Oltre la politica del sintomo
Viviamo in un’epoca marchiata a fuoco da una profonda frammentazione sociale e politica.
Fenomeni come l’iperbole della “remigrazione”, la nascita di ronde di cittadini esasperati che impastano la sicurezza con la giustizia sommaria e la proliferazione di sindaci influencer – prodotti precotti del marketing elettorale, abilissimi a scaricare ogni responsabilità sul Governo centrale – non sono che i sintomi macroscopici di una patologia più profonda: la totale assenza di una visione globale e il collasso del senso civico.
Siamo accecati dall’ossessione del nostro infimo orticello personale. Questa miopia collettiva è figlia di una precisa mutazione culturale e sociologica: la trasformazione della società in una fabbrica di “diritti tout court“, slegati da qualsiasi contropartita etica.
La politica contemporanea ha smesso di educare i cittadini alla complessità dei propri compiti, preferendo solleticarne i pruriti individuali. Si rivendica qualsiasi diritto personale, anche il più banale, avendo perso, però, la benché minima memoria del dovere come architrave della convivenza.
Quando l’unica grammatica sociale diventa la pretesa del singolo, la comunità si disfa, lasciando spazio alla paralisi dell’ansia e all’irresponsabilità.
Di fronte a questo scenario, la tentazione immediata è quella di farsi travolgere dall’indignazione. Eppure, proprio quando il mondo sembra scivolare verso il caos, risuona con forza il monito del maestro zen Thích Nhất Hạnh:
“L’importante è non lasciare che l’ansia ti riempia il cuore. Se lasciamo che la preoccupazione ci riempia il cuore, presto o tardi ci ammaleremo. […] Preoccuparsi non serve a niente; anche se ti preoccupi venti volte di più, questo non cambierà la situazione del mondo”.
Questo invito a non farsi paralizzare dall’angoscia non è una fuga nel privato, bensì il prerequisito per l’azione. Una lucidità che trova una sponda straordinaria in due pilastri della filosofia occidentale: lo stoicismo di Epitteto e l’etica del dovere di Immanuel Kant.
Nel I secolo d.C., il filosofo stoico Epitteto apriva il suo Manuale con una distinzione radicale che definisce il perimetro della nostra salute mentale e politica:
“Vi sono cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi”.
I grandi sommovimenti macro-politici, le derive del marketing elettorale e l’incompetenza dei singoli amministratori non dipendono direttamente dal cittadino (anche se, qui, dovremmo aprire una parentesi dolorosa).
Disperdere le proprie energie nell’ansia per ciò che non si può controllare è la vera fonte della nostra schiavitù emozionale. Epitteto ci insegna a fare un passo di lato rispetto all’impotenza, liberando lo spazio interiore necessario per agire.
Ma dove indirizzare questa energia interiore ritrovata?
La risposta arriva da Kant e dalla sua etica del dovere incondizionato. Kant ci ricorda che l’azione umana diventa autenticamente morale solo quando risponde all’imperativo categorico: agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa sempre valere, in ogni tempo, come principio di una legislazione universale.
Chi agisce solo per difendere il proprio interesse particolare o chi abdica al proprio ruolo pubblico non sta universalizzando un principio, sta solo fortificando il proprio orticello.
Il recupero della categoria del dovere – verso la collettività, verso lo Stato, verso l’altro parimenti che verso se stessi – costringe l’individuo ad alzare lo sguardo dal particolare all’universale, trasformando la pretesa egoistica in responsabilità civica e universale.
Questo scenario è una sorta di delta dove si fondono perfettamente la saggezza d’Oriente e il rigore d’Occidente prima di gettarsi nell’oceano altazimutale.
Thích Nhất Hạnh ci offre il metodo per non disperdere le nostre forze nell’ansia sterile; Epitteto ci indica dove fermare il nostro sguardo per non impazzire; Kant ci indica la direzione etica verso cui procedere.
Quando la politica si riduce a pura messinscena, il cittadino consapevole rifiuta la trappola della lamentela passiva. Recupera la propria presenza e risponde a una chiamata più alta.
Come scriveva Thích Nhất Hạnh, abbiamo la responsabilità di portare pace e gioia nel mondo anche quando l’ambiente circostante non è come lo vorremmo. E questa responsabilità, in Occidente, potremmo chiamarla – pur riducendola, quasi banalizzandola – adempimento del proprio dovere civico.
La vera cura alla mediocrità della politica e della società odierne risiede nella capacità di mantenere il cuore fermo e la mente lucida. Solo chi non si lascia ammorbare dal disordine circostante possiede la chiarezza necessaria per smettere di pretendere e iniziare finalmente a contribuire, restituendo al dovere la sua dignità e la sua vera forza rivoluzionaria.
Già, perché non è il “diritto del singolo” che genera la rivoluzione buona e utile.
Woke? Preferiamo “sveglia!”.


Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.


