La logica del sindacato come soggetto politico che associa il belga Renard e Sabattini, il maestro di Maurizio Landini
Il 70° anniversario del disastro di Marcinelle era stato pensato come un momento di memoria e di orgoglio per la prossima assunzione dell’8 agosto a Giornata europea delle vittime del lavoro, ma lì dove nel 1956 morirono 262 minatori, dei quali 136 italiani, si è consumata la più ignobile delle strumentalizzazioni: i membri del principale sindacato belga, l’FGTB, hanno deciso di voltare le spalle a La Russa mentre leggeva il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La CGIL era presente con una folta delegazione guidata da Maurizio Landini e i fazzoletti al collo dei protestanti univano le due sigle italiana e belga.
Il segretario della CGIL si è affrettato a smentire: “La CGIL non si gira mai dall’altra parte in nessun momento, tantomeno nel rispetto del nostro presidente della Repubblica”.
A quel punto, a uscire allo scoperto è stato il sindacato belga.
“Ci siamo girati noi, perché siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi FdI è un partito di estrema destra”, ha rivendicato all’ANSA il segretario regionale di Charleroi dell’FGTB, Vincent Pestieau, sottolineando che la protesta non è stata contro Mattarella, ma perché “La Russa ha parlato a nome del governo”. Falso.
La Russa, piaccia o non piaccia al signor Pestieau, è la seconda carica dello Stato italiano e leggeva un messaggio del presidente della Repubblica.
Ignoranza e supponenza si associano.
“Dare la parola a lui, a delle idee fasciste, è un insulto alla memoria delle vittime”, ha rincarato la dose Martine Vandevenne, tra coloro che si sono voltati.
L’ignoranza più bieca sale in cattedra.
Idee fasciste? Il messaggio di Mattarella trasmette idee fasciste? Questi si sono bevuti il cervello?
No, sono dei provocatori che hanno inscenato volutamente una provocazione contro l’Italia.
La FGBT e il radicalismo sindacale
La FGTB (Fédération Générale du Travail de Belgique), conosciuta in olandese come ABVV (Algemeen Belgisch Vakverbond), è la principale organizzazione sindacale socialista del Belgio.
Conta oltre un milione di iscritti ed è nata nel 1898, dopo che il Partito Operaio Belga (POB) fonda la Commission Syndicale per coordinare i primi sindacati di mestiere e indirizzare la lotta per i diritti dei lavoratori e il suffragio universale.
La commissione si trasforma nella Confédération Générale du Travail de Belgique (CGTB), strutturandosi in modo indipendente dal partito, ma mantenendo una forte matrice socialista e riformista.
Nel 1945, all’indomani della Liberazione dal nazismo, la CGTB si fonde con organizzazioni sindacali comuniste e di sinistra indipendente, dando vita, il 29 aprile 1945, all’attuale FGTB/ABVV.
Nel 1960 – 1961, sotto la guida del leader vallone André Renard, la FGTB conduce la celebre “Grève du siècle” contro la legge di austerità (Loi Unique) e, nel 1968, si riorganizza internamente, creando sezioni regionali distinte (Fiandre, Vallonia, Bruxelles) per adattarsi alla progressiva federalizzazione dello Stato belga.
Durante lo Sciopero Generale del 1960 – 61, le frange più radicali vicine ad André Renard utilizzarono sabotaggi delle linee ferroviarie, blocchi stradali e scontri violenti con la gendarmeria (Gendarmerie).
Tuttavia, questi atti venivano definiti come “azione diretta di massa” e non come lotta armata clandestina. Negli anni ’70, diversi immigrati e rifugiati italiani vicini all’area della sinistra extraparlamentare o dell’Autonomia trovarono copertura o lavoro in Belgio, interagendo con ambienti FGTB.
I dirigenti FGTB presero rigorosamente le distanze da chiunque teorizzasse l’uso delle armi o avesse legami con la discesa nella clandestinità (come le Brigate Rosse).
