Home Opinioni MEA CULPA MASCHILE: NON DOBBIAMO, NON POSSIAMO, NON VOGLIAMO

MEA CULPA MASCHILE: NON DOBBIAMO, NON POSSIAMO, NON VOGLIAMO

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di Piergiorgio DeGrazia
Nelle ultime settimane l’attenzione generale del Paese è catalizzata da un assai efferato caso di cronaca nera: l’omicidio di Giulia Cecchettin per mano del suo ex fidanzato. Sarebbe impossibile stilare una classifica che qualifichi un femminicidio come più riprovevole rispetto ad un altro, si intende. Tuttavia ciò non toglie che quello della Cecchettin abbia, per qualche perversa ragione, dei contorni che lo facciano apparire particolarmente macabro.
È come se gli aspetti circostanziali e i protagonisti di questo delitto efferato, combinati insieme, siano riusciti a far traboccare il vaso dallo scaffale dell’indifferenza collettiva. Insomma, vuoi la giovane età della vittima e del carnefice, vuoi la motivazione vigliacca e insensata di una presunta dipendenza affettiva, questo caso di cronaca è finito per imporsi a gamba tesa nel dibattito pubblico italiano. Il triste evento è divenuto una calamita in grado di attrarre attenzioni, opinioni, manifestazioni importanti e appelli: in modo particolare un appello, quello lanciato dalla sorella di Giulia, Elena Cecchettin.
Quest’ultima infatti, intervistata da vari telegiornali, ha invitato la totalità del genere maschile a fare un esame di coscienza e un mea culpa, in quanto il femminicidio non sarebbe un evento estremo, bensì la diretta conseguenza della normale condotta maschile. L’atto di uccidere una donna per motivi di genere non sarebbe quindi un’aberrazione di cui solo menti distorte sarebbero capaci: ma invece una opzione virtualmente accessibile a tutti gli uomini, nessuno escluso, dal momento in cui tutti hanno introiettato il sistema patriarcale che, portato alle estreme conseguenze, porta alla fisica eliminazione della donna.
Inoltre, spiega sempre la sorella,la società è piena di atti maschili potenzialmente anticamere del femminicidio: molestie fisiche, verbali, visione stereotipata del mondo femminile, battute sessiste e tutto un corollario di comportamenti discriminatori che alla base hanno come comune denominatore il patriarcato. L’appello in questione da parte della sorella della vittima ha avuto una cassa di risonanza e un seguito intellettuale enormi: in tutte le moltissime città in cui sono svolte manifestazioni femministe, le parole di Elena sono state scritte sui cartelloni e gridate dai megafoni.
Questo spontaneo grido di rabbia ha avuto inoltre grande seguito su tutti i social, senza contare l’ingente appoggio avuto dalla tesi in questione nei dibattiti pubblici. Elena Cecchettin è la sorella della vittima, figura verso la quale rispetto vorrebbe che non le si contesti la legittimità di ciò che dice. Lei dovrebbe poter dire ciò che vuole, senza che la si trascini in un confronto dialettico oltremodo inopportuno e di cattivo gusto. Il fatto però è che la sua genuina manifestazione di rabbia e dolore, come anticipato, ha trovato l’accordo intellettuale di buonissima parte delle donne, finendo per inondare le discussioni di chiunque.
Non vi è certo nulla di male, sia chiaro, come tutte le opinioni quella di Elena Cecchettin può piacere o meno, trovare il favore o la disapprovazione: ne consegue però che dal momento in cui non ci si confronta più con la sola sorella della vittima è lecito entrare nel merito della questione. Vediamo allora di muovere una qualche argomentazione critica.
La tesi promulgata da gran parte dei vari movimenti femministi, come ad esempio “Non una di meno”, prende le mosse da un presupposto preciso: il femminicidio, dunque l’omicidio di una donna da parte di un uomo per motivazioni legate al genere, altro non è che la conseguenza estrema del sistema in cui viviamo, il patriarcato. Già qui è doveroso sottolineare come in Italia nel 2023 non vi sia alcun patriarcato, semmai, purtroppo, è diffuso molto maschilismo.
Questa che può apparire come una mera correzione linguistica è invece una sottolineatura cruciale: per patriarcato s’intende quel tipo di organizzazione sociale in cui la vita pubblica, politica e famigliare sono esclusivamente sotto stretto controllo maschile. Paradossalmente in un paradigma assolutamente anacronistico ed aspramente diseguale come il patriarcato la dinamica del femminicidio, almeno così come nel caso Cecchettin, sarebbe inconcepibile.
