Trump invita Putin al G20, riceve Xi Jinping e gli europei, esclusi dai giochi, cercano in ogni modo di rientrare nella partita fomentando la guerra. Un conflitto mondiale risolverebbe i problemi della bolla finanziaria creata dai criminali della finanza speculativa globalista, ma la storia va da un’altra parte
Ormai le élite europee sono composte da pazzi guerrafondai pericolosi, i quali vogliono condurci verso un conflitto per rientrare nel gioco internazionale dal quale sono esclusi, perché incapaci e venduti alla finanza speculativa globalista, la cui strategia è ormai fallita.
Ursula von der Leyen va in Groenlandia per difendere gli Inuit da Trump, Macron invia militari in Groenlandia per difendere gli Inuit da Trump, Merz manda i militari tedeschi in Groenlandia per difendere gli Inuit da Trump (tornano a casa subito perché hanno freddo).
Poi Trump fa un accordo con la Danimarca e con i groenlandesi e Ursula fa una figura di palta, assieme a Macron e a Merz e a tutti gli idioti che pensavano che il presidente degli Stati Uniti fosse un pazzo che avrebbe invaso militarmente la Terra Verde.
Trump caccia Maduro. I soliti idioti dicono che è pazzo. Poi si scopre che chi comandava prima in Venezuela è ancora lì (al netto di Maduro), con la differenza che ha cacciato cinesi e membri di Hezbollah e ha stabilito che 65 miliardi di barili di petrolio sono a disposizione di imprese che in gran parte dipendono dagli USA.
Il gruppo che ora gestisce il petrolio venezuelano è composto da: PDVSA (la compagnia petrolifera statale del Venezuela, che controlla e guida l’intera industria energetica del Paese); ENI (il colosso energetico italiano attivo in diverse joint venture storiche e nuovi accordi di sviluppo nel settore petrolifero e del gas); Chevron (la grande azienda statunitense, che espande i suoi investimenti e gestisce importanti partecipazioni nei giacimenti locali); North American Blue Energy Partners – NABEP (la seconda azienda privata del paese, legata all’imprenditore Alejandro Betancourt e partecipata anche dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti); Repsol e altre società (altre compagnie internazionali che partecipano al ripristino delle attività estrattive e di esportazione).
Trump minaccia Panama e gli idioti dicono che è pazzo. Poi si scopre che i cinesi controllavano i due porti di ingresso nel canale.
I cinesi vengono mandati via e i due porti Balboa e Cristobal sul Canale di Panama, precedentemente controllati dal gruppo di Hong Kong CK Hutchinson, sono stati acquistati da un consorzio guidato dal colosso finanziario americano BlackRock e dall’armatore italiano Gianluigi Aponte (patron di MSC).
Israele con il beneplacito degli USA stipula gli accordi di Isacco con l’Argentina, estensibili ad altri Stati, che cambiano la geografia politica dell’America latina.

Manca Cuba, ma la situazione USA – Cuba a settembre 2026 è molto più interessante di una semplice riedizione dell’embargo, in quanto fa parte della più ampia ristrutturazione geopolitica americana dell’emisfero occidentale.
Il punto di partenza è che Washington ha progressivamente trasformato la pressione economica in una strategia di pressione sistemica.
A gennaio Trump ha formalizzato un’emergenza nazionale riguardante Cuba e ha previsto la possibilità di imporre dazi ai Paesi che forniscono petrolio all’isola.
A settembre sono arrivate ulteriori sanzioni, anche contro la società cubana che importa componentistica necessaria alla rete elettrica.
La vera novità è che Cuba viene inserita nella nuova dottrina emisferica. Nell’ordine esecutivo di gennaio la Casa Bianca non presenta Cuba soltanto come un problema di democrazia o di diritti umani, ma la inserisce esplicitamente nel confronto con Russia, Cina e Iran, sostenendo che Cuba costituisca una piattaforma attraverso la quale attori ostili possono sviluppare capacità di intelligence e sicurezza nell’emisfero occidentale.
Quindi la sequenza diventa: Venezuela, Cuba, Caraibi, Panama, Groenlandia/Artico e Washington sta tornando a ragionare in termini di spazio strategico americano, molto più che negli anni della globalizzazione.
Il 23 settembre Rubio ha precisato che gli Stati Uniti sono disponibili a parlare con L’Avana sulla transizione verso una nuova leadership. Quindi la condizione americana sembra essere: dialogo sì, ma non semplicemente per normalizzare i rapporti con l’attuale regime.
Se mettiamo Cuba dentro lo schema relativo alla strategia di Trump, la logica che sembra emergere oggi è molto più territoriale: Nord America, più Caraibi, più America Latina più Artico come spazio strategico prioritario degli Stati Uniti.
