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Turchia e NATO: il grande paradosso di Ankara

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Turchia - vertice NATO

Nella città che ospita il vertice vietate le manifestazioni e limitata la possibilità di contestare il potere

C’è qualcosa che dovrebbe far riflettere tutti.

La NATO non è soltanto un’alleanza militare.

Nelle sue fondamenta ci sono anche la difesa della democrazia, delle libertà civili e dello Stato di diritto.

Eppure, il vertice di quest’anno si svolge proprio ad Ankara, in un clima che con quei principi sembra entrare in evidente tensione.

Alla vigilia dell’arrivo dei leader dei 32 Paesi dell’Alleanza, il governo turco ha trasformato la capitale in una città blindata.

Manifestazioni vietate. Barricate. Strade chiuse.

Oltre duecento persone fermate o arrestate tra manifestanti, oppositori e persone coinvolte in operazioni di polizia che le autorità definiscono antiterrorismo.

Tra i fermati figurano anche giornalisti e un noto comico.

Di fronte a tutto questo, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha pronunciato parole che meritano attenzione.

Ha ricordato che una democrazia non si misura soltanto con il voto.

Esiste anche il diritto di manifestare.

Esiste la libertà di stampa.

Esiste il diritto al dissenso.

Senza questi elementi una democrazia perde una parte fondamentale della propria identità.

Ed è qui che nasce la domanda.

Com’è possibile che uno dei Paesi più discussi sul piano delle libertà civili sia, contemporaneamente, uno dei pilastri strategici della NATO?

La risposta è tutta nella geopolitica.

La Turchia controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, è la porta tra Europa, Medio Oriente e Mar Nero, dispone del secondo esercito più numeroso dell’Alleanza ed è indispensabile nei rapporti con Russia, Siria, Caucaso e Mediterraneo orientale.

Per questo motivo, negli ultimi anni molti governi occidentali hanno preferito privilegiare la cooperazione strategica rispetto a uno scontro aperto con Erdoğan sul terreno dei diritti civili.

Una scelta che continua a suscitare critiche, perché rischia di dare l’impressione che i principi vengano difesi con maggiore o minore forza a seconda della convenienza geopolitica.

Difendere la sicurezza è fondamentale.

Ma anche la credibilità delle democrazie lo è.

Ed è difficile chiedere al mondo di credere nei valori occidentali quando, proprio durante il vertice che dovrebbe rappresentarli, nella città ospitante vengono vietate le manifestazioni e limitata la possibilità di contestare il potere.

Le libertà valgono soprattutto quando proteggono chi dissente.

Altrimenti rischiano di diventare soltanto parole scritte nei trattati.

E poi c’è un’altra contraddizione che non possiamo ignorare.

Lo stesso Erdoğan che oggi ospita il vertice della NATO è il leader che da mesi definisce Israele uno “Stato genocida”, accusa ripetuta in numerosi interventi pubblici e accompagnata da un’escalation diplomatica contro il governo israeliano.

Negli ultimi giorni è arrivato persino a sostenere che Israele starebbe cercando di far fallire ogni tentativo di stabilizzazione della regione, definendo il governo israeliano “dipendente dalla guerra”.

Anche il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha usato toni durissimi, descrivendo Israele come un peso per l’umanità e chiedendo nuove sanzioni internazionali nei suoi confronti.

È legittimo criticare qualsiasi governo democratico, Israele compreso.
Ma è difficile accettare lezioni di diritti umani da un Paese in cui vengono vietate le manifestazioni, arrestati oppositori e giornalisti, limitata la libertà di stampa e compresse le libertà civili proprio mentre ospita il vertice dell’Alleanza Atlantica.

Le democrazie perdono credibilità quando chi predica libertà chiude le piazze, e quando chi reprime il dissenso pretende di impartire lezioni morali al resto del mondo.

È questo il vero paradosso di Ankara.

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