Nelle società squisitamente patriarcali infatti, nelle quali la funzione sociale della donna è purtroppo relegata soltanto agli angusti panni di moglie/madre, verrebbero meno le cause implicite dei casi di femminicidio. Ciò che sovente sfugge parlando di questo argomento è appunto cosa si cela dietro i delitti: come detto non il patriarcato, bensì la non accettazione delle sacrosante libertà femminili da parte di individui socialmente e moralmente inetti, inadeguati al gioco della vita. Benché di primo acchito sembri surreale, non è la sottomissione della donna a fomentare queste indicibili violenze, ma anzi l’esatto opposto: è proprio il ritrovato ruolo della donna come soggetto emancipato che si autodetermina ad accecare alcuni uomini.
Ma di quali uomini si parla? L’appello di cui sopra è categoricamente rivolto a tutti gli uomini, alla loro totalità. La ratio dietro a questa generalizzazione è specificata: tutti gli uomini immancabilmente si sono visti responsabili, almeno una volta nella vita, di molestie nei confronti di una donna; molestie, ricordiamo, che potrebbero “in potenza” divenire orrore, tradursi quindi in femminicidio. Guardando da quest’ottica quindi, come si è sentito più volte, qualsiasi maschio sarebbe un potenziale assassino di donne, proprio in quanto chiunque crescerebbe in una società patriarcale: ma abbiamo visto che non è così.
Qual è quindi questa categoria maschile da temere? La domanda sottesa alla tesi femminista è proprio questa e la risposta, purtroppo o per fortuna, è che non si sa. Gli psicologi, soprattutto coloro impegnati nella branca della criminologia, lavorano arduamente da decenni per trovare una risposta a questo genere di domande: chi è il mostro? Come si fa a capire, oltre le apparenze, se Tizio o Caio ha un volto malvagio? La verità è che al di là di segnali di squilibrio espliciti non è possibile definire se qualcuno sarà o meno un mostro.
Ciò che si cela dietro alla superficiale generalizzazione femminista di “tutti gli uomini sono colpevoli” è essenzialmente un misto di paura, rabbia e frustrazione. Questo miscuglio di emozioni, seppur legittimo, squarcia la tela dell’oggettività e del distacco analitico che dovrebbe coprire qualsiasi tesi sociologica. Il dare la colpa al genere maschile rasenta l’assurdità nella misura in cui non ha nulla di scientifico: ma anzi rappresenta una reazione di pancia da parte di alcune donne, le quali vuoi per timore, vuoi per moda, si scagliano contro i nemici preconfezionati in carne ed ossa del sesso opposto.
Questa semplificazione affonda le sue radici presumibilmente nella contrapposizione di genere che si respira in vari ambienti socio/culturali: una divisione odiosa ed infantile che, anziché vedere uomini e donne come naturali collaboratori, li pensa adornati nelle vesti di famelici lupi pronti ad azzannarsi. Questo “colpo di pancia” non si basa però unicamente solo su patriarcato e categorizzazione del nemico. Vi è invero un altro punto, la convinzione per la quale dalla molestia si arrivi, quasi per magia, all’omicidio. Posto che chiunque molesti una donna, dalle maniere più aggressive a quelle più idiote, vada denunciato e chiamato a risponderne sul profilo penale, non ci sono basi oggettive per dire che esso arriverà ad uccidere.
Ritorniamo quindi alla superficialità d’analisi di cui sopra: i movimenti femministi hanno costruito un paradigma a loro uso e consumo, una sorta di tribunale ricoperto da una sottile patina di argomentazioni fallaci, oltre la quale la sentenza di colpevolezza per gli odiati uomini è già scritta. Parallelamente a questa mistificazione amatoriale delle cose complesse, ci sono tantissimi uomini che il mea culpa l’hanno pubblicamente esibito. Questa parte di uomini ha probabilmente ritenuto opportuno farlo ed in clima democratico è necessario rispettare le diverse vedute; al contempo lo è anche controargomentare quando si ritene che il dibattito stia scivolando in un’accozzaglia di slogan a vicolo cieco.

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