Fin dalla sua fondazione nel 1945, la FGTB ha contenuto un’ala sinistra combattiva, che rifiutava il semplice dialogo sociale con i datori di lavoro, teorizzando la democrazia diretta e il “controllo operaio” (contrôle ouvrier).
Le correnti extraparlamentari e rivoluzionarie vedevano nella FGTB – specialmente nella sua componente industriale della Vallonia (metallurgici, minerario) – il luogo naturale per politicizzare i lavoratori.
Durante gli anni ’70, l’influenza delle idee dell’Operaismo e dell’Autonomia Operaia italiana penetrò in Belgio sia tra gli studenti universitari, sia tra i lavoratori immigrati (in particolare la numerosa comunità italiana nelle miniere e nelle acciaierie della Vallonia e del Limburgo).
L’Autonomia e la sinistra radicale promossero gli grèves sauvages (scioperi spontanei non autorizzati dai sindacati) e la FGTB si trovò spesso costretta a inseguire la base operaia radicalizzata per non perdere la leadership delle proteste.
Se i quadri dirigenziali FGTB osteggiavano la logica extra-sindacale dell’Autonomia, molti delegati di fabbrica della FGTB (délégués de base) partecipavano attivamente ai comitati autonomi di fabbrica e alla distribuzione di volantini radicali.
L’Entrismo e i movimenti Trotskisti e Maoisti
Negli anni ’70 e ’80, vari gruppi della sinistra extraparlamentare belga adottarono la tattica dell’entrismo (entrisme) all’interno della FGTB.
I trotskisti guidati da figure come Ernest Mandel esercitarono un’influenza intellettuale e pratica notevole su diversi settori della FGTB (soprattutto nel sindacato degli insegnanti e nei settori industriali di Liegi e Charleroi).
Nato dal movimento studentesco del ’68, il PTB (Parti du Travail de Belgique, inizialmente maoista) fondò il movimento Mouvement Syndical de Base per contestare la burocrazia della FGTB dall’interno. Molti militanti del PTB diventarono delegati FGTB nelle grandi fabbriche (soprattutto settore automobilistico e siderurgico).
Recentemente, la FGTB ha progressivamente preso le distanze dal Partito Socialista ufficiale, riavvicinandosi a posizioni di movimento e attualmente collabora frequentemente con movimenti sociali extraparlamentari, collettivi per la giustizia climatica, movimenti contro la precarietà e con il PTB (oggi diventato un partito della sinistra radicale con forte presenza parlamentare) per manifestazioni di piazza e scioperi generali.
Dire che fa come la GGIL in Italia è semplice constatazione della realtà.
Maurizio Landini allievo prediletto di Claudio Sabattini
Per capire, al di là delle smentite sui fatti di Sarcinelle, il comune sentire (chiamiamolo così) tra la CGIL di Maurizio Landini e la FGBT è necessario considerare che Maurizio Landini è stato storicamente considerato uno degli allievi prediletti di Claudio Sabattini.
Tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, con la dissoluzione di Avanguardia Operaia e la confluenza di molti suoi dirigenti in Democrazia Proletaria (DP), diversi ex militanti di AO scelsero di rientrare nel sindacato confederale (specie la CGIL).
In questa fase, la figura di Sabattini – nota per la sua intransigenza a difesa dei diritti operai e la critica alle politiche di austerità – concertazione – divenne un punto di riferimento anche per quell’area di sinistra radicale giunta dalle esperienze extraparlamentari.
Il legame politico e personale di Landini con Sabattini ha segnato in modo profondo la storia recente della FIOM – CGIL e della CGIL, ponendo le basi culturali del sindacalismo che Landini ha poi espresso nei suoi ruoli di vertice.
Landini cresce sindacalmente nell’alveo della FIOM emiliana (in particolare tra Reggio Emilia e Bologna). Negli anni ’90, quando Claudio Sabattini assume la guida della FIOM nazionale (1994 – 2002) per rilanciarla, individua in Landini un negoziatore tosto e un “trattativista ad oltranza”.
