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Riflessioni mito-storiche sui simboli della Lupa e dell’Aquila

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Lupa e dell'Aquila

Tra simbolismo, esoterismo e significati celati

La Lupa è un simbolo teriomorfo (forma animale) di origine settentrionale, ma ambientato in un’area storica mediterranea e connesso alla cultura matriarcale di quell’ambito.

Essa rappresentava, come simbolo animale, la Grande Dea della più remota antichità italica; la Diana e i suoi paredri (emanazioni terrene del suo potere), assumevano il simbolismo del Lupo.

In terra il Re divino, sposo della Dea incarnata, conosciuta come la Lupa, assumeva il lupo come proprio simbolo regale rivestendosi con la pelle del lupo e la Dea/Regina/Sacerdotessa condivideva il proprio simbolo ferino con le sue colleghe cortigiane preposte al culto della Madre Celeste, sacre e licenziose dispensatrici di gioie amorose al pari delle Usharitu babilonesi.

In epoca successiva, ma sempre in ambito matriarcale, le cortigiane (puttane di alto livello), erano chiamate in Roma “Lupe”.

Nel mito di fondazione di Roma, la donna che adotta e alleva i fatali Gemelli, Acca Larentia, è l’equivalente umano della lupa che, in un primo momento, allatta Romolo e Remo.

Come madre adottiva, la lupa Acca Larentia, in una redazione arcaica del mito, era una Sacerdotessa della Grande Dea sposa del re sacro-Pastore Faustolo: molto probabilmente Faustolo non era un nome proprio, ma un titolo, come Augustus.

In seguito, trasmette l’epiteto di lupi ai gemelli fondatori e, attraverso di loro, ai romani tutti, a loro volta considerati figli di Romolo.

Il Lupo, in quanto vede nel buio, è simbolo di luce; tra i celti la stessa funzione era attribuita alla lince. La Lupa è, quindi, Dea della Luce, ma non della luce solare, forte, chiara, associata al giorno e al calore, alla visione distinta, ma alla luce lunare, debole, indistinta delle cose, nonché all’acqua e all’umidità.

È una luce femminile, dolce ma inquietante, misteriosa, notturna, onirica; irrazionalità, melanconia, sensualità e false apparenze costituiscono le caratteristiche “lupesche” di questo mondo psichico associato alla luna e al chiaro e freddo argenteo femmineo e non già allo splendente e caldo oro maschile.

La connessione fra Luna e Lupa (Acqua e Lupa) si evince, in modo palmare, nella XVIII Lama dei Tarocchi: la Luna; un Lupo e un cane che abbaiano alla Luna nei pressi di uno stagno.

In questo caso, Lupo e Cane rappresentano una dualità di omologhi, dove il Cane o, meglio, la Cagna è la versione terrena della Lupa – Luna Grande Dea, mentre la Cagna non è nient’altro che la versione “laica” della Lupa, la cortigiana non più sacra, come nell’era matriarcale, ma comune donna pubblica nell’ambito patriarcale.

Da parte sua, il Lupo come il cane (cfr. Anubis, il dio sciacallo egizio che guida le anime), svolge il ruolo di psicopompo al regno della sua divina sposa e, in ambito celtico, Lugh, il Dio – Luce – Lince sposo di Birghit, assolve questo ruolo come pure Tukulka, demone psicopompo degli etruschi.

È evidente, allora, che il Lupo – cane è l’inviato della Grande Dea, vista in quest’ambito come Dea della morte, dell’oscuro mondo, come la Luna splendente ma triste e pallida nel nero cielo notturno.

La sinistra fama del lupo ha origine in questo contesto in quanto la sua gola è la porta delle tenebre e della morte, mentre la sua rossa lingua diviene il sangue versato.

Zeus – Lupo (Zeus Lykaios) è una forma del più arcaico Zeus, Giove dei greci, al quale si immolavano in sacrificio degli esseri umani e nelle epoche remote si praticava un tale culto omicida al fine di porre termine ai flagelli naturali e soprattutto in ambito di economia agricola, alla siccità.

Zeus – Lupo, allora, “inviava la pioggia”, rendendo fertili i campi con il dono dell’acqua (connessione, quindi, fra lupo e acqua).

La divina Lupa della leggenda romana è anch’essa connessa con l’elemento acqua: essa, infatti, allatta i gemelli in riva al Tevere e il Santuario di Diana – Lupa sorgeva presso il lago di Nemi: Dea della morte, essa diviene in questo aspetto, Dea della vita con funzione protettiva e materna.

In alchimia il lupo rappresenta il Solve, il dissolvimento della Materia Prima, l’Acqua forte che “Scioglie” il compost determinando, con la sua Morte, la fase al Nero dell’Opera, necessaria e propedeutica alla fase del “Coagula”, la reintegrazione della Materia in un ordine diverso e migliore.

