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Riflessioni sull’Anticristo e sul Katechon

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Anticristo

Stiamo in guardia da ogni forma di messianismo politico, economico, sociale, culturale e tecnologico

In queste pagine vorrei sottoporre all’attenzione del lettore alcune riflessioni sul tema dell’Anticristo e del suo Katechon, che sono diventate oggetto di pubblico dibattito da quando Peter Thiel, dominus di Palantir, è venuto a tenere in Italia le sue conferenze, le quali, sebbene segrete, hanno suscitato grande scalpore e curiosità.

Innanzitutto vorrei ricordare a tutti che il tema escatologico non verte esclusivamente sull’Anticristo e sul suo Katechon, e non è trattato soltanto nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, ma è sviluppato approfonditamente attraverso una serie di immagini presenti nell’Apocalisse di Giovanni, la quale, a sua volta, ricapitola tutta l’apocalittica biblica, a partire dalle visioni del profeta Daniele, che del genere è il padre, e tesaurizza anche quella extrabiblica coeva.

Il drago e le bestie dell’Apocalisse 12-13 simboleggiano le forze del male che perseguitano la fede, secondo la tradizione cristiana. Il drago rosso rappresenta satana, mentre la bestia del mare il potere politico e la bestia della terra o falso profeta incarna  la falsa scienza, e tutte insieme costituiscono una pseudotrinità.

Il drago ha sette teste e dieci corna. La bestia del mare anche. Quella della terra ha due corna e imprime agli uomini il marchio 666. Composta durante la persecuzione neroniana, l’Apocalisse identifica Roma, con sette colli e dieci imperatori – da Cesare a Vespasiano – con la bestia del mare, a sua volta simbolo delle forze del male.

Il crittogramma numerico 666 corrisponde alla somma dei valori numerici delle lettere greche che compongono il nome Cesare – Nerone o Cesare – Dio, contrapposto al crittogramma numerico 888 che equivale alla somma dei valori numerici delle lettere del Nome di Cristo Dio. Il testo quindi acclara una interpretazione precisa, immediata e politica.

Voglio altresì ricordare che negli altri scritti giovannei si parla invece dell’Anticristo. La Prima e la Seconda Lettera dell’Apostolo definiscono l’anticristo come chiunque neghi che Cristo è il Figlio di Dio, per cui egli è un tipo umano che sussiste da ora in molte persone, specie gli apostati o gli eretici o gli scismatici.

Lo spirito dell’anticristo è dunque attivo sin dal presente. In questa prospettiva, come del resto fece Agostino nel De Civitate Dei, l’unità personale anche dell’ultimo e definitivo anticristo, che siede nel tempio e fa di sé un dio, non è affatto certa.

Infine, voglio ricordare il discorso escatologico di Gesù, pronunciato il martedì prima della sua morte e riportato, sia pure con qualche differenza, all’interno dei tre Vangeli sinottici.

Il tema della profanazione del Tempio è suggerita dalla presenza dell’abominio della desolazione in esso, ossia un idolo, che preannunzia la distruzione del tempio.

La statua profetizzata sembrò essere quella di Caligola e Matteo, che scrive a ridosso dell’imposizione dell’idolo nel tempio, intercala le parole di Gesù con un eloquente inciso: chi legge comprenda.

Poi Caligola fu ucciso e il senso della profanazione apparve oscuro. Bisognò aspettare la statua di Giove Capitolino eretta nel nuovo suo tempio al posto di quello di Dio e voluto da Adriano nel 130, perché la parola di Cristo si realizzasse, a cento anni dalla sua morte e resurrezione.

Non si può prescindere dalla compenetrazione di tutti questi elementi testuali per avere una comprensione più esauriente dei concetti di cui dobbiamo parlare.

L’anticristo non è soltanto una figura che compare a un certo punto per fare sensazione, ma è la manifestazione più significativa e definitiva di quel mistero di iniquità che però è già stato sconfitto dal Cristo Redentore.

