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Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace. Iraniana

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premio Nobel per la pace

Il volto dell’Iran che il mondo ha dimenticato

Narges Mohammadi.
Premio Nobel per la Pace. Iraniana.
Donna. Dissidente.
Prigioniera di un regime che odia le donne libere.

Lei è il volto dell’Iran che il mondo ha dimenticato: l’Iran delle ragazze che si tagliavano i capelli in piazza, delle donne che bruciavano il velo, dei ragazzi impiccati, degli studenti arrestati, delle madri disperate, dei dissidenti spariti nelle carceri.

Quell’Iran non era morto.
Era stato solo sepolto sotto il rumore dei missili.

Prima che tutti si mettessero a parlare dello Stretto di Hormuz, della benzina, del petrolio, delle borse, dei mercati e della paura occidentale di restare senza carburante, c’era questo: un popolo in rivolta contro la Repubblica islamica.

C’era Mahsa Amini, morta dopo l’arresto della polizia morale.

C’erano le donne iraniane che gridavano Donna, Vita, Libertà.

C’erano i capelli tagliati come gesto di sfida.

C’erano i veli bruciati.

C’erano i ragazzi massacrati nelle strade.

C’erano le celle, le torture, le condanne a morte.

E c’era Narges Mohammadi, Nobel per la Pace, chiusa dentro quel sistema carcerario come una colpa vivente: la colpa di essere libera in un Paese che pretende l’obbedienza.

Poi è arrivato il nucleare.

Perché Israele ha colpito? Perché Israele non poteva permettere che quel regime arrivasse alla bomba atomica.

Non un regime normale, non uno Stato semplicemente ostile: la Repubblica islamica dell’Iran, quella che finanzia Hamas, Hezbollah, gli Houthi, le milizie sciite, quella che da anni predica la cancellazione di Israele.
Israele non ha bombardato per capriccio.

Ha bombardato perché vedeva crescere l’arricchimento dell’uranio, vedeva avvicinarsi la possibilità della bomba, vedeva un regime genocidario nei proclami avvicinarsi allo strumento definitivo per trasformare la minaccia in catastrofe.

Poi è intervenuto Trump, poi sono arrivati i bombardamenti americani, poi l’Iran ha minacciato Hormuz.

Ed ecco il mondo occidentale: improvvisamente terrorizzato non dalla bomba atomica iraniana, non dalle donne impiccate, non dai dissidenti lasciati morire in carcere, ma dalla benzina, dal petrolio, dai mercati.

Il dramma vero è questo: l’Occidente ha smesso di guardare Narges Mohammadi e ha guardato il distributore di carburante.

E così il regime iraniano è riuscito ancora una volta nel suo capolavoro: nascondere le proprie vittime dietro una crisi internazionale.

Ma la vera origine resta lì: un regime che reprime il suo popolo, sogna la bomba, arma i terroristi e minaccia Israele.

E, dall’altra parte, Israele, che non poteva aspettare seduto che chi invoca la sua distruzione arrivasse alla bomba atomica.

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