Sabattini e il suo successore Gianni Rinaldini guidano la crescita di Landini fino a portarlo alla segreteria nazionale della FIOM nel 2005 e poi alla guida dei metalmeccanici nel 2010.
Sabattini ha trasmesso a Landini i pilastri del suo pensiero politico e organizzativo: l’autonomia del sindacato dai partiti della sinistra e dal governo, la democrazia dei lavoratori, centrata sulla consultazione vincolante delle basi e dei delegati di fabbrica e l’uso del conflitto come strumento legittimo di contrattazione, senza timore di posizioni di rottura, anche all’interno della stessa CGIL quando ritenuto necessario.
Dalla dura stagione dei confronti con la FIAT di Sergio Marchionne fino all’elezione a Segretario Generale della CGIL, Landini ha spesso richiamato apertamente la figura di Sabattini, la sua visione del sindacato “di strada e di fabbrica” e l’apertura ai movimenti sociali fuori dai palazzi della politica.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, Sabattini fu tra i fondatori e animatori della Sezione Universitaria Comunista “Giaime Pintor” (SUC) di Bologna, una struttura della FGCI -PCI che ebbe un ruolo primario nel connettere le lotte del movimento studentesco del ’68 con il movimento operaio e le fabbriche emiliane.
La SUC si distinse per una posizione d’avanguardia all’interno del PCI, caratterizzata dalla critica al modello sovietico e dalla riscoperta di un pensiero marxista libertario (ispirato a Rosa Luxemburg).
I rapporti con il sindacalismo belga della FGTB furono di contatti e di affinità d’area. La SUC e Sabattini riflettevano sul superamento del mero riformismo di fabbrica per teorizzare il controllo operaio sui processi produttivi. Questo tema era storicamente al centro anche dell’ala sinistra della FGTB (in particolare della corrente vallone e del renardismo).
Successivamente, quando Claudio Sabattini divenne responsabile delle relazioni internazionali della CGIL e poi leader della FIOM, interagì costantemente con le grandi organizzazioni sindacali europee, inclusa la FGTB, all’interno della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e della Federazione Europea dei Metalmeccanici (EMB/FEM).
Il renardismo e il sabattinismo
Renard partiva da un’idea molto precisa: senza controllo dell’apparato produttivo, il potere contrattuale dei lavoratori rimane subordinato al capitale. Perciò il sindacato deve occuparsi della politica industriale.
Ed è qui che possiamo tracciare una linea di parentela ideologica e politica.
Renard concepiva il sindacato come soggetto politico che controlla gli investimenti, la politica industriale e la democrazia economica. Sabattini concepiva il sindacato come soggetto politico, criticava la finanziarizzazione e la globalizzazione, riteneva fondamentali la centralità dell’industria e la democrazia nei luoghi di lavoro.
Non sono la stessa cosa, ma la parentela concettuale è notevole.
La cultura di Claudio Sabattini degli anni Novanta presenta alcuni elementi che ricordano sorprendentemente il renardismo in quanto entrambi rifiutano il sindacato come semplice soggetto distributivo.
Il sindacato non deve limitarsi a distribuire una parte della ricchezza prodotta, ma deve intervenire sulle condizioni che determinano la produzione e la distribuzione della ricchezza.
Il sindacato, in questa logica, diventa un soggetto politico autonomo. Il renardismo non era soltanto sindacalismo; era una forma di democrazia economica.
La FLM degli anni Settanta può essere considerata vicina al renardismo sul piano della cultura sindacale e della concezione del sindacato come soggetto politico.
I Consigli di fabbrica, come organismi unitari, non svolgevano soltanto una funzione sindacale, ma anche politica, in quanto espressione autonoma della classe operaia e strumenti di trasformazione dell’organizzazione sindacale. Da questa concezione del sindacato come “soggetto politico autonomo” nacque anche l’esigenza della FLM unitaria.
