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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE L’ARMA INVISIBILE NEGLI ATTUALI SCENARI DI GUERRA

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di Stefano Silvio Dragani*

Premessa – Kristian Humble, giovane professore alla statunitense Georgetown University, nel 2024 ha pubblicato uno studio approfondito sull’uso dell’intelligenza artificiale (IA) nella guerra moderna, suscitando grande interesse e vasta attenzione scientifica. In particolare, Humble ha dichiarato che la crescente militarizzazione dell’IA è parallela alla corsa agli armamenti nucleari nella Guerra Fredda, sottolineando inoltre come la comunità internazionale, le Nazioni Unite e il diritto internazionale stiano decisamente faticando ad adattarsi e a regolamentare l’uso di questi nuovi armamenti, che stanno rapidamente cambiando il panorama della guerra moderna.

La comunità internazionale, secondo diversi analisti occidentali, ha iniziato a prendere in considerazione l’intelligenza artificiale e la sua influenza sulla guerra moderna unicamente dal 2012, con una serie di documenti che delineavano l’uso di sistemi d’arma automatizzati. Questi documenti includevano direttive politiche del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) sull’autonomia dei sistemi d’arma, e un rapporto di Human Rights Watch e dell’International Human Rights Clinic della Harvard Law School (rapporto HRW-IHRC del 2012), che chiedeva il divieto assoluto delle armi automatizzate.

In estrema sintesi, stiamo vivendo un periodo storico in cui lo sviluppo e l’uso di armi in grado di svolgere funzioni autonome durante i conflitti stanno diventando il fulcro dell’attenzione di Stati e aziende tecnologiche. Cerchiamo di approfondire.

Definire un sistema d’arma Autonomous Weapon System (AWS)
Pur esistendo diverse definizioni su cosa possa costituire un AWS, possiamo affermare che le due definizioni sostanzialmente accettate dalla comunità internazionale provengono, la prima, dal Regno Unito, e la seconda dagli Stati Uniti.

Il Ministero della Difesa del Regno Unito, nel 2011, ha definito l’AWS come “sistemi d’armi in grado di comprendere intenzioni e direzioni di livello superiore, ovvero di raggiungere lo stesso livello di comprensione della situazione di un essere umano e di intraprendere azioni appropriate per raggiungere lo stato desiderato”.

Successivamente, nel 2023, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha proposto un approccio diverso, definendo l’AWS come “un sistema in grado, una volta attivato, di selezionare e ingaggiare obiettivi senza ulteriore intervento da parte di un operatore umano”.

In tale cornice, merita evidenziare che, nel 2016, durante il gruppo di lavoro della Convenzione sulle Armi Convenzionali delle Nazioni Unite, si è cercato di definire il concetto di Autonomous Weapon System come un “sistema d’arma in grado di svolgere compiti regolati dal diritto internazionale umanitario (IHL) in sostituzione parziale o totale di un essere umano nell’uso della forza, in particolare nel ciclo di individuazione dei bersagli”.

Tuttavia, ciò che maggiormente preoccupa gli analisti di settore non appare rappresentato dalla ricerca di una definizione condivisa, ma piuttosto dall’assenza sostanziale di un quadro giuridico che possa regolamentare lo sviluppo, sempre più intenso, di questo tipo di armamento.

Autonomous Weapon Systems (AWS) e rapporti essere umano-macchina
Per meglio comprendere questo rapporto tra uomo e macchina, nel giugno 2025, Geopolitica ci informa che i sistemi d’arma autonomi basati sull’IA si suddividono infatti in armi “human-in-the-loop”, in cui la macchina ha il solo obiettivo di selezionare il target contro il quale la forza sarà diretta attraverso il comando umano; i sistemi “human-on-the-loop”, che utilizzano invece la forza con la supervisione umana; mentre il paradigma “human-out-of-the-loop” si caratterizza per il minimo livello di controllo, talvolta senza necessità di input per l’esecuzione della forza.

Merita rilevare che questi diversi sistemi hanno in comune la capacità di comprendere e relazionarsi con l’ambiente, orientando il proprio comportamento a un obiettivo dato, attraverso la sintesi delle informazioni e dell’esperienza collezionata dalle azioni precedenti.

