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L’emergenza abitativa

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emergenza abitativa

Perché i “centomila nuovi alloggi popolari” non è la soluzione ideale

Lo Stato e le sue estensioni territoriali, i comuni, hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di gestire i cosiddetti “alloggi popolari” dell’edilizia residenziale pubblica: non sono neppure in grado di mappare l’esatto numero di alloggi esistenti, non conoscono in dettaglio il numero degli occupanti, non sono in grado di garantirne la manutenzione ed i relativi oneri sono fuori controllo.
Le case popolari sono divenute il simbolo del degrado, dell’inefficienza e dell’incapacità di gestire gli immobili pubblici.

Meglio dismetterle: sono soggette ad occupazione illegale (il comune non conosce neppure chi siano i veri occupanti), fatte oggetto di scambio con chi non ne ha diritto, divenute luoghi di attività illecite e di soprusi, prive di manutenzione, lasciate al disfacimento e all’incuria, fonte di costi abnormi, malversazioni e corruzione, contribuiscono alla creazione di ghetti che attirano microcriminalità e sono fonte di disagio per i vicini residenti.

C’è una soluzione alternativa che potrebbe apparire controintuitiva.

In Italia una casa su 4 è sfitta, circa 9,5 milioni di abitazioni. Per incentivare i proprietari a metterle sul mercato è necessario rimuovere i rischi derivanti dai vincoli normativi su durata e canone e dalla mancanza di tutela in caso di non rispetto del contratto di affitto per morosità o altro.

Infatti, in Italia un procedura distratto può durare diversi anni e non si viene risarciti e indennizzati per i canoni non pagati e oneri condomini non pagati e neppure per i danni eventualmente arrecati all’immobile.

Quindi, un primo passo per liberare tutte queste case e metterle sul mercato è quello innanzitutto liberalizzare gli affitti sia nella durata che nel canone e garantire i proprietari della pronta esecuzione dello sfratto affidando a società o agenzie esterne che abbiano certi requisiti verificati quindi una convenzione con lo Stato di eseguire nell’arco di pochi giorni questi sfratti.

L’immissione di migliaia di case sul mercato ne farebbe immediatamente diminuire il prezzo di affitto e le persone meno abbienti potrebbero accedervi con più facilita. Accanto alla liberalizzazione del mercato affitti e alle maggiori garanzie per i proprietari è necessario affiancare un aiuto per chi si trova sotto la soglia del reddito di sussistenza.

Quindi, prender spunto dall’emergenza abitativa per mettere mano alla giungla dei sussidi e razionalizzare il sistema con la creazione di un unico aiuto per gli indigenti diviso tra inabili al lavoro e abili al lavoro.

1) Per gli inabili al lavoro l’aiuto dovrà essere erogato finché permane l’inabilità ed in presenza di una condizione reddituale-patrimoniale che non consente la sussistenza.

2) Per gli abili al lavoro l’erogazione dell’aiuto è subordinato alla stipula di una convenzione con cui il beneficiario accetta eventuali offerte di lavoro che perverranno dalle imprese e fintanto che non si verificherà l’assunzione.

A tal fine deve essere istituita una banca dati di tutti i percettori di sussidi abili al lavoro, da cui le imprese potranno attingere per le assunzioni beneficiando per un determinato numero di mesi dell’aiuto stesso a scomputo del costo del lavoro.

Un modello simile (Hartz IV) ha avuto successo in Germania e prevede la destinazione al pagamento dell’affitto di una quota dell’aiuto da spendere nel libero mercato immobiliare garantendo, al proprietario privato che, quando il beneficiario del contributo perde i requisiti per beneficiare dell’aiuto di Stato e paghi integralmente a proprio carico o lasci l’immobile concesso garantito da una eventuale procedura di sfratto veloce ed efficace.

Ciò evita la creazione di ghetti affetti dalla criminalità delle occupazioni abusive di immobili pubblici dato che con il contributo i beneficiari si distribuiscono in diverse aree delle città e agevola anche la necessità di doversi spostare per esigenze legate ad offerte di lavoro per intero territorio italiano e la garanzia di ottenere un alloggio efficiente e funzionante, senza il rischio di vederselo occupato e senza dover attendere in lista per decenni.

Il Comune è lo Stato risparmierebbe milioni di euro assolvendo alla sua funzione in modo efficiente e, nel caso il richiedente decada dal beneficio per perdita dei requisiti, non deve più procedere agli sfratti (che non è in grado di fare) ma semplicemente cessare l’erogazione del contributo.

In conclusione, l’esperienza dimostra che approntare enormi apparati per erogare beni in natura come gli alloggi popolari espone le amministrazioni pubbliche a maggiori rischi di inefficienza, inefficacia e malversazione mentre è molto più semplice gestire un unico aiuto in denaro seppur soggetto a severi requisiti di ottenimento (essere cittadini italiani, essere in condizioni di comprovata indigenza, accettare incondizionatamente un offerta di lavoro pena la perdita dell’aiuto), lo insegnava il grande economista liberale Milton Friedman premio Nobel per l’economia che è stato un forte sostenitore della sostituzione degli aiuti in natura (buoni pasto, edilizia popolare, assistenza sanitaria specifica, ecc.) con aiuti diretti in denaro.

Il suo ragionamento si basa sui principi del libero mercato e della libertà individuale:

Libertà di scelta e dignità: Friedman riteneva che i poveri sapessero meglio di qualsiasi burocrate di cosa hanno bisogno. Dare denaro in contanti permette alle persone di gestire le proprie risorse con dignità, acquistando ciò che ritengono prioritario.

Contro lo spreco burocratico: sosteneva che gli aiuti in natura (come i buoni alimentari) generassero una complessa e costosa burocrazia intermediaria che riduceva l’effettivo valore dell’aiuto che arrivava ai bisognosi.

Proposta della “Negative Income Tax” (Imposta negativa sul reddito): Nel suo libro Capitalism and Freedom (1962), Friedman propose di sostituire l’intero sistema assistenziale con una “imposta negativa sul reddito”.

Se il reddito di una famiglia fosse sceso sotto una certa soglia, lo Stato non solo non avrebbe richiesto tasse, ma avrebbe fornito un sussidio in denaro, garantendo un “pavimento” economico senza le inefficienze dei programmi statali tradizionali.

Efficienza: il denaro è fungibile e dà maggiore utilità rispetto a un bene specifico imposto dall’alto, che potrebbe non corrispondere alle necessità reali del destinatario.

In sintesi, per Friedman l’obiettivo era aiutare i poveri aumentando la loro libertà di scelta, non limitandola tramite l’assistenzialismo in natura.

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