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L’oro nero del Golfo e i futuri scenari

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oro nero

Entro dodici mesi il petrolio del lago Maracaibo nel Venezuela inizierà a sostituire quello di Hormuz

Nel 1972 un profetico documento del MIT per il neonato Club di Roma avvertiva che dopo 100 anni di ulteriore crescita economica tradizionale per le popolazioni del pianeta Terra non ci sarebbero state altre risorse disponibili.

Il Dio Moloch denominato PIL avrebbe inghiottito tutto. Profezie inascoltate.

Mancano ormai meno di 50 anni.

Il mutamento climatico detto global warming, innescato con la CO2 prodotta dai combustibili fossili, al ritmo attuale renderà inabitabile il pianeta Terra per i mammiferi predatori bipedi presunti sapiens entro la fine del secolo XXIV. Lo erediteranno ratti, scarafaggi, formiche, termiti, cornacchie e forse anche i pinguini.

Sembrerà adesso una battuta di cattivo gusto però i sapiens più colpiti da deficit cognitivo, ovvero i green di ogni indirizzo politico, dovrebbero brindare alla chiusura di Ormuz e alla prospettiva di oil barrell USD 200 proclamata dagli ayatollah. Preferite i carburanti a prezzi di saldo o il pianeta inabitabile?

Alla fine degli anni 60 del secolo passato i padroni degli idrocarburi e del gas avevano accomplished the mission. Infatti, il boicottaggio dell’atomo sembrava definitivo. Chernobyl perfezionò il lavoro.

Ma tutto aveva avuto inizio il 27 agosto 1859. A Titusville in Pennsylvania Edwin Drake, professione inventore, effettuò la prima trivellazione di un pozzo petrolifero. Grande successo, ma la guerra civile di Abraham Lincoln e Jefferson Davis si mosse con cavalli, buoi e gambe umane.

Il vapore delle locomotive garantiva la logistica, con il carbone. Le navi andavano a vela, non poche già solcavano fiumi e oceani con eliche e pale di pittoreschi battelli a ruota. Carbone e vapore.

Poi a guerra finita Dakota e Oklahoma inondarono di liquido oleoso, prezioso e maleodorante gli Stati Uniti d’America dopo la vittoria di Lincoln e Grant.

Intanto, la vera rivoluzione industriale affamata di energia a buon mercato aveva già trasformato l’Europa, contrapponendo in micidiale rivalità inglesi e tedeschi. Ma il veleno nero ancora non poteva attraversare l’Oceano Atlantico. Lo cercarono altrove e lo trovarono nel posto sbagliato.

Che il petrolio fosse una commodity indispensabile e un minerale assolutamente strategico – e che ne esistesse in quantità per l’epoca illimitate proprio nella Persia oggi Iran – cominciarono a sospettarlo inglesi, russi e tedeschi al tempo del “grande gioco” per il controllo dell’Afghanistan durante gli ultimi decenni del XIX secolo. Sì, la storia tende a replicarsi.

William Knox d’Arcy fu un geniale businessman anglo-australiano. Aveva intuito che la Persia galleggiava sul petrolio proprio quando apparvero i motori a scoppio. Trovò il geologo migliore, ovviamente britannico, nella persona di George Bernard Reynolds.

Dopo anni di trivellazioni infruttuose l’oro nero schizzò fuori da una profondità di 360 metri il 26 maggio 1908 in un luogo remoto chiamato Maydon-e-Naftune, non lontano dal mare del golfo persico.

Letteralmente a cascata furono poi individuati e sfruttati enormi giacimenti in Irak e nella penisola arabica affacciata sul golfo, fino all’intervento delle compagnie USA nel regno saudita dopo la Seconda guerra mondiale. E presto fu trovato anche il gas.

Washington trasformò così la monarchia wahabita in potenza economica assoluta. Erano nati i petrodollari.

Ai regimi più retrivi del nazionalismo arabo-islamico e a monarchie feudali che hanno appena adesso iniziato a entrare nella cultura di massa delle stentate modernizzazioni esentasse e low-cost, fu fornita l’arma totale dell’energia, ovvero il controllo dei flussi di greggio verso l’estremo oriente nell’Oceano Indiano e verso l’Europa occidentale per le strettoie del Mar Rosso e di Suez.

Ma si tratta di autentiche, sottili vene giugulari che, se bloccate, strozzano le economie di produttori e consumatori.

Comunque, forse e ogni tanto, funziona anche la grande strategia. Entro dodici mesi il petrolio del lago Maracaibo nel Venezuela postmaduriano inizierà a sostituire quello che passa/passava da Hormuz.

Inoltre, benché Malaysia e Singapore siano molto più strategiche di Hormuz, la geopolitica alla cacciatora non si accorge che la logistica della Cina è anche in ostaggio di un eventuale blocco armato o minato nello stretto di Malacca. Come si può facilmente constatare su qualsiasi planisfero on line.

Autore

  • Piero Di Nepi

    Piero Di Nepi

    Piero Di Nepi, professore di lettere, storico e analista geopolitico del Centro Studi MB2 - LoStatodellecose.

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