
Il libro del generale Vannacci, l’intervista di Giuliano Amato a Repubblica, l’intervista di Rino Formica a Domani (stesso filone giornalistico di Repubblica) sono tutti puntini di una figura che si va delineando, come nel gioco enigmistico della “Pista cifrata” e che ci fa capire come nel nostro Bel Paese si sia arrivati ad una svolta e come, proprio per questo, si stiano agitando le acque profonde del deep state e quelle, altrettanto profonde, di un blocco di potere che ha svenduto l’Italia e l’ha portata ad essere un vassallo, quando non un cameriere, dell’asse franco tedesco e di un’Unione Europea prona alle strategie della finanza internazionale, il cui distillato di pensiero è quello elaborato nel World Economic Forum, condito con la salsa di provenienza americana, ossia con l’ideologia woke.
La sinistra socialista, in gran parte, ha venduto l’anima alla finanza, ha rimosso la Badgodesberg, ha affossato il welfare e la Bitmestimmung, per consegnarsi a Davos.
La sinistra democristiana e la Ditta (i Ds, ex Pci in versione dalemiana) hanno costituito un blocco di potere, contrassegnato dal marchio dell’Ulivo, che ha figliato il Pd.
Nel futuro d’Europa si intrecciano varie questioni e tra queste il rapporto con la Nato, la costruzione (fantasiosa allo stato attuale) di un esercito europeo e la destrutturazione dell’asse franco tedesco in quanto la Germania ha un deficit non di 17, ma di 86 miliardi e la Francia ha perso le sue posizioni neocoloniali in Africa.
Le carte si vanno rimescolando, ma il mazzo non è più nelle mani di chi lo ha avuto per decenni. Da qui il ribollir dei tini e la nebbia che sale agli irti colli.
Partiamo da Roberto Vannacci. Il suo libro, al di là di tutte le discussioni di merito, di metodo, di stile e via discorrendo, ha suscitato una reazione isterica e una guerra di artiglieria per il motivo che, provocando, come ha detto Paragone, “un rutto liberatorio”, condiviso da un’ampia quantità di italiani, ha fatto capire a chi deve capire che non ci può più essere un patto del Nazareno e che quanto è avvenuto più volte in passato non può più essere fatto.
Il no del “rutto liberatorio” riguarda fatti della storia patria che hanno visto l’inciucio tra Berlusconi e D’Alema, i quali volevano Giuliano Amato al Quirinale.
E qui arriviamo a Giuliano Amato e alle sue esternazioni su Ustica.
Giuliano Amato, socialista Psi, poi socialista Psiup (la scissione della parte filo sovietica del Psi), poi di nuovo Psi e, infine, Ulivo, è stato un possibile successore di Carlo Azeglio Ciampi nella carica di Presidente della Repubblica. Il suo nome è stato proposto dalla Casa delle Libertà, ossia da Silvio Berlusconi.
L’Unione, dopo aver proposto D’Alema è ripiegata su Giorgio Napolitano.
Dal 23 maggio 2007 Amato è divenuto uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico, che riuniva i leader delle componenti del futuro PD; dopo la costituzione del partito, in quanto ex Presidente del consiglio aderente al partito, è componente di diritto del coordinamento nazionale del Partito Democratico.
Nel 2013 il suo nome è circolato come possibile candidato alla Presidenza della Repubblica come accordo di convergenza tra il Partito Democratico, il Popolo delle Libertà (Berlusconi) e Scelta Civica (Monti), in una rosa di nomi proposta dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ristretta poi a una terna dal Presidente del PdL Silvio Berlusconi in cui comparivano anche massimo D’Alema e Franco Marini.
Matteo Renzi, rompendo il Patto del Nazareno, indicò Mattarella.
Sergio Mattarella non era estraneo al complesso di potere dell’Ulivo, ma non era direttamente legato alla Ditta, ossia a quel blocco di potere che rispondeva e risponde a Massimo D’Alema.
Roberto Vannacci, con il suo libro, ha messo in chiaro un no condiviso dalla maggioranza degli italiani ad un possibile nuovo Patto del Nazareno e ha indicato la richiesta di chiudere definitivamente la partita con la Ditta e con D’Alema. Il centro destra è avvisato.
A questo punto parte l’attacco diretto alla Meloni.
La fine della Ditta è devastante per il vecchio blocco di potere che ha reagito demonizzando e poi ha messo in azione un pezzo da novanta: Giuliano Amato, il quale ha rilasciato un’intervista al giornale degli Agnelli, smentita il giorno dopo a “La Verità” e, di fatto, ribadita ieri con uno scritto su Repubblica, dove afferma: “Infine, l’appello a Macron. La richiesta al presidente francese di approfondire la verità su Ustica nasce dalla constatazione che la tragedia del Dc9 risale al 1980: Macron all’epoca non aveva ancora compiuto tre anni. Anche per la sua totale estraneità politica ai fatti, e per la libertà che può derivargliene, Macron potrebbe aiutare a restituire giustizia a 81 vittime innocenti ancora senza colpevoli. Una straordinaria opportunità per rinsaldare il rapporto tra i due paesi. Il ministero degli Esteri francese l’ha accolta, manifestando una volontà di collaborazione, peraltro senza mai domandarsi: perché ora? Un passo in avanti rispetto a chi in Italia continua ostinatamente a voltarsi indietro. Con l’intervista ho voluto lanciare una sfida per arrivare alla verità su Ustica. Ora tocca a chi ne è in grado raccoglierla, sotto la spinta di una stampa non prigioniera del piccolo cabotaggio”.