E questo ha una conseguenza enorme: la Cina diventa un problema anche quando è geograficamente lontana dagli Stati Uniti, se possiede infrastrutture, porti, telecomunicazioni, energia o rapporti politici in questo spazio.
La stessa Casa Bianca, nel provvedimento su Cuba, cita esplicitamente l’approfondimento della cooperazione cubana con la Cina.
Trump si presenta ora a Xi Jinping con questo equilibrio acquisito dell’America del Nord e del Sud e si presenterà con lo stesso equilibrio, probabilmente ulteriormente accresciuto, a Putin al G20.
In tutto questo l’Unione Europea è completamente esclusa e consegnata agli isterismi di una banda di matti che giocano alla guerra come ultima risorsa per evitare il collasso sia dell’UE, sia del presunto neo impero inglese, sia della finanza speculativa globalista asserragliata nella montagna di Davos.
Da qui gli allarmismi criminali sui droni russi, sulle esternazioni delle varie intelligence che dicono che la Russia attaccherà l’Europa.
L’ultima follia è quella lanciata da un giornale spagnolo, probabilmente interprete della disperazione di Sanchez, su possibili attacchi a Italia, Spagna e Francia da parte di navi e droni russi.
Una sparata demenziale subito rintuzzata dal nostro ministro della Difesa Crosetto, il quale ha dichiarato: “Non serve a nessuno e non trova alcuna conferma l’allarme lanciato questa mattina da un quotidiano spagnolo che ipotizza possibili attacchi a Italia, Spagna e Francia da parte di navi e droni russi. Già viviamo in tempi difficili e nervosi e non serve a nessuno ulteriore benzina sul fuoco”.
Cartina di tornasole della follia che alberga nelle menti degli europei è quanto ha affermato ieri il segretario della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Secondo Rutte i canadesi e gli europei membri della Nato devono “stare calmi”, “andare avanti” con il riarmo in corso e con il sostegno all’Ucraina, perché “siamo più forti” della Russia, che ne è ben consapevole, mentre il presidente Vladimir Putin, che “conosco un po’”, ora è “sull’orlo del panico”, perché “le cose non stanno andando nella giusta direzione per lui”.
Rutte si è lasciato andare a questa bella narrazione da circo Barnum parlando a New York durante un evento che commemora l’11 settembre 2001.
I russi, ricorda Rutte, “stanno aumentando massicciamente la loro produzione” industriale bellica, “stanno spendendo il 12% del loro reddito nazionale e hanno speso quasi il 50% del loro bilancio statale per la difesa.
Tutto questo è vero. Ma noi siamo più forti. E il mio messaggio agli europei, ai canadesi e a tutta la Nato è composto da un paio di cose. Prima di tutto, mantenete la calma”.
E chi si agita se non lui e chi usa l’agitatore per nulla?
Perché non dobbiamo agitarci? Perché, dice Rutte, “sappiamo cosa sta succedendo. Vladimir Putin è in una brutta situazione. Sta perdendo molte persone. Non sta vincendo la guerra in Ucraina. Quindi, se fossi Vladimir Putin, e lo conosco un po’ perché abbiamo avuto molte conversazioni finché non ha invaso la Crimea, penso che sia sull’orlo di un leggero panico. Non può essere felice al momento, perché le cose non si stanno muovendo nella giusta direzione per lui”.
Insomma, Putin invaderà l’intera Europa, per cui dobbiamo armarci e fare provviste o Putin è in una crisi di panico perché non riesce a vincere nemmeno la guerra in Ucraina?
La schizofrenia europea è sul lettino dello psicanalista e le élite europee sono arrivate al punto limite del ricovero forzato in un manicomio criminale.
La finanza dal green alla war per sanare la bolla
Non v’è alcun dubbio che negli ultimi decenni ci sia stata un’enorme espansione finanziaria, un’accumulazione di attività finanziarie, una crescente distanza dall’economia reale e una difficoltà di assorbire perdite -rivalutazioni, crisi, svalutazione – riassetto degli attivi, nuova allocazione del capitale.
Una guerra generalizzata potrebbe produrre enormi trasformazioni economiche – distruzione di capitale, aumento della spesa pubblica, riconversione industriale, inflazione, ristrutturazione dei debiti e trasferimenti di ricchezza.
Non è detto che qualcuno non ci stia pensando davvero, magari nelle arie rarefatte di Davos, anche se una guerra mondiale comporterebbe rischi sistemici enormi anche per banche, fondi e grandi patrimoni.
Plausibile e direi concretamente in atto è, per ora, che il sistema finanziarizzato può diventare compatibile con una crescente militarizzazione dell’economia. Il riarmo europeo risponde molto bene a questa trasformazione dal green alla war ed è per questo che la macchina della propaganda europea sta continuamente ingigantendo il problema Russia.