La Bibbia non è un reportage dal futuro e l’anticristo non è riducibile ad un concetto solo politico o sociale o culturale, pur essendo relativo a una realtà che, per la fede, entrerà pienamente nella storia nei tempi ultimi.

Lo stesso discorso vale per il Katechon, «colui che trattiene»: esso è innanzitutto Dio che agisce tramite le cause seconde e che, a un certo punto, non trattiene più per i suoi scopi, al fine di infliggere all’umanità l’ultima prova.

Non si tratta, quindi, di rimuovere o conservare un certo tipo di ostacolo fisico o psicologico che impedisca la manifestazione del male, ma di capire il senso del suo permanere o essere tolto.

Tutta la tradizione ecclesiastica e teologica su questi temi ha riflettuto molto, producendo a volte effetti singolari di immanentismo, identificando l’anticristo e il katechon con forze politiche ben precise che si opponevano tra loro, sulla scia dell’agostinismo politico.

In realtà l’Apocalisse, oltre a essere un libro sulla fine dei tempi, è anche un libro che ci permette di leggere la storia in una certa prospettiva. Ogni epoca termina e ha una sua apocalisse, e quindi ha il suo anticristo e il suo katechon.

Abbiamo considerato già l’Impero Romano pagano. E quando però esso si cristianizza, diventa il katechon e tale rimarrà fino alla sua caduta, anche nelle sue riedizioni franca e germanica.

La parte occidentale cadde nel 1806 sotto Napoleone Bonaparte, che è il frutto più maturo della rivoluzione francese, che è essa stessa anticristica.

La parte orientale cadde nel 1453 sotto l’urto dei saraceni, che sono i nemici di Cristo per eccellenza in tutto il medioevo e la modernità. Tutto questo è evidente in una storiografia teologicamente orientata.

Ma, anche alla fine di questo genere letterario, si può continuare con una lettura apocalittica della storia che giunga fino al presente, anche suffragato da quelle forme di apocalissi che sono le visioni degli innumerevoli veggenti dei secoli cristiani, che spesso a loro volta sono come midrashim del testo sacro giovanneo.

Proprio a partire dalla Rivoluzione francese, le figure anticristiche all’interno della storia recente diventano sempre più evidenti. La rivoluzione dura dieci anni, sovverte i principi della società cristiana così come è durata per millenni, i principi di una società basata sul trascendente, perseguita attivamente, anche se brevemente, la fede, culmina in un’orgia di sangue, produce un impero, quello napoleonico, che dura dieci anni e che è costituito da sette stati collegati tra di loro, come sette sono le teste del dragone e della bestia. Il suo katechon, una volta che viene sconfitto, è appunto la Restaurazione.

E però poi quel periodo storico finisce e si entra in un’età nuova, un’età liberale, laica, spesso laicista e anticristiana, che ha la sua apocalisse, che si identifica con la Prima Guerra Mondiale, introdotta dal suo anticristo, che è il kaiser. In essa le sei potenze europee si confrontano all’ultimo sangue. E dalle rovine di quell’evento distruttivo vengono fuori altri anticristi.

Viene fuori l’Unione Sovietica, nel 1917, anno cruciale nella storia mistica per le Apparizioni mariane di Fatima. L’URSS ha sette leader e dieci corna, perché dieci sono le entità statuali o  che in Europa si radunano attorno al Paese guida, computando anche la Spagna repubblicana.

Stalin è un nome di sei lettere. Viene anche fuori il Terzo Reich, il cui carattere profondamente anticristico si evince dal fatto che vuole estirpare dalla coscienza collettiva i valori biblici e addirittura sterminarne nei custodi, cioè gli ebrei.

Hitler è un nome con sei caratteri. Gli alleati dittatoriali europei della Germania nazista, con lei sono sette stati. Dalla Germania e dall’URSS è causata la II Guerra Mondiale, che dura sei anni esatti. Dopo il conflitto, il comunismo dilaga. Gli stati comunisti di Asia sono sette. Quelli africani pure.