La cultura nella quale si forma Sabattini è proprio quella dei Consigli di fabbrica e dell’autonomia operaia del ciclo 1968-73.
Il fascismo come alibi per una lotta senza idee
I manifestanti a Marcinelle hanno tirato in ballo l’unico slogan che è rimasto alla sinistra. Ancora una volta si chiedono dichiarazioni di antifascismo.
Benissimo. La Russa, presidente del Senato, è stato esponente del MSI, di Alleanza Nazionale, poi al PdL e infine a Fratelli d’Italia.
Gli esagitati di Marcinelle dovrebbero ricordare (qualcuno della CGIL dovrebbe spiegarglielo) che nel 1956, durante la rivoluzione ungherese, Giorgio Napolitano, quadro comunista e deputato del Partito Comunista Italiano (PCI), sostenne la linea ufficiale del partito guidato da Palmiro Togliatti, giustificando l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest.
Nelle sue posizioni dell’epoca, pubblicate anche sull’organo di stampa del partito, Napolitano definì l’intervento sovietico come un fatto doloroso, ma necessario per impedire che la rivolta sfociasse nella controrivoluzione e nel fascismo, salvaguardando il blocco socialista e la pace mondiale nel contesto della Guerra Fredda.
Questa posizione causò profonde spaccature anche all’interno della sinistra italiana (con la famosa “lettera dei 101” intellettuali e la dura presa di distanza di Giuseppe Di Vittorio e della CGIL).
Durante l’insurrezione ungherese del 1956, a seguito della repressione sovietica di Budapest, ci furono migliaia di morti.
L’insurrezione iniziò il 23 ottobre 1956. Dopo alcuni giorni di combattimenti e una temporanea ritirata sovietica, l’URSS lanciò il 4 novembre una grande offensiva contro Budapest, denominata Operazione Vortice (Operation Whirlwind).
Le stime storiche generalmente accettate indicano: circa 2.500–3.000 ungheresi uccisi durante l’insurrezione e la repressione; oltre 13.000 feriti; circa 700 soldati sovietici morti, secondo le stime sovietiche successivamente rese disponibili; centinaia di esecuzioni nei mesi successivi: diverse centinaia di persone furono condannate a morte per il loro coinvolgimento nella rivolta; circa 200.000 ungheresi fuggirono dal Paese, principalmente verso l’Austria e la Jugoslavia.
La repressione non si limitò quindi ai combattimenti del novembre: arresti, deportazioni, processi ed esecuzioni continuarono per mesi.
Negli anni successivi, e in modo netto solo a partire dalla fine della Guerra Fredda, Napolitano ha riconosciuto apertamente quel giudizio come un grave errore politico e concettuale.
Nonostante le sue posizioni staliniste, Giorgio Napolitano è diventato per ben due volte presidente della Repubblica.
Nell’ottobre 1956 Pietro Ingrao difese la rivoluzione socialista, ma non l’insurrezione armata. Ingrao era allora direttore de l’Unità e membro della Direzione del PCI. Nei giorni iniziali della rivolta assunse una posizione molto dura contro gli insorti.
In un editoriale del 25 ottobre e in uno del 27 ottobre 1956 sostenne la necessità di difendere il carattere socialista dell’Ungheria. Ingrao sostenne che non si potesse «legittimare la rivolta armata nei Paesi socialisti» e distingueva nettamente fra comprendere le cause della rivolta e giustificare l’insurrezione. Eppure, Pietro Ingrao è diventato presidente della Camera.
È giunta l’ora che l’antifascismo, che ormai è la copertura nel nullismo politico, sia consegnato alla storia, assieme all’anticomunismo e che in un Paese civile destra e sinistra (ammesso che abbiano ancora un senso queste etichette) si legittimino a governare, uscendo dalle allucinazioni ideologiche.





