Sono tra noi e ci odiano, perché la loro fede non fa sconti
È stato arrestato per terrorismo a Firenze un quindicenne tunisino “pronto ad agire per l’ISIS”. E se provate stupore nel leggere aspettate il prosieguo.
Per lo stesso reato, era già stato arrestato lo scorso ottobre, per poi essere inviato in una comunità per compiere il percorso di recupero.
Tanta bontà e comprensione hanno funzionato secondo voi?
No, manco per niente. Rilasciato il 23 marzo, il giorno dopo ha subito ripreso le sue attività con finalità terroristiche, riallacciando i contatti con il Daesh.
Cercava armi e riceveva istruzioni su dove colpire. Quando lo hanno riarrestato, il GIP ha scritto: “Non ha mutato le proprie pericolose convinzioni ideologiche.” Ha proseguito il proselitismo “anche durante il regime di messa alla prova.”
Ventiquattr’ore. Il tempo che lo Stato italiano ha impiegato per accorgersi che i propri strumenti giuridici scivolano su questi ragazzi come acqua sul marmo.
Poi tutti dimenticheranno, in prima fila la sinistra italiana, sempre pronta a giustificare dando la colpa agli altri: è la società che li emargina, è la povertà che li radicalizza, è il razzismo che li spinge tra le braccia dell’ISIS.
Mai una volta che il problema sia chi giura fedeltà a un califfato: il problema è sempre chi lo fa notare.
Ma questo ragazzo non è un caso isolato. È l’ultimo di una serie che nessuno vuole leggere per intero.
Ottobre 2024. Taranto. Un diciassettenne tunisino progetta razzi nella sua stanza. Nella cameretta: vessilli dell’ISIS dipinti a mano e manuali di costruzione.
Dicembre 2024. Bologna. Cinque giovani arrestati. Smantellata la cellula “Da’wa Italia”. A capo, una ragazza pakistana cresciuta nel capoluogo emiliano. Si era radicalizzata durante il Covid, senza frequentare moschee. Solo Internet.
Gennaio 2026. Cantù, provincia di Como. Un diciassettenne egiziano, autoradicalizzato. Propaganda jihadista su TikTok e Instagram. Contatti con soggetti già arrestati per terrorismo.
Febbraio 2026. Caserta. Un minorenne italiano giura fedeltà all’ISIS, si collega con la Siria attraverso il dark web e distribuisce ai coetanei campani manuali per fabbricare esplosivi.
Novembre 2025. Provincia di Pavia. Un minorenne tunisino studia come costruire ordigni incendiari con sostanze da supermercato. Vuole andare a combattere.
Luglio 2025. Ventidue perquisizioni in tutta Italia. Ragazzi tra i tredici e i diciassette anni. Tredici anni. Dalla Sardegna alla Calabria, dalla Lombardia al Veneto. Bilance per polvere da sparo, componenti per molotov, centinaia di chat con guerriglieri armati.
Il bollettino potrebbe continuare a lungo. Risale al 2018, quando un sedicenne di origine algerina amministrava da Udine un canale Telegram dell’ISIS con duecento iscritti e chiedeva consigli su come far passare una cintura esplosiva ai controlli. Stava valutando un’azione nella sua scuola. Aveva sedici anni.
I numeri consolidati dicono il resto. Diciannove minorenni attualmente detenuti per terrorismo jihadista; età media sedici anni.
Di questi diciannove, quattordici hanno la cittadinanza italiana. Sono nati qui, cresciuti qui, andati a scuola qui. Sono tra noi, pronti a colpirci alle spalle. E questi sono solo quelli che conosciamo, perché talmente invasati da operare alla luce del sole sui social.
Dal 2023 al 2025 le operazioni di polizia giudiziaria su minori radicalizzati sono aumentate del 285 per cento: da 7 a 27. I tempi di radicalizzazione sono crollati: nel 2002 servivano sedici mesi, nel 2025 bastano poche settimane.