Il riarmo crea domanda per: acciaio; energia; semiconduttori; cantieristica; aerospazio; droni; elettronica; infrastrutture; AI; nucleare; logistica.
Quindi si può avere una trasformazione dal capitale finanziario all’investimento militare e a una capacità industriale, che è quasi l’opposto della finanziarizzazione pura.
Una parte del capitale che prima alimentava asset finanziari può essere progressivamente trasferita verso produzione strategica e industria della difesa.
La domanda è: quanto dell’attuale sistema finanziario può essere riconvertito senza una crisi e quanto invece necessita di una gigantesca ristrutturazione degli attivi, dei debiti e delle catene produttive?
La politica risponde con una nuova Yalta
Ieri Xi è stato accolto con tutti gli onori e mercoledì Trump ha invitato Vladimir Putin al G20 che si terrà a Miami a metà dicembre.
Cautissima la Commissione europea sull’invito di Trump, anche perché esclusa dai giochi e sull’orlo del ricovero in neurodeliri. Richiesto di chiarire la posizione della presidente von der Leyen, il portavoce della Commissione non ha voluto pronunciarsi nel merito dell’invito limitandosi a indicare che la Commissione continuerà a condannare l’invasione russa dell’Ucraina al vertice del G20, indipendentemente dalla presenza o meno del presidente russo Vladimir Putin.
La Commissione non vuole capire che conta come il due di coppe quando si gioca a spade, ma questo è ormai il suo destino, così come il suo destino è quello di assecondare i conati della finanza speculativa.
La missione di tre giorni di Xi negli Stati Uniti è la prima dal 2015, quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama e la sua prima apparizione sul suolo americano dal 2023, dall’APEC del 2023 di San Francisco, inquadrata come “visita di Stato”, secondo i desiderata di Pechino.
Nella filosofia mandarina la forma è sostanza: il più alto livello di cerimoniale diplomatico assegnato al viaggio di Xi comporta tra l’altro le guardie d’onore, la salva di 21 colpi di cannone, un benvenuto formale sul prato sud della Casa Bianca e l’inedito sorvolo di B-2 e F-22.
Trump, con un trattamento da tappeto rosso in risposta a quello di maggio che Xi gli ha riservato a Pechino, vuole puntare sulle relazioni personali, mentre il Dragone spera che la missione dia l’immagine di un presidente ormai accolto alla pari.
Così, nell’imminenza dello sbarco di Xi e della first lady Peng Lyyuan, l’ambasciatore cinese negli USA, Xie Feng, ha indicato i quattro temi che Pechino si aspetta che Trump eviti nei colloqui: “La sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina non possono essere violati, e quattro linee rosse – la questione di Taiwan, la democrazia e i diritti umani, i percorsi e i sistemi di sviluppo, e il diritto allo sviluppo – non possono essere messe in discussione”.
I colloqui tra leader alla Casa Bianca si concentreranno sui legami tra Usa e Cina, in bilico tra la continua corsa ad armamenti, intelligenza artificiale, dispute commerciali sulle terre rare e microchip, la guerra ancora latente in Iran e la perenne situazione di stallo su Taiwan, su cui Xi chiederà lo stop alla vendita di armi Usa.
Dopo il bilaterale in programma la cena con i colossi di Big tech e Wall Street, tra cui Tim Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia), Sam Altman (OpenAI), Sundar Pichai (Google), Elon Musk (Tesla e SpaceX), Jane Fraser (Citigroup) e Jeff Bezos (Amazon).
Prima dell’arrivo di Xi, Trump ha incontrato la premier giapponese Sanae Takaichi, che ha discusso con il presidente USA questioni relative alla Cina, in un contesto di tensioni di lunga data legate a Taiwan.
“I due leader, in vista del prossimo vertice tra Stati Uniti e Cina, hanno scambiato opinioni su diverse questioni relative alla Cina, compresa la sicurezza economica, e hanno concordato di mantenere uno stretto coordinamento tra Giappone e Stati Uniti”, ha riferito il Ministero degli Esteri giapponese in merito al dialogo bilaterale tenutosi a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU.
I colloqui tra i due leader seguono l’avvertimento lanciato dal leader cinese Xi a Trump nel mese di maggio, secondo cui una gestione inadeguata della questione di Taiwan – che la Cina considera parte inalienabile del proprio territorio – potrebbe portare entrambe le potenze a uno “scontro” o addirittura a un “conflitto”, mentre Washington mantiene in sospeso una fornitura di armi per l’isola del valore di 14 miliardi di dollari.
I giochi da qui a dicembre si fanno negli USA.
Per gli europei c’è il lettino dello psichiatra o il sanatorio della Montagna Incantata.





