di Maccabeo
Fabio Fazio ospita papa Francesco a Che tempo che fa. La notizia sarebbe già di per sé di notevole interesse (sebbene non si tratti della prima incursione di un pontefice in un palinsesto televisivo), ma è, a nostro avviso, totalmente oscurata dalla qualità del dialogo intercorso tra il conduttore e il capo supremo della Chiesa cattolica. Nessuno potrebbe negare la capacità di questo papa di comunicare con le folle, con un atteggiamento da papa-padre e, a tratti, da papa-madre.
Tuttavia, sul piano della qualità filosofica, teologica, logico-argomentativa, il pontefice ha mostrato in questa occasione una pochezza a tratti imbarazzante (che peraltro non gli è nuova).
Per citare solo l’esempio più evidente, ha trattato il tema della presenza del male nel mondo e della sua compatibilità (o incompatibilità) con un Dio infinitamente buono, onnisciente ed onnipotente, ignorando totalmente due millenni di teodicea e di dispute ad essa connesse.
A questo punto sorge spontanea la domanda. Si tratta di un pontefice non all’altezza di argomentare in modo filosoficamente ineccepibile (non sarebbe il primo, Giovanni Paolo II era noto per questi limiti e si avvaleva della penna più raffinata dell’allora cardinale Ratzinger, peraltro anch’egli considerato assai mediocre secondo il giudizio di autorevoli filosofi)?
O forse tutto va ricollocato nella sua appartenenza all’ordine della Compagnia di Gesù, i cui membri vengono addestrati ad adattarsi al contesto in cui operano, costi quel che costi (qualcuno ricorderà i missionari gesuiti che in Cina contaminarono il rito della messa con aspetti del confucianesimo per meglio farsi accettare)?
Se così fosse, significherebbe che il pontefice è consapevole di parlare a una platea di fedeli mediamente assai poco preparati ad affrontare razionalmente qualsivoglia argomento. D’altra parte, questo significherebbe anche una rinuncia aprioristica a cercare di elevare il livello dei fedeli che popolano la chiesa. Meglio, agli occhi del Vaticano, che i fedeli restino pecore di un gregge disposte a seguire un pastore.
O forse si tratta banalmente di una transizione dal “credo perché è assurdo” (credo quia absurdum) di Tertulliano, a un “credo perché non sono in grado di comprendere” (credo quia non possum intellegere), un aggiornamento decisamente più in linea con la discultura dell’era social.




