
di Giuseppe Augieri
Mi piacerebbe che si leggesse l’articolo di ieri sul “La Stampa” dal titolo “Il taglio delle tasse non spingerà il Pil, ma minaccia il sistema contributivo”. Al di là delle perentorietà del titolo, le analisi sviluppate sulle ipotesi di azione del Governo in materia di politica economica non sono per niente categoriche nelle conclusioni; sono invece interessanti nello sviluppo dei ragionamenti fatti.
La Stampa chiarisce che rendere “strutturali due misure di politica fiscale a favore dei redditi medio-bassi (già adottate come temporanee) e cioè l’accorpamento delle prime due aliquote Irpef e la “decontribuzione” a favore dei lavoratori avrà un costo totale di 15 miliardi, con benefici, per chi li usufruirà, «non disprezzabili». Ma la domanda è: sono sostenibili e sono la strada giusta?
Una prima mia considerazione: intanto è da escludere che sia la strada giusta quella che vedo in atto, di alzare polveroni di “opposizione e lotta” conditi di inesattezze quando non anche falsità. La bufala di una legge di bilancio tutta contro i redditi medio-bassi è smentita. Una redistribuzione di reddito dalle fasce di reddito più alte a quelle più basse c’è. Indubitabile.
Ma, senza voler fare polemiche, veniamo agli appunti mossi dall’articolo.
Sull’accorpamento delle due prime aliquote si fa cenno all’obiettivo del Governo di far crescere il PIL più della spesa attraverso i consumi, in pratica per autofinanziare l’operazione. Obiettivo che appare dubbio, dice l’articolo, guardando ad esperienze analoghe in altri Paesi, specie se indebitati. E di qui la conclusione «Le strade per la crescita passano per riforme e investimenti più che per la detassazione». Vero: ma in quali condizioni? Che significa «..più che…»?
Sulla “decontribuzione” si sottolinea che si riducono non imposte ma risparmi (tali sono infatti i contributi pensionistici), il che provocherebbe la necessità di portare a carico della finanza pubblica il pagamento futuro di pensioni, soprattutto quelle basse, che – per effetto di questa riduzione dei contributi – si troverebbero ad esser ancora più basse. Il costo dell’operazione («è anch’essa redistributiva» ed è chiaro che sia così) sarebbe di 10-12 miliardi.
Al di là dell’impegno finanziario futuro, nell’immediato, si tratta comunque di aumentare le retribuzioni medio-basse. Ma questo avviene affidando il tutto al bilancio pubblico, «anziché all’aumento della produttività del lavoro come sarebbe auspicabile e come potrebbe avvenire con un adeguato livello di investimenti che rendano il lavoro più produttivo, la crescita più sostenuta e i salari più elevati e crescenti.». Seguono sviluppi di ragionamento interessantissimi. E la chiusura « Siamo sicuri che non ci siano strade migliori per raggiungere salari e pensioni più adeguate?»
Ecco: è su questo vorrei si riflettesse. Anzitutto il metodo dell’articolo, che io apprezzo: si affronta un provvedimento governativo – la chiave della nostra economia per i prossimi anni – senza anatemi, scomuniche e soprattutto senza falsità. Si invita tutti ad un ragionamento che, pur nella sua tecnicalità, è comunque politico. E dà luogo ad un confronto che ha la dignità di chiamarsi politico. Il ragionamento riportato dall’articolo sollecita un piano alternativo che passi dalle discussioni sulla sola finanza a quelle sulle riforme, sulla politica industriale e sulla politica del mercato del lavoro: quest’ultima con poche possibilità di intervento del Governo, affidata nei fatti al confronto imprese-sindacato.
Per me, va completata con considerazioni che attengono alle conseguenza di un mancato rinnovo di questi provvedimenti: è socialmente possibile stopparli? Come? Insomma necessita che si sia tutti assieme a lavorare, senza alibi. Soprattutto senza slogan bugiardi e dunque facili a smentire: tasse che aumentano, tagli alle pensioni, evasione fiscale che non si tocca. In fondo così si aiuta a coprire il “grigio” sulle manovre economiche di questi prossimi anni.
Anni difficili e decisivi ci aspettano, che forse non vengono opportunamente valutati nella loro pericolosità perché, approfondendo le criticità, ma senza pregiudizi, si dovrebbe parlare di due cose che oggi sono trattate come tabù: l’Europa in agonia e la guerra in Ucraina. Vedo già stormi di etichettatori pronti a “indignazioni morali”
A maggior ragione la domanda finale dell’articolo: «siamo sicuri….?» è la sintesi di un programma che mi piacerebbe vedere, assieme alla disponibilità del Governo, nelle proposte dell’opposizione e del Sindacato. Essere un po’ più sicuri del cosa fare. Serve per tutti gli italiani, magliette colorate a parte.





