“Una volta Netanyahu evitava l’uso della forza. Era sensibile alle vite dei soldati, alla postura internazionale di Israele, alla sua economia. Oggi la guerra è il suo pane e burro. Le IDF stanno collassando su sé stesse, dichiara il Capo di Stato Maggiore. Ma il Primo Ministro non se ne cura.” Così Yossi Verter, l’analista politico del quotidiano Haaretz.
Neppure il suo richiamo a Itamar Ben Gvir, il Ministro per la Sicurezza Nazionale, suona particolarmente efficace. Una tiratina d’orecchi e poco più, nessuna richiesta di rassegnare le dimissioni o almeno di smetterla con le inutili provocazioni nei confronti dei Palestinesi con le passeggiate alla Spianata delle Moschee e col dileggio dei prigionieri.
Di Ben Gvir gira il video beffardo davanti a Marwan Barghouti, l’ergastolano che molti vedrebbero come il migliore successore di Mahmud Abbas alla testa dell’Autorità palestinese. Ed ora la sceneggiata, trionfalmente postata su X, a danno dei detenuti della flottiglia. Tutti accomunati dall’accusa di essere fiancheggiatori dei terroristi di Hamas e perciò meritevoli del trattamento duro cui sono stati sottoposti dalla polizia.
Un’organizzazione umanitaria israeliana dà conto di ferite tali da meritare il ricovero in ospedale, di umiliazioni sessuali, di ferite. Il Ministro degli Esteri ha avuto parole esplicite di condanna nei confronti del collega di Governo. Nulla lascia ritenere che le critiche portino al ravvedimento generale, alla revisione di una politica che sta isolando Israele dalla parte di mondo, come l’Europa, che nei confronti dell’Ebraismo ha un doveroso senso di responsabilità.
Persino Germania e Italia, i due stati membri UE meno propensi alla critica fino ad ostacolare la proposta dell’Alto Rappresentante di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele, sono spinte al linguaggio forte della indignazione. Basti per tutte la dichiarazione del Presidente della Repubblica.
Israele si prepara alla campagna elettorale con mosse sguaiate da parte della coalizione governativa. Il Primo Ministro si vantava di essere l’ago della bilancia, il correttore degli eccessi: è preda degli umori delle componenti estreme. Ha bisogno di qualsiasi voto, anche il meno commendevole, per restare a galla e pensare di riproporre la maggioranza nelle urne.
Se anche si voglia comprendere l’esasperazione, per usare un benevolo eufemismo, nelle campagne di Gaza e Libano, non si comprende la strategia della tensione verso l’universo. La strategia stride persino con l’alleato americano. L’Ambasciatore a Gerusalemme, un sionista così convinto da chiedersi se esista un popolo palestinese, trova spregevole il comportamento del Ministro per la Sicurezza Nazionale. Huckabee comunque condivide l’opinione del Governo che gli equipaggi della flottiglia sono fiancheggiatori di Hamas.
La strategia dei protestatari sta producendo l’effetto sperato. Israele appare nudo sulla scena internazionale. Uno Stato che si voleva democratico, il solo a vantare questo regime nel Medio Oriente, si comporta in maniera poco dignitosa per le sue stesse premesse. Sta imboccando una via scivolosa. Applicare la mano forte, non importa se contro gli autentici nemici o i presunti tali, aliena le simpatie e sfibra le alleanze. Finisce per logorare quel senso di responsabilità verso l’Ebraismo che è il retaggio storico d’Europa.





