Tra disarmo di Hamas e occupazione israeliana
La tregua a Gaza entra nella fase più fragile e controversa.
Il primo rapporto del Board of Peace al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite indica Hamas come principale ostacolo alla seconda fase dell’accordo, sostenendo che il rifiuto del disarmo verificato e il mantenimento del controllo armato impediscano l’avvio della ricostruzione e della transizione politica nella Striscia.
Secondo il piano internazionale, il percorso dovrebbe prevedere il disarmo di Hamas, la distruzione dei tunnel, il ritiro progressivo israeliano, la nascita di un governo tecnocratico palestinese e il dispiegamento di una forza internazionale di sicurezza.
Ma il nodo centrale resta irrisolto: nessuna delle parti appare disposta a rinunciare preventivamente alla propria leva strategica.
Hamas rifiuta il disarmo senza garanzie politiche e senza la fine del controllo israeliano sulla Striscia, mentre Israele considera impossibile ritirarsi lasciando intatte strutture armate, tunnel e capacità militari del movimento palestinese. Il risultato è uno stallo che blocca la seconda fase dell’accordo e impedisce il passaggio dalla tregua alla stabilizzazione reale.
Il rapporto riconosce inoltre continue violazioni del cessate-il-fuoco, con civili uccisi, famiglie sfollate e difficoltà nell’ingresso degli aiuti umanitari. In questo contesto, la ricostruzione resta quasi ferma e oltre due milioni di abitanti continuano a vivere in condizioni precarie, spesso in tende e senza servizi essenziali.
Secondo l’analisi, la ricostruzione di Gaza non rappresenta soltanto una questione umanitaria, ma un vero terreno di scontro politico. Chi controllerà la distribuzione di cemento, energia, acqua, ospedali e abitazioni controllerà anche il consenso e il potere sul territorio. Per questo il tema del disarmo resta strettamente legato a quello della futura governance palestinese.
Dal punto di vista militare, Israele considera essenziale lo smantellamento della rete di tunnel di Hamas, ritenuta non solo infrastruttura bellica ma anche strumento di comando, protezione e sopravvivenza del movimento. Hamas, al contrario, vede nei tunnel e nelle armi l’ultima garanzia contro un controllo israeliano permanente della Striscia.
Il piano prevede anche una possibile forza internazionale di sicurezza, ma restano forti dubbi sulla disponibilità dei Paesi stranieri a inviare truppe in un contesto ad altissimo rischio operativo e politico. Una missione troppo debole rischierebbe di essere inefficace, mentre una presenza militare più robusta potrebbe essere percepita come una nuova occupazione.
La crisi ha anche una dimensione economica e geopolitica. Gaza viene descritta come una catastrofe strutturale, dove senza ricostruzione, lavoro e servizi il cessate il fuoco rischia di restare soltanto una sospensione temporanea della guerra.
Allo stesso tempo, l’attenzione internazionale concentrata sulla crisi tra Stati Uniti e Iran e sullo Stretto di Hormuz rischia di relegare nuovamente Gaza in secondo piano, favorendo il deterioramento progressivo della tregua.
Secondo l’analisi, il vero nodo resta il rapporto tra disarmo e autodeterminazione palestinese. Per Hamas, disarmarsi senza garanzie politiche significherebbe trasformare il cessate il fuoco in una gestione della sconfitta.
Per Israele, invece, nessuna pace stabile è possibile finché la Striscia resta sotto il controllo di un’organizzazione armata. In mezzo resta la popolazione civile, ancora intrappolata tra guerra incompiuta, ricostruzione bloccata e assenza di una soluzione politica condivisa.
In collaborazione multimediale con Notizie Geopolitiche