Nell’intervista rilasciata a Repubblica il 2 settembre Amato non ha risparmiato critiche a Mattarella. Il motivo è facilmente deducibile dal fatto che ultimamente il Presidente della Repubblica si dedica ai sermoni, facendo capire, evidentemente, che non ha intenzione di proteggere la Ditta.
Della Ditta alla deriva si occupa anche il socialista Rino Formica, definito nel suo ambiente socialista “il trozkista”, il quale ha rilasciato un’intervista a Domani, ossia a De Benedetti, che è come dire ad una voce dei Rothschild.
Rino Formica risponde alle domande di Marco Damilano e, dopo essersi occupato di Ustica, afferma: “C’è qualcosa di torbido nell’aria. Per aprire una nuova fase costituente bisogna azzerare la Repubblica, annacquare ogni differenza in una responsabilità collettiva, in misteri che coprono altri misteri”.
Rispondendo alla domanda sul perché Amato ha riaperto il caso Ustica, Formica risponde: “È un intervento che va inquadrato nel clima di questi ultimi mesi. Si vuole chiudere la stagione della Repubblica anti-fascista. Si vuole spingere il paese a prendere atto che un assetto si è definitivamente concluso e che se ne deve aprire un altro. C’è il cedimento della struttura istituzionale che vede un governo parlamentare e un’opposizione parlamentare, entrambi rispettosi della rappresentanza politica del paese, nata l’8 settembre 1943”.
Dopo essersi esercitato in un excursus storico sulla nascita della Repubblica, Formica arriva al dunque: “La destra nuova che oggi governa è erede diretta della destra repubblichina, fascista, collaborazionista. Sono disposti a prendere le distanze dal Ventennio, ma non da Salò. Questa destra sa che la finzione non è più possibile. Vuole dimostrare che la Repubblica in Italia non è stata la conquista definitiva della democrazia, ma una semplice transizione. Vuole far passare che i partiti democratici hanno conservato tutti i mali dello stato pre-fascista e che si sono asserviti alle forze vincenti della Seconda guerra mondiale”. Prosegue Formica: “Per aprire una nuova fase costituente bisogna azzerare la Repubblica, annacquare ogni differenza in una responsabilità collettiva, in misteri che coprono altri misteri. Con l’obiettivo di superare la fase repubblicana e avviare la fase della democrazia diretta, presidenziale. La destra vuole una Costituzione al buio, con l’incerta sollecitazione di avverare il miraggio del capo al comando. Per fare questo serve anche un presidente di transizione, un presidente provvisorio, come fu Enrico De Nicola, di passaggio tra un regime e l’altro. C’è bisogno di un De Nicola due, potrebbe essere lo stesso Amato, ma non solo”.
Formica, al di là di ogni possibile considerazione sull’intera intervista, ci sta dicendo a chiare lettere che chi mette in discussione la Ditta, il blocco di potere che ha governato l’Italia negli ultimi trent’anni, che ne ha consentito il commissariamento e l’asservimento all’asse franco tedesco, fa il gioco del fascismo repubblichino, incarnato dalla Meloni.
In buona sostanza, se non governa l’Ulivo, se nel governo non c’è il Pd, se non c’è un governo di ampie intese, ma in Italia governa la destra, allora siamo già prossimi alla Repubblica sociale, con il possibile spostamento del Governo sulle sponde del Lago di Garda.
Siamo alla farneticazione? No. Siamo all’esplicitazione di un assioma: la democrazia esiste se governa il Pd e la Costituzione è salva se in qualsiasi governo c’è il Pd. Detto in termini più crudi, la democrazia è salva se governa la Ditta e la Costituzione è garantita se governa la Ditta.
In questo modo Formica ci sta dicendo che se non c’è la Ditta a governare l’Italia piomba nel fascismo repubblichino.
Che la morte di un sistema possa evidenziare strani sussulti è comprensibile, ma qui siamo oltre la razionalità e la logica e siamo precipitati nella sentina dei ricatti.
Giorgia Meloni e il suo partito sono da tempo avviati ad essere con Ecr il partito conservatore europeo, non a caso in asse con il partito Repubblicano Usa. Il presidenzialismo è una modalità costituzionale in uso in molte democrazie. Eleggere direttamente il Presidente della Repubblica non significa riaprire il balcone di Piazza Venezia.
Assolutamente impressionante, se non ci fossimo abituati a tutto, l’idea che a garantire una fase costituente possa essere Giuliano Amato, che è stato proposto per ben due volte alla Presidenza della Repubblica da Berlusconi e dalla Ditta e che sarebbe pertanto garante di un nuovo Nazareno.
Siamo distanti migliaia di anni luce dall’Assemblea Costituente che Formica evoca.
Formica ci dice che si può anche avviare una nuova fase costituente, ma chi la deve garantire chi è? Guarda caso sempre chi è strettamente collegato al blocco di potere precedente, quello che ritiene di essere destinato da Dio a governare il Paese.
Ci dovrebbe essere un nuovo Nazareno costituzionale, con una parte, sempre quella, che gioca in campo, fa da arbitro, assegna i punti e decide del campionato.
Un nuovo Nazareno nessuno lo vuole più, perché all’ordine del giorno non c’è Salò, il pericolo neo fascista, la fine della democrazia, ma la chiusura della Ditta. Questo è quanto dice il libro di Vannacci, al di là dello stile e delle singole questioni affrontate.
Non v’è dubbio che queste esternazioni dei brontosuri della politica italiana evocano la possibilità che dalle profondità del deep state escano segreti, cosicché questa stagione sembra essere la stagione dei ricatti annunciati, degli avvertimenti di un mondo che pur di non morire è disposto a trascinare l’Italia nella palude dei veleni.





