non dicono e il populismo neppure.
Perché quei dati segnalano una società malata che ha deciso di non guarire.
È il tipo di criminalità che è cambiato. Il branco, le risse ‘convocate’, la reazione violenta a qualsiasi intervento nei ‘litigi’, anche per solo per sedare risse o impedire reati. Il coltello come ‘arma di elezione’.
Accoltellare una persona non è sparargli un colpo di pistola: è il corpo a corpo, con la violenza ripetuta più volte, l’odio che si scarica nella lama, il disprezzo per la vita altrui che si perpetua nella mano che fa penetrare la lama nel corpo del ‘nemico’. Colpire. E poi ancora. E poi ancora. Ferire. Uccidere.
È la risposta dei presidi per la sicurezza pubblica che è cambiata. A ragione o a torto la forza pubblica si sente bloccata nella sua azione, sepolta come è da accuse di ‘violenza’ e di ‘fascismo’, messa sotto pressione dalla magistratura dopo che una falange di ideologi della politica l’ha additata al pubblico ludibrio.
E se qualche agente è presente a qualche episodio violento, l’unica cosa che può sperare è di non diventarne vittima o di non essere costretta a qualcosa che poi qualche PM – con calma, da dietro una scrivania e non sotto la pressione dell’essere lì presente – giudicherebbe sbagliato perché sarebbe stato più giusto che ‘il poliziotto’ facesse altro.
È la composizione sociale di chi commette reati che è cambiata. Guardare i numeri e ragionarci sopra farebbe avere sotto gli occhi la disgregazione di un tessuto di rapporti nella società, di ascensore sociale ormai a marcia invertita, la mancanza di luoghi e motivi di aggregazione: la vecchia parrocchia che non c’è più, il vecchio circolo di partito, che il concetto stesso di primarie ha spazzato via; una società costruita su culture e valori – e strutture: vedi la famiglia – messe in discussione ma senza dare alternative.
È la quantità di reati commessi da stranieri che si è modificata. E qualcuno ci gioca sporco sopra. Non c’è notizia di reato che non sia preceduta dalla nazionalità di chi quel reato ha commesso. Modo poco appropriato per fare informazione.
E, anche qui, il dibattito/scontro – il nuovo linguaggio della nuova ‘politica’ che è origine magari indiretta della violenza nella società – si accende su tutto quello che non sia la sostanza di questa situazione.
Perché il punto non è negare i problemi di sicurezza legati alla presenza straniera o i fenomeni criminali che coinvolgono cittadini stranieri, ma affrontarli senza trasformare i termini di straniero, immigrato, irregolare, criminale in sinonimi. E c’è chi ci gioca sopra, in un senso e nell’altro.
Ho letto una critica: “La paura è un ottimo argomento elettorale”. Condivido, si gioca con il fuoco e comunque è un modo di fare squallido. Ma non è solo questo.
La paura non fa prendere decisioni. Facendo come si sta facendo, non si è fatto neanche un baffo alla maggioranza, si è avvilito il senso stesso del fare opposizione, si è creato un motivo in più di insicurezza alla società. Che poi è quello che sta dietro allo sfascio che vediamo.
Ma il vulnus resta. Si chiama violenza, che è sempre il tramonto del vivere civile.





