Il fallimento del trumpismo
Per quasi ottant’anni gli Stati Uniti hanno esercitato una forma di egemonia che nessun impero classico aveva mai davvero compreso: non quella fondata sulla mera subordinazione dei più deboli, ma quella costruita sulla convenienza reciproca.
Washington aveva intuito, molto prima delle vecchie potenze coloniali europee, che mantenere partner ricchi, stabili e integrati nel commercio internazionale fosse immensamente più redditizio che governare territori impoveriti e politicamente ostili.
Un’Europa ricostruita grazie al Piano Marshall, protetta dalla NATO, inserita in un sistema monetario e commerciale dominato dal dollaro, non era una concessione altruistica: era il pilastro di un ordine win-win nel quale gli Stati Uniti restavano il beneficiario principale proprio perché gli altri beneficiavano con loro.
Questo fu il vero segreto della leadership americana nel secondo dopoguerra. Non il semplice predominio militare, che pure esisteva, ma la capacità di presentare l’interesse nazionale americano come il motore di un sistema regolato, prevedibile, fondato su regole condivise, tutela delle rotte marittime, affidabilità finanziaria, istituzioni multilaterali e una sostanziale rule of law internazionale.
Gli alleati seguivano Washington non perché ridotti a vassalli coloniali, ma perché stare dentro quel perimetro significava crescere, commerciare, arricchirsi e dormire relativamente tranquilli. L’America era il primus inter pares di un club nel quale quasi tutti avevano qualcosa da guadagnare.
Donald Trump sta distruggendo proprio questa architettura mentale prima ancora che diplomatica.
La sua visione del potere è infatti sorprendentemente arcaica, quasi premoderna: immagina le relazioni internazionali come un braccio di ferro permanente in cui il più forte detta condizioni mutevoli e il più debole si adegua.
Da qui l’uso compulsivo dei dazi come arma punitiva, le minacce territoriali rivolte perfino ad alleati storici, il disprezzo verso organismi multilaterali, la tendenza a trattare accordi e garanzie come foglietti sacrificabili sull’altare dell’umore presidenziale. Ma un sistema globale non funziona come un cantiere di Manhattan gestito da un immobiliarista litigioso. Funziona sulla fiducia che le regole di oggi esisteranno anche domani.
Ed è qui che si misura il declino del soft power americano.
Gli Stati Uniti avevano certamente conosciuto, anche in passato, gravi incoerenze tra principi dichiarati e condotte reali: il Vietnam, Abu Ghraib, Guantanamo, l’Iraq postbellico amministrato con dilettantismo, la Libia abbandonata al caos, l’Afghanistan trascinato senza una strategia politica conclusiva.
Ma quelle ombre non erano mai riuscite a cancellare del tutto il magnetismo del modello statunitense, perché, accanto agli errori, restavano università che formavano classi dirigenti mondiali, una ricerca scientifica dominante, una cultura popolare universalmente desiderata, una stampa aggressiva, un sistema giudiziario percepito come solido, una diplomazia capace almeno di simulare razionalità.
Trump ha progressivamente consumato anche questo capitale immateriale. L’America non appare più come l’arbitro severo ma affidabile dell’ordine occidentale; appare sempre più come un socio nervoso che cambia le clausole del contratto a partita in corso.
E quando viene meno la prevedibilità, viene meno anche quella spontanea disponibilità a seguire la leadership di Washington che aveva costituito la vera forza dell’egemonia americana.
In questo quadro si inserisce un secondo fallimento, meno discusso ma politicamente assai eloquente: il naufragio del progetto MAGA di trasformare il sovranismo europeo in una sorta di dependance ideologica della Casa Bianca.
La convinzione dell’entourage trumpiano era che l’ascesa delle destre nazionaliste nel continente potesse essere cavalcata fino a creare una rete di governi amici, ostili a Bruxelles, diffidenti verso il liberalismo progressista e naturalmente allineati con Washington. Orbán, Le Pen, AfD, Farage, Meloni: il catalogo dei possibili partner sembrava ampio.
L’assunto si sta rivelando clamorosamente sbagliato per una ragione molto semplice: i nazionalismi europei sono antiuniversalisti per definizione e mal sopportano qualsiasi forma di tutela esterna, anche quando questa arriva da un alleato ideologico.
Contestare Bruxelles è una cosa; presentarsi agli elettori come esecutori delle intemperanze americane è un’altra. Per questo le destre continentali hanno cominciato a prendere le distanze dalle guerre di Trump, dalle sue minacce commerciali e dalla sua brutalità diplomatica.
Il caso italiano è forse il più istruttivo. Giorgia Meloni aveva investito moltissimo sulla narrativa del rapporto privilegiato con Trump: il filo diretto con Washington, la capacità di parlare la lingua del conservatorismo americano senza rompere del tutto con Bruxelles, l’idea di poter trasformare la sintonia personale in un dividendo strategico per l’Italia.
Ma gli sviluppi degli ultimi mesi — dalla guerra in Iran agli attacchi scomposti contro Papa Leone XIV, fino alle indiscrezioni su un possibile ridimensionamento della presenza militare statunitense in Italia — hanno trasformato quel presunto vantaggio in una fonte di crescente imbarazzo.
La presidente del Consiglio è stata costretta a smarcarsi, a rassicurare il Vaticano, a difendere l’alleanza atlantica proprio dagli eccessi del suo interlocutore americano.
È il segno che il trumpismo non sta federando il sovranismo europeo: lo sta destabilizzando.
Trump è riuscito infatti nell’impresa di deteriorare contemporaneamente due livelli di consenso.
Da una parte ha incrinato il rapporto con i governi moderati e tradizionalmente atlantisti, esasperati dall’imprevedibilità americana; dall’altra non è riuscito a trasformare le destre radicali in un blocco disciplinato e riconoscente. In sostanza, ha logorato il centro e ha perso la periferia.
Qui sta la miopia storica della stagione MAGA. La grandezza americana non era nata dal principio brutale “io sono il più forte e dunque comando”, ma da una formula molto più sofisticata: “io sono il più forte e costruisco un ordine nel quale conviene anche a te che io resti il più forte”.
Trump ha sostituito l’egemonia con la prepotenza, la prevedibilità con il capriccio, la leadership con il bullismo.
E le superpotenze, quando smettono di essere percepite come utili e cominciano a essere percepite soltanto come ingombranti, non crollano di colpo. Semplicemente iniziano a essere seguite molto meno volentieri.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