E in base a ciò arriviamo fino al presente. Perché anche il presente è anticristico. Quando descriviamo l’egemonia mondialista che tutto vuole uniformare, tutto vuole dominare e tutto vuole controllare alla luce del potere del denaro, quando scopriamo che ai vertici delle élite ci sono cupole sataniste che fanno sacrifici umani, non abbiamo forse trovato l’essenza dell’anticristo?

E se facessimo un discorso analogo nella storia della cultura, non potremmo considerare tutte le forme di immanentismo etico – quelle che, per intenderci, da Hegel in poi passando per Marx o per Gentile e arrivando sino al Sessantotto, assolutizzano lo Stato, la Nazione, il Partito, il Genere, la Natura, lo Straniero – non sono anche esse anticristiche perché sostituiscono Dio con una sua caricatura?

E il grande padre del pensiero del Novecento, Friedrich Nietzsche, non è egli esplicitamente anticristico? Non chiede l’abolizione del mondo vero, cioè quello metafisico? Non si fa araldo di un nichilismo attivo che mette l’uomo al posto di Dio, facendolo superuomo? Non contesta la morale cristiana degli schiavi, non annunzia la morte di Dio?

Ragion per cui, anche quando arriviamo al presente e sentiamo le conferenze di Harari a Davos o ci parlano di quelle, evidentemente diverse in una matrice similare, di Thiel, qualche domanda ce la dobbiamo fare, specie se leggiamo che l’uomo deve completare la propria evoluzione ibridandosi con la macchina e il software o che l’interazione tra uomo e macchina può garantire il controllo che argina il male e, quindi, l’anticristo. Sembrano essere le immagini speculari dell’anticristo e del suo kathecon.

Ma questo kathecon con l’IA è biblico?

L’idea di un controllo completo, ossessivo, indipendentemente dai principi che possano muoverlo, è di per sé anticristica, perché è una caricatura di quell’onniscienza e di quell’onnipotenza che spetta solo a Dio.

Come non ricordare il famoso inquisitore di Dostoevskij che, quando incontra Gesù Cristo, gli intima di andare via perché non può opprimere gli uomini con la sua libertà?

Il controllo delle istituzioni ecclesiastiche è diventata una forma di anticristo, perché il Cristo opera sempre nella libertà della coscienza. In poche parole, l’uomo e il suo mondo non potranno mai essere il proprio stesso katechon, non potranno mai fare le veci di Dio nella salvezza dell’umanità.

Perciò, qualunque speranza riposta in un artificio umano, adesso per giunta anche tecnologico, allo scopo di trattenere il male, è sempre una speranza fallace.

L’idea di costruire regni di Dio in terra è vecchia quanto la cristianità e, però, è sempre risultata fasulla. Possiamo costruire società fondate su dei valori anche cristiani, ma non possiamo pretendere di immobilizzare il percorso storico realizzando in terra un paradiso che non ci aspetta, se non nell’altra vita.

Il pensiero che sottende tutto questo è per sua essenza transumano, perché vuole completare la natura umana con i presupposti della cibernetica o dell’informatica e la tentazione anticristica che lo pervade diventa ancora più forte.

Si tratta di una sorta di superuomo, nella fattispecie religioso che si realizza mediante gli sofisticati strumenti tecnologici oggi a disposizione: una forma moderna e seducente di anticristo.

Per questo, sebbene sia molto incuriosito, se non addirittura affascinato dal dibattito su questi temi, mi sento di concludere con un avvertimento chiaro e urgente: guardiamoci da ogni forma di messianismo politico, economico, sociale, culturale e tecnologico.

Ciò che si presenta come la panacea universale di tutti i mali è, in realtà, la loro somma più pericolosa.

Non dimentichiamo le parole enigmatiche e inquietanti di Gesù: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il rischio più grande è proprio questo: trasformare la nostra fede in Dio in una fede in noi stessi, anche quando questa viene mascherata sotto insegne apparentemente sacre.

Perché solo Dio è Signore della storia; qualunque tentativo umano di prenderne il posto, per quanto raffinato e tecnologicamente avanzato, finisce sempre per generare nuova schiavitù invece che salvezza.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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