Home Opinioni SARA’ IL CASO DI FINIRLA CON QUESTO BECERO BUONISMO

SARA’ IL CASO DI FINIRLA CON QUESTO BECERO BUONISMO

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di Carlo Di Stanislao

” Io non sono buono, io sono giusto”

Vangelo Esseno di Michele Arcangelo

” La conoscenza degli altri passa attraverso la conoscenza di noi stessi”

Italo Calvino, Palomar, 1983

” Tra bontà e buonismo la differenza è abissale. La bontà è una virtù, il buonismo è un vizio. La bontà riflette, il buonismo è superficiale” 

Manfredo Anzini, Pillole e caramelle, 2015

Credo sia giusto finirla finalmente con questo “buonismo” onnipresente che non distingue più il bene dal male, il pensiero sensato dalla ciarlataneria, il sacrificio e il merito dalla comoda pigrizia e dall’incapacità. Perché buona parte del buonismo di oggi è una tolleranza infinita per se stessi, trasferita agli altri.

La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”.

Impegnarsi nel desiderio di sviluppare qualità positive è senz’altro un desiderio importante e legittimo, purché tali qualità positive non ci rendano eccessivamente clementi e buonisti, perché il buonismo non cura le piaghe, le ingigantisce. 

Non c’è nessuna possibilità di aprire momenti dialettici partendo dalla presunzione che Giorgia Prima, “figlia del popolino” cerchi sempre di nascondere il saluto romano, il fez, e il gagliardetto della Disperata, rispetto alla bellezza intelligente e sicura di quanti stanno già traslocando verso lidi prezzolati di un cda, di una Presidenza, tra abiure vere o presunte ma sempre in attesa del “sol dell’avvenire”.

L’argomentazione retorica declina le parole estreme, definitive come il fascismo, il nazismo, la festa del 25 aprile, il suprematismo, l’universo del sesso, della famiglia tradizionale o light, il razzismo strisciante, nell’antica e immarcescibile schiavitù del politicamente corretto.

E ancora nell’allestire beceri ridicoli seminari sul colonialismo italiano a L’Aquila, capitale della cultura 2025, eletta dalla destra più retriva.

Nessuno in questo clima ha il coraggio di affermare che “spazzino e operatore ecologico” siano la stessa cosa e che l’offesa forse risiede nella mente ammorbata e semplicistica di quanti sono esenti da pensiero critico, incapaci di entrare nella sostanza del lemma, della professione, dell’etnia, in perfetta assenza di originalità’.

E tutti si commuovono di fronte alla melensa retorica di Giovanni Allevi che quasi ringrazia Dio di avere un cancro o alle lacrime di Bosio per la Chiesa di Medjugorje approvata finalmente dal Vaticano. 

Ma insomma che paese siamo diventati, quello dei nobili padri come Marco Aurelio o quello dei bigliettini dei baci perugina?

L’avvento dell’Era meloniana ha scatenato un’aggressività ed un livore senza precedenti, e in tutti i pollai talkisti l’eccitazione accaldata dei duri e puri è esplosa, causando comunque pochi danni in termini di consensi, mancando sistematicamente di argomentazioni realistiche almeno sul fronte della nostra drammatica quotidianità.

Di contro il nostro cuore palpita e gli occhi sono laghi di lacrime di fronte alla angelica bontà di Allevi e alla fede incrollabile di Bosio.

Ma per favore possiamo riappropriarci della sana coprolalia, delle espressioni legate esclusivamente all’antipatia, nobile sentimento che accomuna gli uomini e che condiziona qualsiasi ulteriore valutazione, come si può osservare nelle smorfie pietrificate degli Scanzi, dei Cacciari, Giannini e compagnia di giro, sempre pronti a valutazioni sull’inadeguatezza di quanti non galleggiano nelle redazioni tranquille dei loro amici, ma che almeno non emanano il puzzo dolciastro del buonismo? 

Non essendo un paese normale, non avendo una coscienza condivisa e condivisibile ci si schiera, come nell’agone del wrestling televisivo, fra lacrime ed insulti.

Noi invece moriremo socialisti (come Nenni, De Martino, Craxi e Susi) e continueremo a chiederci perché Veltroni debba credere di essere un regista, o Zoro un simpatico editorialista, oppure quale regime autocratico voglia abbattere Montanari, mentre la surfista svizzera Elly minaccia sfracelli, dopo le meritate vacanze, ma assomiglia ogni giorno di più a Tomasi di Lampedusa, con Claudio Baglioni post-Pariolino che fa capire che la Segretaria è dei “loro”.

