L’analisi di Emmanuel Todd
C’è un modo per misurare la forza di una potenza che non passa dai proclami né dalle alleanze, ma dalla capacità di sostenere nel tempo le proprie scelte strategiche.
È su questo terreno che si colloca una lettura sempre più discussa del ruolo globale degli Stati Uniti, non un declino improvviso, ma un logoramento progressivo, che emerge quando la pressione sistemica supera le capacità strutturali.
Questa è l’analisi di Emmanuel Todd, storico, antropologo e demografo francese, spesso citato per aver colto in anticipo dinamiche poi diventate centrali nel panorama internazionale, dalla crisi strutturale dell’Occidente e le difficoltà emerse nel conflitto ucraino, alla Brexit letta come espressione di profonde fratture sociali nel Regno Unito, fino all’ascesa di Donald Trump interpretata come il riflesso di trasformazioni socio-economiche interne agli Stati Uniti.
Una sequenza di eventi che interpretano la fase attuale come una sequenza di battute d’arresto indicative di una trasformazione in atto ben più profonda. Non si tratta, nella sua prospettiva, di singoli insuccessi, ma di segnali coerenti di una difficoltà crescente nel tradurre potenza teorica in efficacia concreta.
Il primo banco di prova è stato il teatro ucraino, dove più che l’esito militare, ciò che viene messo in discussione è la capacità industriale di sostenere un conflitto prolungato.
Le difficoltà nel garantire un flusso costante di armamenti a Kiev hanno riaperto una questione che si riteneva superata, la resistenza della base produttiva occidentale in un contesto di guerra ad alta intensità. In un sistema internazionale tornato competitivo, la superiorità tecnologica non basta se non è accompagnata da profondità industriale.
Il secondo passaggio riguarda il confronto con la Cina, dove la competizione commerciale e tecnologica ha mostrato i limiti delle leve tradizionali, in particolare quelle tariffarie.
Il nodo critico è rappresentato dalle terre rare, che sono essenziali per l’industria avanzata e per la difesa. La dipendenza da queste risorse espone gli Stati Uniti a una vulnerabilità strutturale in un confronto prolungato, il controllo delle filiere conta quanto, se non più, della capacità militare.
La situazione iraniana e dello Stretto di Hormuz assumono un significato ancora più ampio. Stiamo vedendo che non è solo una crisi regionale, ma un punto di convergenza delle tensioni globali.
Un’eventuale escalation con Teheran non rappresenterebbe un episodio isolato, ma un banco di prova complessivo per una potenza chiamata a dimostrare di poter gestire simultaneamente pressione militare, competizione economica e stabilità interna.
Accanto alla dimensione esterna, emerge una questione istituzionale. Secondo Emmanuel Todd, l’architettura classica del sistema americano, fondata sull’equilibrio tra Congresso, Presidenza e Corte Suprema, starebbe lasciando spazio a una configurazione più ristretta, centrata sull’esecutivo e sugli apparati di sicurezza.
In questa lettura, il baricentro decisionale si sposterebbe verso una triade composta dalla Presidenza, dal Pentagono e dalla comunità di intelligence, con una progressiva marginalizzazione degli altri poteri.
In questo spostamento pesa anche un fattore più recente ma decisivo, la crescente integrazione tra apparati di sicurezza e grandi aziende tecnologiche. I contratti strategici stipulati dal Pentagono con colossi del digitale stanno trasformando il dato, il cloud e l’intelligenza artificiale in strumenti centrali della potenza.
La gestione delle informazioni, l’analisi predittiva e le infrastrutture digitali diventano così parte integrante della capacità militare e decisionale.
Questo processo non sostituisce le istituzioni tradizionali, ma ne ridisegna il ruolo. In un momento in cui la velocità operativa è determinante, il potere tende a concentrarsi nei nodi in grado di integrare tecnologia, sicurezza e decisione politica.
Ne deriva un sistema più rapido e coeso, ma anche più ristretto, in cui il rapporto tra potere pubblico e infrastrutture private diventa uno degli elementi centrali della nuova architettura strategica americana.
È una tesi controversa, ma che intercetta una percezione diffusa, quando si presentano fasi di pressione geopolitica elevata, le democrazie tendono a comprimere i propri equilibri interni per guadagnare rapidità decisionale.
Il rischio, tuttavia, è che la concentrazione del potere produca nel tempo una riduzione della capacità critica, proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria.
L’analisi si estende anche all’Asia orientale, dove la competizione tra Washington e Pechino ridisegna gli spazi di autonomia degli attori regionali.
Il caso giapponese appare emblematico, Tokyo si trova oggi al centro di una tensione strategica complessa, da un lato l’alleanza storica con gli Stati Uniti, pilastro della propria sicurezza dal secondo dopoguerra; dall’altro la necessità di gestire una relazione economica e geografica inevitabile con la Cina.
Negli ultimi anni il Giappone ha rafforzato il proprio posizionamento nel campo occidentale, aumentando la spesa per la difesa, ampliando il ruolo delle Forze di autodifesa e partecipando attivamente alle architetture strategiche promosse da Washington nell’Indo-Pacifico.
Questo orientamento riflette una crescente percezione della Cina come rischio sistemico, non solo economico ma anche militare.
Tuttavia, questa scelta non è priva di ambiguità. La Cina resta uno dei principali partner commerciali del Giappone, snodo essenziale delle sue catene di approvvigionamento e mercato fondamentale per la sua economia. Ne deriva una tensione strutturale tra sicurezza e interdipendenza economica.
È proprio in questo spazio che si inserisce il richiamo di Emmanuel Todd. Il rischio, nella sua lettura, è che il Giappone venga progressivamente assorbito in una logica di contrapposizione definita altrove, finendo per costruire la propria identità strategica in funzione del confronto tra Stati Uniti e Cina, più che sulla base dei propri interessi nazionali.
La questione, quindi, non è l’alleanza in sé, ma il grado di autonomia all’interno di essa. Per Tokyo si tratta di trovare un equilibrio tra deterrenza e pragmatismo, tra allineamento e capacità di decisione autonoma. In un contesto in cui la pressione geopolitica aumenta, mantenere questo equilibrio diventa sempre più difficile, ma anche sempre più decisivo.
La riflessione finale tocca un nodo classico della storia delle potenze, il rapporto tra forza e legittimità. Quando una potenza percepisce un indebolimento relativo, tende a compensarlo con un uso più assertivo degli strumenti a disposizione.
Ma è proprio in questa fase che il rischio di sovraestensione aumenta. La capacità di distinguere tra ciò che è possibile e ciò che è sostenibile diventa decisiva.
Più che una diagnosi definitiva, quella proposta da Todd è una chiave di lettura. Ma ha un merito, riportare l’attenzione su un dato spesso trascurato nel dibattito contemporaneo. La potenza non è una condizione statica ma un equilibrio dinamico tra risorse, istituzioni e capacità di adattamento.
E quando questo equilibrio si incrina, le conseguenze non si manifestano subito. Emergono nel tempo, attraverso crisi che non sono mai isolate, ma parti di una stessa architettura


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


