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SPIAGGE, DECRETO FITTO

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di Sergio Pizzolante

Come avevo già detto, Fitto ha salvato le spiagge.
Ci provammo (permettetemi il plurale…) 15 anni fa in via Della Carretteria a Roma, sede del Ministero degli Affari Regionali, quando eravamo nella stessa condizione di oggi.
Lo ricordo: procedura di infrazione, gare dal 1 gennaio 2010.
Allora si adottò lo stesso criterio di oggi.
Accordo in Europa per mini proroga (5 anni allora) collegata all’introduzione del principio di concorrenza con la fine del rinnovo automatico.
15 anni fa fu sufficiente l’introduzione del principio, in attesa di una legge che definisse le procedure di selezione.
Dopo questi 15 anni funambolici, quasi tutti giocati sul cattivo gioco della “non applicazione della Bolkestein”, con ministri e associazioni e partiti, quasi tutti impegnati sulle lunghe proroghe senza gare (ad iniziare da quelli oggi presenti al Governo, per essere onesti!), salvo il tentativo della Legge “Pizzolante Arlotti”, perdonate ancora l’autocitazione, approvata nel luglio del 2017 alla Camera e poi non al Senato per fine legislatura, siamo tornati li, non più in via Della Carretteria, ma a Fitto. Comunque.
Di diverso c’è che a differenza di 15 anni fa non è bastato un impegno sul principio per interrompere la procedura di infrazione (rimarrà congelata sino alle gare), ma una normativa stringente. La certezza delle gare. Con criteri di tutela degli investimenti, delle storie, delle peculiarità delle imprese. Ed è giusto così.
Tre anni per preparare le gare ( i Comuni non sarebbero in grado di far prima), utili per le imprese per prepararsi al meglio.
Spiego.
I criteri delle gare sono indicati già nel decreto, alcuni esempi:
– la misura del canone (che quindi non sarà oggetto di gara);
– Il valore minimo dell’indennizzo a favore del concessionario attuale (che quindi potrà essere maggiorato dalla nuova proposta e a carico del proponente e non dello Stato…);
– l’esperienza e la professionalità e la storia acquisita sul campo, fatto importante per dare valore alle offerte degli “uscenti” e alle piccole e micro imprese, famigliari anche;
– riconoscimento degli investimenti non ammortizzati;
– l’impegno alla assunzione dei dipendenti;
– criteri di tutela e valorizzazione ambientale e sociale;
– altro…
E’ più o meno l’impianto del tentativo di 15 anni fa e più o meno quello del 2017, che aveva in più un esplicito riferimento al riconoscimento del valore d’impresa. Ma dopo gli inganni di questi anni e la procedura in corso non si può ottenere tutto. E’ evidente.
Agli amici delle associazioni l’ho detto mille volte: concentratevi sui criteri delle gare e non sulla fuoriuscita dalle gare. Niente.
Adesso siamo qui.
E non siamo messi male. Per niente.
Perché?
Entro giugno il Governo definirà una relazione con alcuni “dettagli” importanti su indennizzi e procedure. Sì facciano proposte serie.
Le associazioni devono smetterla di parlare di cose impossibili e cercare di essere utili su quelle possibili.
E’ comodo, troppo comodo, proclamare l’impossibilità per lasciare la responsabilità di tutto alla politica e al governo.
Un’altra cosa importante.
Ci sono tre anni davanti, utili per i Comuni, ma anche per le imprese, se ci saranno progetti e investimenti seri ed adeguati avranno valore nelle gare e saranno un deterrente per chi vuole concorrere.
Negli investimenti degli ultimi 5 anni avranno valore questi tre anni. Questo è il concetto.

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