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MATTEI, IL PARTIGIANO CHE EREDITÒ LA FASCISTA AGIP

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Quando si parla di energia, di indipendenza energetica del Paese, funzionale al suo sviluppo, la storia si ripete. C’è sempre qualcuno, guarda caso, più o meno sempre lo stesso, che si mette di traverso.

Avevamo il migliore petrolio del mondo sotto casa, in Libia, dove un agente italiano diventato il presidente libico, ossia Gheddafi, è stato eliminato da francesi e inglesi, purtroppo con l’accondiscendente aiuto degli italiani e con il benestare degli Usa (leggi Hillary Clinton).

Quando Enrico Mattei prese in mano l’Agip la proiettò nel mondo secondo una regola non predatoria, ma di partnership che, ovviamente, non poteva andar bene a chi aveva ed ha logiche neo coloniali di sfruttamento le quali, guarda caso, oggi arrivano all’ultima fermata, con la rivolta dei Paesi africani.

Nel suo testo dal titolo: “Le SS in Italia” (Giunti), Enrico Cernigoi scrive: “Ormai il progresso abbisognava di nuovi giacimenti e i terreni del Medio Oriente attraevano anche Francia e Italia. Nel 1923 il governo Mussolini aveva firmato un accordo con l’URSS per la fornitura di petrolio in modo da svincolarsi, o almeno cercare di farlo, dalla stretta dei grandi trust angloamericani. L’accordo non aveva trovato buona accoglienza a Londra che, timorosa di perdere il mercato italiano, in nome dell’anticomunismo, aveva cominciato a far pressioni sul governo affinchè chiudesse i rapporti con i sovietici”.

Fermiamoci, per un attimo.

Nel 2023, cento anni dopo, stiamo assistendo al fatto che la Germania, che aveva stabilito un rapporto con la Russia post sovietica, grazie al quale aveva il gas a prezzi vantaggiosi e in pochi anni era diventata il dominus economico, si è vista letteralmente tagliare il tubo del gas, sprofondando in una crisi recessiva.

La politica della Merkel, come s’è visto, dopo avere instaurato il IV Reich economico, disastrando la Grecia e tenendo come cameriere l’Italia, in accordo con la Francia ha tentato di fare dell’Unione Europea la Grande Germania.

Come ha scritto Luttwak in un tweet: “Ogni italiano per bene era dalla parte di Merkel negli scontri con Berlusconi. Lei scienziata lui ignorante+volgare. Solo adesso si sa che Merkel ha sbagliato proprio tutto: economia, demografia, energia (bruciano lignite!) mentre Berlusconi e Tremonti erano molto meglio”.

Ci ricordiamo dei sorrisetti di Merkel e di Sarkozy? Con gli italioti serventi al pezzo ad applaudire?

Ora si viene a sapere che il deficit tedesco non è di 17 ma di 86 miliardi e che la Francia viene espulsa dal Sahel.

L’asse franco tedesco è in frantumi e così una politica di austerità e di servaggio che il IV Reich paga, assieme al suo partner francese.

Ovviamente non vanno risparmiate le critiche a Germania e Francia (über alles e grandeur), ma i siluri sotto la chiglia sono arrivati dall’asse angloamericano che, con la guerra in Ucraina, ha reso impossibile il rapporto privilegiato con la Russia.

L’Unione Europea, capace solo di imporre decrescita felice, logiche green senza senso, è stata, per alcuni anni la preda dell’asse franco tedesco, in una logica che nulla ha a che fare con l’idea dei padri fondatori: non una federazione di Stati di pari dignità, ma un insieme di Stati subordinati alla Grande Germania, con il marco travestito da Euro e gli olandesi, fedeli vassalli, a fare da paradiso fiscale.

Gli inglesi si sono smarcati con la Brexit e gli Usa hanno affondato il coltello al momento opportuno. Germania Kaputt. I Francesi hanno fatto tutto da soli, perdendo il Sahel e non solo.

Cosa insegna tutto questo? In primo luogo che l’Europa era ed è un insieme di “fratelli coltelli” e, in secondo luogo, che si deve fare i conti con la sfera angloamericana, spesso inaffidabile.

Torniamo a cento anni fa, al 1923, secondo la narrazione di Enrico Cernigoi, non prima di aver ricordato che Benito Mussolini era un agente degli inglesi sin da quando stava nelle file socialiste.

“Nello stesso anno – scrive Cernigoi – era stata praticamente sciolta la Direzione nazionale generale dei combustibili, lasciando così il mercato italiano in mano ai britannici. Pur rimanendo il mercato interno in mano agli inglesi l’Italia, anche in prospettiva del suo riarmo e del suo sviluppo industriale, aveva cercato di riprendersi un’autonomia energetica fondando, tre anni dopo (1926), l’Agenzia generale italiana petroli (AGIP) che si era impegnata da subito su un vasto fronte di iniziative industriali e commerciali”.