Mentre il simbolo teriomorfo della Lupa ha origini nordiche, ma è connesso, come detto, alla cultura matriarcale del Mediterraneo, ove è proprio della Grande Dea insieme a quello della Cavalla, della Cerva e della Scrofa, il tetramorfo femminile, il simbolo dell’Aquila è di chiara origine nord orientale e connesso alla cultura patriarcale dei popoli delle steppe, presso cui simboleggiava sia Cielo, dove il rapace dominava sino a grandi altezze, sia il Dio del Cielo.

Emblema, quindi, dell’aria, della luce solare e del potere di una divinità suprema maschile, autoritaria, potente, imperiosa, paterna e regale che risiede in alto, presso il cielo, sulle più alte montagne, e, successivamente, nel cielo stesso.

L’Aquila, in tal senso, è equiparata al vento e al fulmine; come vento, è la messaggera del gran Dio che porta i suoi ordini e i suoi messaggi agli uomini e riporta al Dio le parole e le azioni degli uomini; come fulmine, piomba sui nemici del Re del Cielo e consuma la vendetta del Dio offeso.

Questo doppio compito, vento e fulmine, è rappresentato nella simbologia dell’Aquila bicefala degli Ittiti, scolpita sui portali di roccia delle loro città montane.

Tale Aquila bicefala, diventerà in seguito il simbolo dell’Impero d’Oriente come attestazione della pretesa di rappresentare la parte Occidentale come quella Orientale, di ciò che era stato l’Impero unitario di Roma.

Lo stato Carolingio non ha tale pretesa e la sua Aquila è monocefala, mentre la bicefala bizantina sarà l’emblema degli imperi sovranazionali: la Spagna, l’Austria e la Russia.

Nel mondo greco, l’Aquila è il teriomorfo di Giove e rappresenta la divinità in “Alto”, mentre il Leone rappresenta la regalità in “Basso”; ma non va dimenticata la parentela di “sangue” tra Zeus e i più antichi mitici Re Greci, gli Eroi.

D’altra parte, Eracle – Leone in quanto si copre con la pelle di un tale animale, è figlio dello stesso Zeus e della mortale Alcmena e le sue imprese antiche vanno connesse al ricordo enfatizzato di antichi Re – Leone guerrieri patriarcali che, al contempo, esercitavano le funzioni di sacerdoti del Dio dell’Alto, Signore delle Aquile.

Nel contesto storico romano, l’Aquila patriarcale e guerriera succede alla Lupa matriarcale e sacerdotale e, con il suo avvento, segna, nell’immaginario collettivo, il momento di trapasso tra la monarchia Sacra delle Madri e la Res Publica patriarcale, gestita dall’Assemblea dei Padri (Patres et Costripti, il Senato).

L’Aquila diviene, così, l’emblema della forza militare scelta annualmente tra la massa dei cittadini, la Legione (legio, is) al fine di eseguire la vendetta di Roma sui suoi nemici come Aquila – Fulmine.

D’altra parte, il doppio fulmine di Giove era raffigurato sugli scudi dei militi romani, mentre innanzi a loro marciava l’insegna dell’Aquila come simbolo sacrale riferito allo stesso Giove capitolino.

Eppure, gli aquiliferi indossavano una pelle di lupo, veste che li riconnetteva a un’altra epoca, ad altre credenze e a un diverso ordine sociale e religioso: lo spirito conservatore romano aveva permesso questa commistione, coperta dal velo del mito di fondazione.

In ambiente ebraico nella visione di Ezechiele, il profeta vede intorno al trono di Dio degli esseri compositi, con volto di Uomo, zampe di Leone, corpo di Toro e ali d’Aquila, chiaramente riferibili ai geni alati Assiri, mentre, nell’Apocalisse di Giovanni, l’essere tetramorfico si scinde in quattro “animali”; uno a forma di Uomo, uno a forma di Leone, uno a forma di Toro ed uno a forma di Aquila.

Questi quattro esseri nelle due visioni sono da considerare connessi con le quattro lettere sacre del nome (scritto) di Dio, IEVE dove la lettera connessa con l’Aquila, la prima E, unisce l’Alto con il Basso.

L’Uccel di Dio, come lo chiama Dante, diviene in quest’ottica, il simbolo stesso del Cristo, che funge da ponte tra il basso del mondo (Gesù – uomo) con l’alto del cielo (Cristo – Dio).

Il tetramorfo passò poi a simboleggiare i quattro vangeli canonici e l’Aquila fu attribuita al Vangelo Gnostico di Giovanni, “che vola in alto tra i misteri divini”.

Nei Tarocchi, l’Aquila appare nella XXI Lama, il Mondo, insieme alle altre tre figure che compongono il tetramorfo, contornando una figura di fanciulla nuda che regge una tenda rossa, l’interfaccia tra il divino e l’umano, e tiene in mano uno scettro.

In alchimia, l’Aquila simboleggia la pietra filosofale quale messaggera del Sole – Oro in cui essa tramuta i metalli vili e, quindi, come materia finale dell’opera; al contempo, come emblema dello stadio finale dell’opera stessa, si ha la Rubedo od Opera al Rosso.

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