Il numero giusto è zero
Dimezzati. Gli sbarchi dei clandestini sono dimezzati. Ora deve toccare alla metà rimanente.
Questo governo ha ottenuto un risultato eccezionale, che la sinistra giurava impossibile. La soddisfazione è legittima e la strada è quella giusta.
Ma resta tanto da fare, perché anche un solo sbarco è di troppo.
Nessuno deve accontentarsi. Il ladro che entra una notte sì e una no resta un ladro.
I numeri.
Dal 1° gennaio a fine ottobre gli sbarcati sono 26.231, un anno fa erano 58.931. I rimpatri sono 7.300: mai così tanti in rapporto agli sbarchi.
Stanno per superare pure quelli di tutto il 2017, l’anno dei 119.000 sbarcati.
Il lavoro che resta si misura così: 26.231 persone sono una cittadina intera, scelta una per una da uno scafista libico. E, per ognuna che esce, ne entrano ancora circa 3 e mezza.
Il rubinetto è riuscito a stringerlo chi ha avuto il coraggio di metterci le mani. Ma c’è chi vede un pericolo per i propri interessi e vuole riempire la vasca.
Le cooperative rosse dell’accoglienza, che il calo degli sbarchi lo chiamano “rischio d’impresa”, sono la prova che l’altra metà della vasca ha ancora chi la aspetta.
Poi c’è la tabella delle nazionalità, quella che dice tutto. In testa non c’è la Siria, non c’è il Sudan. C’è il Bangladesh: 6.103, uno sbarcato su 4.
Il Bangladesh non si affaccia sul Mediterraneo. Sta a oltre 7.000 chilometri da Lampedusa. Non è in guerra. Per Roma è un Paese sicuro dal 2024, per Bruxelles dal 12 giugno scorso.
In Libia il bengalese non ci arriva a piedi sotto le bombe. Ci arriva in aereo: Dacca, Dubai, l’Egitto, atterraggio a Bengasi.
Lo ha ricostruito il Mixed Migration Centre: il pacchetto costa tra 10.000 e 14.000 dollari, barcone compreso.
Si compra un biglietto per andare a fare il naufrago.
Chi paga? La famiglia, che si indebita. Chi parte? Il figlio maschio, meglio se di 17 anni, perché la legge Zampa gli garantisce che nessuno lo rimanderà indietro.
Di quelli sbarcati quest’anno, 5.284 risultano minori non accompagnati. Uno su 5.
Ad aspettarlo c’è il minimarket del compaesano, che gli dà un banco e un letto. Da lì il ragazzo lavora e spedisce.
Nessun Paese riceve dall’Italia più rimesse: 1,7 miliardi in un anno, certifica la Banca d’Italia.
Sugli stessi dati la Fondazione Leone Moressa calcola che ogni bengalese residente mandi a casa 658 euro al mese, contro una media di 134.
Quei soldi ripagano il debito. Poi finanziano il biglietto del fratello, del cugino, del vicino di villaggio.
Ai trafficanti restano tra 160 e 190 milioni di dollari l’anno. Stima per difetto, avverte lo stesso Mixed Migration Centre.
Ecco perché anche uno solo è di troppo.
Non per principio, per aritmetica: ogni sbarco riuscito non è un arrivo, è un investimento andato a buon fine che ne genera un altro.
Una filiera dimezzata non è una filiera chiusa. Lavora a mezzo regime e aspetta.
Resta da capire perché un Paese intero rischi di scambiare la metà del lavoro per il lavoro finito.
La prima ragione è un trucco che ogni commerciante conosce: si alza il prezzo, poi si fa lo sconto.
Dopo gli oltre 150.000 del 2023, 26.231 sembrano un affare. Siamo il popolo dei saldi: ci commuove il cartellino barrato e non guardiamo più quanto stiamo pagando.
La seconda è più antica. Per trent’anni l’Italia non ha giudicato l’illegalità, l’ha misurata in percentuali.
L’abusivismo si condona, l’evasione si rottama, il clandestino si sana: dal 1986 al 2020 una sanatoria dietro l’altra, l’ultima firmata dal Governo Conte con il PG in piena pandemia.
Il messaggio è arrivato fino ai villaggi del delta del Gange, dove le nostre leggi le leggono meglio di noi: chi mette piede in Italia, prima o poi resta.
Il barcone non è disperazione. È una scommessa razionale su un Paese che per trent’anni ha sempre pagato.
La sinistra, dal canto suo, il conto non lo guarda nemmeno. Nei salotti lo sbarco è un diritto e la cifra un dettaglio da ragionieri.
Salvo scoprire il problema il giorno in cui il centro di accoglienza lo aprono sotto casa.
Così si arriva al paradosso: c’è chi si indigna perché arrivano meno persone e c’è chi rischia di credere che il problema sia chiuso. Nessuno che dica quale sia il numero giusto.
Il numero giusto è zero.
Zero è pure l’unica posizione umanitaria. Ogni sbarco presuppone una traversata e ogni traversata mette in conto i suoi morti.
Chi applaude l’approdo applaude il viaggio.
Chi ha diritto alla protezione entri con i corridoi umanitari. Chi serve alle nostre imprese entri con il decreto flussi, con un contratto e un documento.
Il bengalese l’aereo lo prende già. Basta che atterri a Fiumicino con un visto invece che a Bengasi con uno scafista.
Diranno che lo zero è un’utopia. Pure gli omicidi a zero lo sono, ma nessun prefetto dichiara un obiettivo diverso.
Nessuno chiede al governo di rinnegare il risultato. Si chiede di dichiarare il traguardo, perché chi ha fatto la metà più difficile è l’unico che può fare l’altra.
Dal 12 giugno la lista europea dei Paesi sicuri consente procedure accelerate: si usino sul primo della classifica, fino all’ultimo dei 6.103.
Si dica a Dacca che le quote dei flussi dipendono dalle riammissioni. E l’aeroporto di Bengasi, terminal dei trafficanti, sia il prossimo tavolo.
Poi si scriva l’obiettivo in chiaro: zero.
Fino a quel giorno la metà che manca non è una statistica. È quanta sovranità resta ancora da riprendersi.