L’Agip si diede subito da fare con la partecipazione a concessioni già avviate in vari Paesi.

“Nel 1929 – scrive sempre Cernigoi – sotto la direzione di Alfredo Giarratana, che stava cercando nuovi inserimenti in Iraq, l’Agip aveva acquisito una partecipazione, seppur minoritaria, nella British Oil Development. Nella stessa compagnia erano entrati anche i tedeschi; tre anni dopo gli italiani avevano ottenuto un concessione nell’area di Mosul a ovest del Tigri. In seguito alla rinuncia degli investitori inglesi (privati) alla sottoscrizione di un adeguato aumento di capitale sociale, l’Agip aveva rastrellato gran parte del pacchetto azionario. L’Agenzia, in quel periodo guidata da Alessandro Martelli, spronata dalle esigenze di ricostruzione della flotta italiana, aveva cominciato a cercare di definire una politica autonoma soprattutto in vista della cessazione dei mandati anglo francesi in quell’area. Per far questo Roma aveva appoggiato la richiesta irachena di entrare nella Società delle Nazioni irritando Londra. Ma ciò che aveva fatto infuriare maggiormente il Regno Unito, in particolare il suo potere economico e ovviamente militare, fu che l’Agip non si era limitata ad operare a Mosul, i suoi tecnici avevano preso contatti per future perforazioni in Turchia e in Persia. Non paga, nel 1931 Roma aveva ripreso le trattative con l’URSS per una super fornitura di petrolio a prezzi veramente convenienti, fornitura che aveva fatto vacillare definitivamente l’amicizia tra i due Paesi”.

Fermiamoci qui, non senza raccontare il finale della storia. Dopo che Mussolini aveva iniziato a pensare all’impero, il Duce fu obbligato dai problemi della guerra in Etiopia a vendere le partecipazioni irachene alla British Oil Development e alla Iraq Petroleum Company.

La possibilità di accedere all’area di maggiore intensità di presenza di petrolio era sfumata.

“La storia però – scrive sempre Cernigoi – non era ancora finita. Londra aveva messo al muro Roma con un ricatto degno di una tragedia shakespiriana: il petrolio o l’impero”.

L’Italia, conclude Cernigoi, scelse di cercare un posto al sole in un deserto di sabbia.

Cantavano, all’epoca Faccetta nera, bella abissina, mentre il petrolio rimaneva in mani britanniche.

Torniamo a noi. L’Italia, con il governo Meloni, ha rilanciato il piano di quell’Enrico Mattei che, ereditata l’Agip, è finito male in un incidente aereo.

I soggetti con cui Giorgia Meloni avrà a che fare sono gli stessi di un tempo e, come un tempo, presentano problemi di lealtà, affidabilità, serietà nelle relazioni diplomatiche.

La Germania è ridotta male, ma continua a voler essere, anche se non lo è, il dominus d’Europa che detta le regole. L’Unione Europea è ormai una mucillaggine rosso-verde prona solo agli interessi della finanza e affetta dalla sindrome di Pavlov: basta dire green che la von der Leyen si presenta sulla scena.

Riguardo alla guerra in Ucraina l’Unione Europea non conta nulla. Il gioco è in mano a Putin e a Washington (dire Biden fa venir da ridere).

La Francia viene ormai espulsa dai suoi ex domini. L’Africa è in gran parte nelle mani della Russia e della Cina, grazie alla follia del clan Clinton-Obama che comanda alla Casa Bianca.

Gli inglesi con la Brexit si sono assicurati di essere i protettori dell’Europa del Nord, ai cui Paesi dettano l’agenda.

L’insieme dei “fratelli coltelli” e degli alleati è gravato da poca credibilità, poca affidabilità, nessuna coerenza.

Come fare a fidarsi di una tale congerie?

E’ chiaro che il Piano Mattei ha bisogno di un quadro internazionale contrassegnato da un nuovo ordine mondiale multipolare che consenta di dialogare in modo affidabile.

Così come è chiaro che se l’Italia deve avere la funzione di Paese guida della Nato sul fianco Sud, deve avere le risorse per essere un Paese che si riarma e che ha una solida economia, sorretta da solidità energetica.

Nelle attuali condizioni la credibilità di fratelli europei e di alleati angloamericani è risibile, se non inesistente.

L’imperativo categorico (kantiano, non mussoliniano) è passare dalle follia clintoniane alla saggezza kissingeriana, ma qui ci sono di mezzo le elezioni in Usa. Il tutto si gioca negli States.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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