La Relazione dei servizi segreti presentata al Parlamento nel marzo 2026 aggiunge un dettaglio che toglie il sonno: minorenni, italiani sulla carta ma nemici sul serio, utilizzano l’intelligenza artificiale per cercare istruzioni sulla fabbricazione di ordigni.
Un ragazzino solo che interroga un chatbot su come assemblare un esplosivo. Niente moschea, niente predicatore: un algoritmo.
Perfino il legislatore lo ha capito: nell’aprile 2025 ha introdotto l’articolo 270-quinquies.3 del codice penale, che punisce da due a sei anni chi detiene materiale con istruzioni per fabbricare armi e ordigni con finalità di terrorismo.
Una norma che riconosce ciò che il tribunale dei minori ancora finge di ignorare: quando un quindicenne cerca istruzioni per costruire una bomba, non è un ragazzo da recuperare. È un attacco già in corso.
Non si tratta di episodi isolati. Non si tratta di disagio sociale. Non si tratta di fragilità adolescenziale. Si tratta di un esercito che si arruola nelle camerette tra un video su TikTok e un giuramento su Telegram. Un esercito che lo Stato pretende di smobilitare con la messa alla prova. Praticamente una aspirina per curare un tumore.
Non possono e non devono essere trattati come minorenni. Non sono adolescenti che fanno una scritta sul muro o rompono una vetrina.
Sono soldati di un esercito nemico che progettano stragi, e i danni che possono provocare si misurano in vite umane. Trattarli con la messa alla prova non è garantismo: è incoscienza.
Ed è qui che si nasconde l’errore più grave, più profondo e più ostinato. La presunzione che il nostro modo di ragionare valga per tutti.
Che un percorso rieducativo pensato per il minore che ruba al supermercato funzioni anche per chi giura fedeltà a un califfato.
Che il dialogo, la comunità protetta e l’assistente sociale possano penetrare un sistema di valori che non contempla il dubbio, che identifica il compromesso con il tradimento e che considera la morte per la causa non una tragedia, ma il premio supremo.
Ci si ostina ad applicare categorie nostre – recupero, reinserimento, integrazione – a chi vive dentro un sistema che le rigetta tutte.
Per questi ragazzi il mondo non è diviso tra legale e illegale: è diviso tra credenti e infedeli. La legge italiana non ha alcuna autorità su chi riconosce un’unica legge, quella divina e un unico obiettivo: la sottomissione del miscredente.
Non si recupera chi non si considera perduto. Non si reintegra chi non si è mai sentito parte.
A ogni arresto, a ogni cellula smantellata, parte il ritornello: bisogna dialogare con i musulmani moderati. Separare i buoni dai cattivi. Coinvolgere le comunità. Costruire ponti.
Domanda: qualcuno ha mai sentito l’espressione “cristiani moderati”? “Buddhisti moderati”? “Induisti moderati”? No. Perché nessuna di queste fedi richiede il qualificatore.
Non esiste un problema di estremismo cristiano che renda necessario specificare “moderato” quando si parla di cristiani. Il fatto stesso che si debba aggiungere quell’aggettivo davanti a “musulmano” è già la risposta.
Chi invoca il dialogo con l’Islam moderato sta ammettendo – nel momento stesso in cui pronuncia la frase – che esiste un Islam non moderato sufficientemente vasto da imporre la distinzione.
E sta chiedendo alla parte minoritaria di farsi garante della parte che produce i giuramenti al Califfato nelle stanze di una casa italiana. Con quali strumenti? Con quale autorità? Con quali risultati?
Quattordici ragazzini su diciannove con il passaporto italiano in tasca e il giuramento al Califfato nel telefono.
Integrati sulla carta. Nemici nella testa. Il sistema li ha accolti, istruiti, curati e rilasciati. E loro, un giorno dopo, hanno comprato una nuova sim per ricominciare.
C’è scritto in certi negozi, con quella saggezza amara del commerciante che ha imparato a proprie spese: “Per colpa di qualcuno non fa si credito a nessuno.” E, sulle buone intenzioni di chi pretende di recuperarli, il credito è scaduto da un pezzo.






