
Non si vive di solo PIL. Ma non si vive senza PIL. E’ come l’aria: non basta per vivere, ma senza ne moriamo. Proseguo qui il mio ragionamento sulla politica economica di questo tempo e leggo un interessante articolo di HuffPost Italy. Ne commento senso e portata.
Una parte consistente del consenso di cui oggi gode la maggioranza si fonda sulla stabilità finanziaria e sul mantenimento di uno spread contenuto, fattore decisivo per un Paese ad alto debito come l’Italia. Questo è un aspetto tutt’altro che marginale per il PIL. Perché senza PIL si muore.
Fermarsi a questo, però, significa confondere la gestione dell’emergenza con una vera strategia di sviluppo. La stabilità finanziaria, da sola, non genera crescita né prospettive future se non è accompagnata da una visione industriale e di sistema di medio e lungo periodo. Ed è proprio questa la grande assente dell’azione di Governo, che su questo andrebbe incalzato. Perché non si vive di solo PIL.
Ed è dunque questo il grande assente dell’azione dell’opposizione. Solo che questo passaggio è delicato e non si presta ad improvvisazioni. Ancor meno a semplificazioni o omissioni. Ancor meno a strumentalità. Con PIL o senza PIL si vive perché il mondo che ci circonda ci “fa vivere” solo ad alcune condizioni di rapporti: l’ idea stessa di autarchia lasciamola alle follie del fascismo. Se poi si parla di finanza, il “me ne frego” non è follia ma sinonimo di suicidio. E la prima di queste condizioni poste è “l’outlook”, cioè affidabilità sul futuro, cioè la richiesta di essere chiari su dove si tende. Con più chiarezza: sulla credibilità, se ci si muove dalla confort area di “attesa” che si è costruita, dei progetti. Che in Italia significa riforme e ancora riforme. Perché bisogna intendersi cosa significa “emergenza”: certo non le sole conseguenze ultime di ritardi decennali. E di antiche pavidità.
Salari bassi: si, ma non si risolvono se scindiamo salari da produttività. Investimenti insufficienti in istruzione e formazione: si ma senza riforme su materie e metodi di apprendimento l’AI stravince comunque e noi saremo servi di tanti, Cina in testa. Servizio Sanitario in apnea finanziaria: ma soprattutto boccheggiante per l’organizzazione tesa a valorizzare bilanci anziché servizi, burocrazia, inefficienze. E dal rilancio che si è avuto dei “baronati”. Scarsa attrattività per i settori ad alto valore aggiunto: ma la strutturazione del lavoro e dei processi è la premessa al cambiamento. Calo demografico, cioè meno nascite che significano meno consumi, minore capacità di attrarre investimenti innovativi e maggiore pressione sulla spesa pubblica e sul sistema di welfare: ma se assieme – e forse prima – di aiuti alle famiglie o “incentivi” a fare figli (mai sentito espressione più brutta) non c’è la rivalutazione della famiglia come struttura intermedia della comunità e polo di attrazione, non si va molto oltre. E c’è il capitolo pensioni. E quello dell’immigrazione regolare contro quella umanitaria ma irregolare.
Leggo che il PD ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito una crisi che i cittadini vivono quotidianamente, ovvero quella del welfare. Dunque il merito sarebbe “la denuncia della crisi”. Ed è un merito? Poi, nei fatti, le alternative proposte alla politica economica si guardano bene dall’affrontare i nodi. La proposta è quasi sempre aumentare la spesa pubblica e cioè minare l’anima stessa del PIL, visto il debito. In gara con il M5S e qualche loro cespuglio.
Per questo concordo con la chiusa della riflessione che ho letta, ma solo se si capovolgono i termini dell’affermazione. La prudenza delle politiche economiche non è “un’operazione tecnicamente riuscita con il paziente morto” come dice l’articolo ma “un’operazione parzialmente riuscita per evitare che il paziente muoia subito”. La malattia resta e va sanata. Al medico che nicchia non va suggerito di usare le aspirine per togliere la febbre: non sono sufficienti. Lo stesso articolo lo riconosce. E lo dice davvero bene: ma lo dice in margine, quasi scusandosi.
Ahi, quando la dialettica diventa retorica. Sono solo parole.





