
di Vito Sibilio
Papa Leone XIV è un Papa ancora col naso di cera, ma alcune cose possono essere già dette con molta chiarezza. Papa Prevost non è né il Papa di Trump né il Papa contro Trump. Non ha preso posizioni politiche nel corso dei suoi due anni curiali, tranne il minimo indispensabile per difendere le scelte della Santa Sede – come nella polemica con Vance a mezzo social – ma non significa che debbano essere anche le sue scelte e, soprattutto, che egli debba imbarcarsi in una anacronistica lotta contro l’Impero. Bergoglio è stato un Papa politico, dentro e fuori la Chiesa: equilibri e lotte sono state il suo pane. Prevost è un Papa che da subito ha acclarato un profilo religioso e cristiano. Quando morì Paolo VI una parte della Chiesa chiese, polemicamente, un Papa cattolico. Ora sembra che, dopo dodici anni di Chiesa in uscita, a quella richiesta si sia data una risposta differita. Certo, l’ombra di Donald Trump c’è stata sul Conclave: la sua raffigurazione in abiti pontificali è stato un chiaro richiamo al fatto che non avrebbe accettato un Papa contro di lui, un cappellano del detronizzato deep state della sinistra mondialista. Ma i messaggi in codice, si sa, si lanciano se qualcuno li sa decodificare e una parte del Collegio Cardinalizio l’ha ben colto, anzi non aveva aspettato che gli fosse lanciato. Erano tutti quelli che erano stufi del cerchio magico di Santa Marta, delle sue commistioni con l’alta finanza globalista mascherate di pauperismo ecologico e migrazionista, delle semplificazioni delle problematiche ecclesiali fatte dal Papa defunto che le complicavano incredibilmente, dei residui anacronistici della Teologia della Liberazione oramai all’amatriciana, dei metodi dispotici nel governo ordinario, della fomentazione di opposizioni polari che diventavano vere e proprie faide ecclesiastiche. Evidentemente costoro erano maggioranza, dato il risultato. Timothy Dolan e Raymond Leo Burke hanno unito le anime del Cardinalato USA e hanno tracciato un profilo di candidato, quello di Prevost, che ha attirato africani e asiatici e presumibilmente anche latinoamericani. I suffragi ottenuti sono stati tali da trascinarsi dietro praticamente l’unanimità degli altri porporati, per cui il temuto Parolin – temuto da chi voleva discontinuità – è stato arginato, anche se probabilmente ha accettato di far dirottare i suoi voti su Prevost. E’ dunque un Papa del Primo e del Terzo Mondo, della Curia e degli USA. Non farà la guerra a Trump, ma non ne sarà il cappellano. Si è ragionato fuori degli schemi conservazione – progressismo, che peraltro sono del tutto inadatti per la Chiesa – ammesso che lo siano per qualcosa- e soprattutto fuori dalla contrapposizione tra neomodernisti e neointegristi – questo sì assai reale e pericoloso- portando sul trono un uomo con le certezze e le competenze indispensabili per restaurare un poco di ordine in una Chiesa allo sbando. Prevost, infatti, è un uomo della via media, un riformatore autentico che, perciò, sarà anche restauratore il giusto, in quanto nella Chiesa mai nessuna riforma ha potuto prescindere da un ritorno alla Tradizione.
Il nuovo Papa parte avvantaggiato: appartenente alla generazione che è cresciuta dopo il Concilio Vaticano II, non ha subito i traumi degli sconfitti e dei vincitori di quell’assise e non ha militato tra coloro che hanno combattuto il sessantotto ecclesiastico da una parte e dall’altra della barricata. Potrà dunque dire i suoi “no” e i suoi “si” in faccia al mondo secolarizzato senza troppi spasimi per un dialogo impossibile o nostalgie costantiniane per egemonie anacronistiche. Ma ha anche una marcia in più, perché si è formato in USA e poi ha svolto la sua missione in Perù. La prima cosa lo ha immunizzato dalla Teologia della Liberazione, la seconda dall’American Way che, ad oggi, va a dollari, forniti a giorni alterni dalle varie Fondazioni globaliste. In tal modo la fisionomia intellettuale di Prevost è rimasta ortodossa e, soprattutto, la sua coscienza è rimasta pulita. Infine, il Papa viene da un Ordine, quello Agostiniano, che non ha vissuto la crisi lacerante dei Gesuiti negli anni sessanta, e nella quale Bergoglio, senza altra colpa se non la data di nascita, si è trovato in mezzo. Insomma, dopo cinque Papi che avevano fatto il Concilio – Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – e uno che si era formata mentre veniva traumaticamente recepito – Francesco – è arrivato un Pontefice che il Vaticano II lo aveva ricevuto nel liquido amniotico.
