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GENEALOGIA DI UN PD CHE NON SA PIU’ CHI E’

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L’idea originale non era sbagliata, fondere la sinistra ex comunista e il cattolicesimo democratico in un unico corpo riformista. Un Ulivo, appunto, radici solide e rami persi. Peccato che in Italia i rami si tagliano da soli.

Nasce così il PD nel 2007: Veltroni sogna il partito dell’America di Obama, ma siamo nella Repubblica dei corridoi, delle mozioni e delle primarie che sembrano reality show. Ogni congresso un nuovo inizio, ogni sconfitta un nuovo partito.

Renzi se ne va nel 2019 e fonda Italia Viva, con la promessa di un centro moderno che dopo poco penta un talk show itinerante tra Arabia Saudita e Leopolda. Calenda, il più tecnico dei tecnici, fonda Azione: liberalismo d’ufficio stampa, moralismo d’ufficio anagrafe. Poi litigano pure tra loro: nasce e muore il Terzo Polo, durato meno di un amore estivo.

A sinistra, invece, resistono i veterani del “noi eravamo comunisti ma non ditelo a Bruxelles”. Da Articolo 1 a Sinistra Italiana, fino a Verdi e Schlein: la genealogia della nostalgia, sempre alla ricerca del popolo che nel frattempo è passato al supermercato.

Il PD del 2025 sembra un condominio dove ogni piano vota contro l’amministratore. C’è chi parla di giustizia sociale, chi di transizione digitale, chi di bonifiche e chi di influencer etici. È tutto vero, tutto giusto, ma manca la direzione. E in politica, quando manca la direzione, restano solo le correnti.

Elly Schlein prova a ridare un’identità di sinistra, ma ogni passo a sinistra fa perdere un elettore al centro. E ogni passo verso il centro fa perdere un militante alla base. Così il PD cammina sul posto, convinto di muoversi.

La destra si compatta per istinto di sopravvivenza, la sinistra si pide per principio morale. Nel centrodestra si litiga per il potere, nel centrosinistra per la purezza. E mentre loro si autoanalizzano, la destra governa, e bene o male, governa tutto: Palazzo Chigi, regioni, comuni, narrazione.

Il risultato è un bipolarismo zoppo: una coalizione che vince perché esiste, e un’altra che perde perché riflette. In un Paese dove chi pensa troppo non comanda mai.

La politica italiana non ha bisogno di nuovi partiti. Ha bisogno di identità, di linguaggi coerenti, e di persone che non fondino un movimento ogni volta che perdono un congresso. Serve una generazione che smetta di nascere da e cominci a restare in.

Chi saprà farlo, che si chiami PD o con un nome nuovo, prenderà il futuro. Gli altri continueranno a moltiplicarsi come fotocopie sbiadite di un’idea che non c’è più.

Il PD e i suoi figli sono la rappresentazione perfetta dell’Italia contemporanea. Tutti dicono di voler cambiare, ma nessuno vuole davvero restare dove serve per farlo. E mentre si scindono per coerenza, lasciano governare chi è almeno coerente nell’incoerenza.

Fine della morale. Nel 2025 la politica italiana non ha più padri fondatori, solo figli delusi in cerca di un cognome.

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  • Redazione

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