
di Paolo Falconio
Leggo sempre con piacere le varie analisi che compaiono, soprattutto quelle al di fuori delle narrazioni che, come vedremo, hanno delle conseguenze. Ormai è chiaro a tutti che in Medio Oriente siamo ad un cambio di paradigma, dove Israele – come scrivevo in tempi non sospetti – sta provando a vincere anche contro il suo rivale storico ossia l’Iran. Lo fa evidenziando la debolezza dei rapporti con i suoi proxy che se è vero che dipendono dalla Repubblica Islamica è anche vero che mantengono una certa autonomia, sicuramente in termini di tempistiche, ma non solo. In questo senso Israele ha scardinato la politica iraniana nella regione che consisteva nell’aver circondato Israele con i suoi proxy appunto (Hamas Hezbollah, etc.). Tuttavia, di fronte alla virulenza della risposta dell’IDF all’ attacco del 7 ottobre questi soggetti non sono disponibili a scomparire per gli interessi di Teheran. Il passo successivo è il messaggio politico dell’avvenuto attacco aereo israeliano che è molto semplice: basta intermediari, la Repubblica Islamica decida se vuole un confronto diretto e a quanto pare i destinatari hanno già fatto sapere che non ci saranno ritorsioni. E tuttavia gli accadimenti potrebbero spingere i Pasdaran (che sono uno Stato nello Stato e che hanno un loro apparato industriale affatto clericale, ma che sono anche ampiamente infiltrati dal Mossad) ad un maggior peso politico che potrebbe far riconsiderare, in un’ipotesi di cambio al vertice o semplicemente di fronte al fallimento di una strategia che appariva di successo, le priorità strategiche e in primis lo sviluppo del programma nucleare. Ipotesi questa che sino ad oggi con l’attuale dirigenza “progressista” era da escludere. In ogni caso l’Iran dovrà ripensare la propria postura e la propria strategia.
Alcune precisazioni di carattere militare sono dovute anche per ipotizzare quelle che saranno le evoluzioni all’interno della Repubblica Islamica. Il potere di risposta di Israele lo possiamo immaginare come dei cerchi concentrici. Il primo è costituito dall’esercito che è tra i migliori al mondo, ma in grado di intervenire nei territori immediatamente vicini o comunque relativamente vicini allo Stato Ebraico. Sicuramente non in grado di invadere l’Iran (almeno stando al parere di molti alti ufficiali dell’Esercito Italiano). Il secondo cerchio è costituito dall’aviazione che è in grado di colpire con un ampio raggio di azione in tutta la regione, Iran compreso. Il terzo cerchio è costituito dai servizi segreti (in primis il Mossad) che possono colpire in tutto il mondo anche grazie alla presenza dei sayanim (ebrei che amano Israele e che per motivi patriottici collaborano con il Mossad in due settori spionaggio e attività di disinformazione, manipolazione e propaganda). D’altro canto l’Iran se è vero che possiede un arsenale missilistico di tutto rispetto (non credete alla propaganda di guerra, nel secondo attacco che aveva come bersaglio le basi militari, molti missili hanno raggiunto i loro obiettivi) , è anche vero che le forze convenzionali risalgono ai tempi dello Scià e non costituiscono certo una minaccia per Israele. Quanto sopra per significare che dovremmo poter escludere un conflitto sul modello ucraino.
Fatte le considerazioni di cui sopra l’evoluzione strategica iraniana potrebbe anche andare nel verso di una normalizzazione dei rapporti con Israele, ma questo auspicio cozza contro un Paese giovane (quindi non dominato dalla paura della morte), con un DNA imperiale e che è in lotta per essere una delle potenze dominanti della Regione.
Ulteriore considerazione personalissima è che la recente storia sta dimostrando che l’unico deterrente contro un nemico strapotente in grado di spazzare via intere classi dirigenti se non intere Nazioni, per quanto oscurantiste e criminali, è l’arma atomica (vedi Corea del Nord), quindi sarà molto importante monitorare quando accadrà all’interno della Repubblica Islamica. Purtroppo, questo ragionamento può essere esteso anche ad altri teatri ed è fondamentale che si limitino gli interventi in nazioni canaglia e soprattutto lo si faccia con un ampio consenso che non può essere solo quello della Nato.
In ultimo se dovessi pensare alla finalità della strategia, questa volta israeliana, riguardo i palestinesi, i fatti mi porterebbero a pensare alla creazione di Uno stato e due popoli dove la componente araba (in Israele i palestinesi sono chiamati arabi) sia minoranza. Mi sembra che è ciò che si stia facendo e la ratio sta nella certezza che in difetto fra cinque anni gli israeliani avrebbero un altro 7 ottobre (la storia insegna).
D’altro canto, la fattibilità del disegno può contare su due fattori oltre la forza stessa di Israele. L’appoggio dell’amministrazione americana (a prescindere dal colore) la quale sa bene che se la partita globale dovesse precipitare avrebbe solo due alleati certi, ossia Israele e il Regno Unito (gli altri probabilmente rimarrebbero a guardare) e la presenza dei sopra citati sayanim che di fatto rendono una parte degli ebrei della diaspora pronti a sostenere le ragioni di Israele per motivi patriottici. Questo non deve in alcun modo far pensare ad oscuri complotti. Sono fatti noti all’intelligence e ai lettori di romanzi di spionaggio.
Un breve passaggio sulle elezioni americane, in quanto continuo a vedere letture semplicistiche nell’ ipotesi che vinca Trump di un abbandono dell’Ucraina. A parere dello scrivente chiunque vinca in America, con le differenze che sempre vi sono, dovrà cercare una mediazione onorevole proprio perché siamo affogati in una narrazione che non ha avuto la capacità di spiegare quali erano gli obiettivi reali degli USA che non coincidono interamente con quelli ucraini. L’ abbandono dell’Ucraina sic et simpliciter causerebbe un crollo di credibilità della NATO soprattutto nei baltici e nei nuovi entrati Svezia e Finlandia, Nazioni fondamentali nella partita che si sta giocando nell’ Artico (partita fondamentale per gli assetti geopolitici futuri e a cui dovremmo prestare la massima attenzione) dove anche l’Ucraina potrebbe giocare un ruolo. L’abbandono dell’Ucraina al suo destino fondamentalmente avrebbe le potenzialità per disarticolare l’alleanza che è sempre stato l’ obiettivo strategico della Russia e questo gli USA non se lo possono permettere, a prescindere da chi sarà Presidente.
Un’ultima considerazione dello scrivente che sostiene la necessità imprescindibile dell’alleanza atlantica e che scrive sperando che chi è deputato a prendere le decisioni lo legga e almeno rifletta sulla preoccupazione di un occidente paralizzato e in difficoltà. Gli USA sono il leader indiscusso della NATO e dell’Occidente e se è vero che hanno un chiaro obiettivo strategico e altrettanto vero che non hanno una strategia in grado di operare nel tempo. Ad esempio se io fossi un analista americano sarei molto preoccupato del crescente antiamericanismo nell’Europa Occidentale, che forse è ormai periferia di un mondo il cui centro di gravità si sta spostando in Asia e quindi scarsamente rilevante dal punto di vista di una potenza globale (non sono d’accordo salvo si continui verso il suicidio della decrescita felice e della completa assenza di politiche industriali legate alla realtà e non alle ideologie, ma non è questa la sede ) e tuttavia a mio parere l’Impero Americano è nato in Europa e morirà con l’Europa. Forse è tempo di tornare a sedersi prima di prendere decisioni unilaterali.