Come spiegarsi l’esultanza per i suoi gesti di inizio del Papato, pur così semplici e tradizionali? Evidentemente il pauperismo bergogliano, pauperismo iconico, aveva suscitato una legittima fame di simboli, che, si sa, sono l’alfabeto del sacro. Il progressismo immanentista che costituiva, a torto o a ragione, la narrazione dominante del Papato bergogliano, aveva bisogno di essere sostituito dall’apertura al trascendente, con un Nome preciso: Gesù Cristo. Chi si meraviglia di questo, dovrebbe dirci cosa è logico aspettarsi da un Papa cattolico e, soprattutto, chiedersi a vantaggio di cosa l’essenziale era stato messo in ombra negli anni precedenti. La mozzetta di velluto, la Croce d’Oro, la stola con le reliquie sono gli abiti da coro che un Papa indossa sempre in certe occasioni. Il latino è la lingua liturgica universale della Chiesa. A Benedetto XVI rinfacciavano di essere il Lord Brummel del Vaticano, perché la prosaica società borghese non decodificava i significati degli abiti liturgici, già minati dal contegno oscillante in materia di Giovanni Paolo II. Francesco portò sul soglio il suo minimalismo che venne, per piaggeria e opportunismo, imitato da quasi tutti – e da alcuni senz’altro con sincerità- nello spirito del controverso Patto delle Catacombe, che della povertà ha fatto una bandiera, ma non uno stile di vita. Leone XIV, che quando quello scellerato Patto fu siglato aveva si e no dieci anni, dopo una vita passata nel rigore della povertà personale dei figli di Agostino, ha potuto restaurare la sobria ricchezza dei simboli pontifici, sapendo che essi non sono in onore suo, ma di Colui che rappresenta. In questa scia si colloca il ritorno a vivere nei Sacri Palazzi, che Francesco aveva rifuggito, continuando a vivere in due stanze a Santa Marta e, di fatto, creando una seconda reggia in quarantaquattro soli ettari di Stato, reggia se non per sfarzo almeno per funzione.
La grande sfida dottrinale che l’anarchia ecclesiale, spaccata tra progressismo e tradizionalismo, lancia a Leone XIV, può essere raccolta da lui senza particolari problemi. Prevost non è un neomodernista, perché non crede che Dio si trasformi con l’uomo, ma è moderno, perché sa che gli uomini lo vedono, nelle varie epoche, in modi diversi che non si elidono, ma si sommano tra loro. La formazione nella filosofia di Agostino e gli anni tomisti all’Angelicum lo hanno dotato degli anticorpi perennemente validi contro ogni eresia antica e moderna. La scelta del nome, Leone, per ammirazione verso Papa Pecci, è stata fatta per affrontare la rivoluzione antropologica del transumanesimo, rappresentata plasticamente dall’IA e che forse dovremmo chiamare dissoluzione antropologica, il che significa che Prevost non ha paura del post moderno tecnocratico ma lo sfida sul suo terreno. Ma l’esempio di Leone XIII, col suo altissimo magistero, lascia supporre che il suo omonimo Papa saprà tradurre in termini concreti le utopie di Bergoglio e ricomporre le lacerazioni del tessuto ecclesiale. Leone XIII aiutò i cattolici a muoversi nella modernità senza smettere di essere cattolici. Possiamo aspettarci che Leone XIV, matematico e canonista, farà lo stesso. Fedele all’etica essenzialista, Prevost sarà riformatore nei costumi e restauratore dei principi. Da lui ci aspettiamo la fine del paradigma etico soggettivista inaugurato funestamente dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Del resto alcune analogie tra Pecci e Prevost sono impressionanti: entrambi fecero due anni di Curia dopo un lungo servizio pastorale prima di ascendere al Papato e divennero Papi alla stessa età – sessantotto anni Pecci e sessantanove Prevost – oltre al fatto che bocca e mento del nuovo Papa sono simili a quelli del lontano predecessore. La lotta per l’umanizzazione dell’IA lascia inoltre intendere che il Papa combatterà contro le forze che la gestiscono contro l’uomo, ossia contro il capitalismo mondialista, che tanto ha condizionato, anche suo malgrado, Francesco.
Lo stile di governo di Leone sembra essere più condivisivo, a differenza del dispotismo del predecessore. I Cardinali di varia tendenza, come Zuppi, Pizzaballa, Roche, Burke, Bagnasco, lo hanno elogiato. Il modo di porgersi, l’equilibrio tra gesti e parole, tra innovazione e tradizione, rammenta Papa Montini, nonostante gli orfani di Papa Francesco continuino ad accreditare una somiglianza che vorrebbe condizionare Leone XIV. Invece una discontinuità era ed è necessaria. Per un inizio più che urgente in una Chiesa in senescenza e in un mondo senza riferimenti, ma anche per un Vaticano più forte e fresco. Non a caso il Sacro Collegio non ha tenuto in nessun conto le insussistenti accuse di negligenza nella gestione di alcuni casi di abusi sessuali mossi a Prevost durante le sue mansioni pastorali e rilanciati dal fronte ultraconservatore prima del Conclave. Segno che la Chiesa, dopo essere stata la prima istituzione ad avviare spontaneamente al suo interno la purificazione dalla piaga della pedofilia che ammorba tutta la società, si ribella al tentativo continuo di intimidirla con il suo passato, fatto da un mondo in cui a tutti è concessa la presunzione di innocenza tranne che ai seguaci di Cristo. E’ questo è un atteggiamento leonino ma anche disarmato e disarmante.