Ma il problema se non fosse comico diventerebbe drammatico, se continuassimo ad imporre la vera dittatura di Genitore Uno e Genitore Due, senza immaginare di umiliare quanti (a milioni e milioni) vogliono senza pretese mantenere un’identità di genere senza offendere nessuno, ed è questo il vero problema: se per essere moderni e alla moda bisogna accettare qualsiasi violenza verbale, semantica, ideologicamente scorretta, che diventa corretta se raccontata dai trombettieri a reti unificate e che tocca essere come Allevi e Bosio per essere buoni. 

Osho ridicolizza il papà di Ilaria Salis: ora fai tanto il comunista ma avevi il poster di Pillon. Perché dovremmo stare con l’uno o con l’altro e non gridare a entrambi: siete ridicoli!

E ancora, non basta dedicare all’Africa la Biennale dell’Architettura di Venezia per stabilire che i nostri fratelli africani sono meglio di noi, sporchi Europei Colonialisti brutali e devastatori (del luogo da cui tutti noi proveniamo), per riaffermare che la “cultura della cancellazione” possa farci dimenticare, come vorrebbero i radical Brick (mattoni radicali), che tra gli sporchi brutti e cattivi oltre ad Hitler e Stalin ci sono stati Galileo, Raffaello, Cervantes, Brunelleschi e Beethoven.

Per fare un nuovo Rinascimento non serve cambiare il colore della pelle di artisti, curatori, scrittori e pensatori, ma confrontarsi senza retorica sulle capacità e sui talenti, avendo anche l’accortezza di affermare che si può anche sbagliare, nell’imporre qualcuno solo perché è una donna, un omosessuale, un nero, oppure un meridionale o settentrionale: la diversità rispetto a quello che è sempre stato considerato, anche e semplicemente, normale anzi banale e non disgustosa come occhi umidi e lacrime finte.

Si stia attenti: questa non è cultura alta, ma le somiglia. È il midcult all’italiana: alimentato da una vena di marketing, cresce e fiorisce, fino ad assumere lo status dell’icona culturale, e consegnare al Paese un nuovo intellettuale. Questo, il punto di partenza (e di arrivo) per capire la resistibile ascesa di Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e Andrea Camilleri, come si argomenta nel libro Popstar della cultura, edito da Fazi, Alessandro Trocino, giornalista del Corriere. 

Un libro che tenta, senza cedere a condanne di capire le storie, le cause e i trucchi di declini e ascese di personaggi che popolano l’immaginario contemporaneo. Che definiscono gusti, tendenze e, in alcuni casi, adesioni di culto. Non gli eroi cui accenna il Galileo di Brecht, ma più una teoria di nuovi santi e martiri che raccolgono su di loro nuovi peccati e nuove preghiere.

Torniamo ad Allevi. La biografia del pianista compositore baciato dalla fortuna, più che dalla Musa, ha toni di scherno cui, va detto, non è facile resistere nonostante la malattia. Solo raccontando la sua storia, emerge con chiarezza la distanza tra ciò che racconta Allevi di sé, e ciò che accade. I fatti, perlopiù, non collimano. Se è vero che nella scuderia di Jovanotti, quel ragazzo «un po’ chiuso» veniva vessato con scherzi e crudeltà, sembra improbabile che «l’imbranato, l’incompreso, il brutto anatroccolo, l’albatros di Baudelaire si chiude imbronciato in camera e legge, o così dice, l’heideggeriano Essere e Tempo, macerandosi sul tempo escatologico della parusia». Già, perché, come spiega Saturnino, bassista di Jovanotti, Allevi deve ad altri la parte più importante della sua carriera, cioè «la creazione del suo personaggio». E si tratta del manager Riccardo Vitanza. Gli viene costruita intorno un’aurea semi-divina, di musicista tormentato e ispirato, quasi costretto a comporre capolavori, con danni alla salute e attacchi di panico.

Nella dialettica del genio incompreso dall’accademia, topos coltivato dal musicista, emerge la totale incapacità del mondo della musica classica di saper essere qualcosa di più di un rito formale e antiquato, di lasciarsi studiare e capire, di non essere elitario. Insomma, sembra dire: non lamentiamoci se poi piace chi più che alle orecchie pensa alla pancia.

Stessa operazione con il rock posticcio dei Maneskin, saliti in cielo e in breve precipitati.

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  • Redazione

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