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Vannacci, una delle tante illusioni

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Roberto Vannacci

L’assenza di un programma politico dopo aver smentito la propria parola creando un partito

Non misuro la bontà delle mie riflessioni dal consenso che raccolgono.

Anzi: le cose più sensate che mi sia capitato di scrivere sono spesso passate quasi inosservate.

Mi accadde, lo ricordo bene, nel 2018. Alla vigilia delle elezioni che avrebbero plebiscitato il partito di Di Maio e Di Battista – i Gianni e Pinotto della politica italiana – ebbi per quasi un mese l’abitudine di aprire ogni giorno uno spazio di libera discussione, invitando i futuri elettori pentastellati a spiegare le ragioni della loro scelta.

Non ricevetti una risposta che fosse una.

Si nascondevano, i tapini. E si nascondevano per una ragione molto semplice: sapevano benissimo che le loro motivazioni non avrebbero retto a un pubblico esame. Tanto più che in larga misura si preparavano a praticare quella forma di parassitismo politico che sarebbe prese il nome di reddito di cittadinanza. Non avevano argomenti. Avevano soltanto aspettative più o meno indecenti.

La stessa cosa mi sta accadendo oggi quando accenno a Vannacci.

Quando ne parlo, silenzio. Oppure qualche risposta frettolosa, qualche slogan, qualche professione di fede. Mai una discussione vera. Mai un confronto sul merito. Hanno paura di esporsi, gli eroi del generale.

E li capisco.

Perché una parte non piccola dell’elettorato italiano è caduta sotto un autentico incantesimo. Blatera di “vera destra”, denuncia i tradimenti meloniani, insegue parole d’ordine incendiarie e si affida a un uomo che appena ieri giurava che non avrebbe mai creato un proprio partito.

Già questo dovrebbe bastare.

In politica la prima qualità richiesta a un uomo non è il coraggio, né l’intelligenza, né il carisma. È la parola. Chi smentisce la propria parola prima ancora di essere entrato davvero nell’agone politico offre già una misura piuttosto precisa della propria affidabilità.

Da questo punto di vista, Vannacci vale quanto Renzi, del quale è creatura peraltro.
E non è una bestemmia. È una constatazione.

Quale sarebbe, infatti, il programma del generalissimo?

La remigrazione di massa?

Uno slogan. Un puro flatus vocis, impossibile da trasformare in azione concreta.

L’ambigua fascinazione per Putin?
Uno slogan e una postura vergognosi, ereditati da Salvini, di cui la Lega sempre troppo tardi si libererà.

L’isolazionismo europeo?
Uno slogan. Citofonare Dowing Street.

I sogni autarchici?
Uno slogan, già sperimentato a suo tempo con pessimi esiti.

La retorica dell’Italia finalmente libera da vincoli e alleanze internazionali?
Uno slogan. Il più ridicolo tra tutti.

Sono parole che possono infiammare la platea dei pensionati descritti da De André – “Li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno/ a stratracannare, a stramaledire le donne, il tempo ed il governo” – o un congresso di scontenti professionali da “Piove, governo ladro”.

Ma si dissolvono non appena vengono messe alla prova dalla realtà.
L’Italia non è una superpotenza. Non è la Russia. Non è la Cina. Non è nemmeno una media potenza indipendente.

È una nazione gravata da un debito enorme, inserita nell’Unione Europea, protetta militarmente dall’Alleanza Atlantica e profondamente intrecciata ai mercati internazionali.

Chi promette rivoluzioni geopolitiche senza spiegare come realizzarle vende illusioni. Non politica.

Vannacci promette di fare con il megafono ciò che non potrebbe fare nemmeno da presidente del Consiglio.

Eppure costoro – e alcuni ne sono perfettamente consapevoli, mentre altri si abbandonano alla vecchia tentazione nichilista del “Tanto peggio, tanto meglio” – finiranno per consegnare l’Italia a Bonelli, a Fratoianni, alla Schlein e, peggio di tutti, a Renzi, vero creatore del golem Vannacci.

Lo faranno sprecando il proprio voto dietro questo signore in mimetica, questo pseudomessia della destra frustrata, questo ‘grillino di destra’ che promette tutto perché sa di non dover realizzare nulla.

La scena, del resto, l’abbiamo già vista.

Nel 2018 milioni di italiani si innamorarono dei Cinquestelle. Anche allora si parlava di rivoluzione, di onestà, di riscatto nazionale, di caste da abbattere e di miracoli imminenti.

Anche allora chi osava dubitare veniva trattato da servo o da complice. Poi arrivò la realtà. Con Conte, che a mio avviso è, beninteso politicamente, il suo peggio.

Oggi il meccanismo è identico. Cambiano i colori, cambiano gli slogan, cambia il pubblico di riferimento. Ma resta la stessa suggestione politica: l’illusione che esista un uomo capace di sostituire la complessità con una frase a effetto e i problemi con una promessa.

È una malattia antica degli italiani. Scambiare la radicalità delle parole per la profondità delle idee. Confondere la protesta con la politica. Credere che il tono della voce possa sostituire la sostanza.

E dopo, solo dopo, guardandosi allo specchio, si ‘sputeranno’ in viso.

E, per quanto sarà tardi, faranno benissimo.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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