La superiorità sul campo di battaglia, afferma sempre Geopolitica, si traduce oggi, in maniera ancora più rilevante di un tempo, nella capacità di “percepire, dare un senso e agire”.

L’attrattività dell’intelligenza artificiale è stata riconosciuta proprio nella sua potenzialità di consentire superiorità decisionale, sfruttando i dati e minimizzando i rischi, consentendo velocità e agilità dei processi di valutazione.

La realtà odierna suggerisce uno scenario di incremento nell’integrazione delle soluzioni IA nel ciclo decisionale “Observe, Orient, Decide and Act”, sollevando non poche perplessità e preoccupazioni, sia tra gli esperti di settore sia in seno alla comunità internazionale.

Una voce fuori dal coro: “Alex Karp di Palantir rompe gli indugi”
Questo è stato sostanzialmente il titolo apparso in diverse testate occidentali, a seguito di dirompenti dichiarazioni espresse nel marzo del 2023 da Alex Karp, amministratore delegato della Palantir Technologies, società statunitense specializzata nelle nuove tecnologie e nell’analisi di big data.

In particolare, a margine del convegno internazionale denominato Reaim Summit, manifestazione organizzata dal governo olandese nel 2023 all’Aja, proprio per trattare il tema dell’IA nell’agenda politica internazionale, l’amministratore delegato di Palantir non aveva nascosto il coinvolgimento diretto della propria azienda nel conflitto in Ucraina, affermando:

“Siamo responsabili della maggior parte degli attacchi. Siamo agli albori dell’intelligenza artificiale, ma una delle cose principali che dobbiamo fare in Occidente è renderci conto che questa novità è stata completamente compresa anche da Cina e Russia”.

In merito, la rivista statunitense WIRED non aveva esitato a dichiarare che:

“La Palantir sfrutta l’intelligenza artificiale per colpire obiettivi russi ed è quindi a supporto della nazione di Kiev. Fra i servizi di Palantir, la possibilità di analizzare i movimenti satellitari e i feed dei social media per aiutare a visualizzare la posizione di un nemico, consentendo all’esercito ucraino di prendere di mira carri armati e artiglieria nemica. L’IA riesce ad analizzare una grande quantità di dati in poco tempo, velocizzando gli attacchi e favorendo un approccio ostile in minor tempo”.

Il progetto statunitense Thunderforge
A conferma di come questa nuova tecnologia sia oggetto di continui studi e immediata applicazione sui teatri di guerra odierni, ricordiamo che nel marzo 2025, il sito americano Defence Innovation Unit (DIU), organismo scientifico del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, aveva riferito testualmente che:

“La Defense Innovation Unit (DIU) aveva assegnato un contratto prototipo a Scale IA per Thunderforge, un’iniziativa progettata per integrare l’intelligenza artificiale nella pianificazione militare operativa e di teatro operativo, integrando strumenti di modellazione e simulazione all’avanguardia. Lo stato finale del sistema accelererà il processo decisionale, consentendo ai pianificatori di sintetizzare più rapidamente grandi quantità di informazioni, generare molteplici linee d’azione e condurre wargame basati sull’IA per anticipare e rispondere alle minacce in evoluzione.”

In tale cornice, Bryce Goodman, responsabile del programma Thunderforge della DIU, aveva altresì dichiarato che:

“Gli odierni processi di pianificazione militare si basano su tecnologie e metodologie vecchie di decenni, creando un divario fondamentale tra la velocità della guerra moderna e la nostra capacità di risposta. Thunderforge porterà l’analisi e l’automazione basate sull’intelligenza artificiale alla pianificazione operativa e strategica, consentendo ai decisori di operare al ritmo richiesto dai conflitti emergenti. La soluzione tecnologica Thunderforge inoltre fornirà funzionalità di pianificazione assistita dall’intelligenza artificiale, strumenti di supporto alle decisioni e flussi di lavoro automatizzati, consentendo ai pianificatori militari di navigare in ambienti operativi in continua evoluzione. Sfruttando modelli linguistici avanzati (LLM), simulazioni basate sull’intelligenza artificiale e wargame interattivi basati su agenti, Thunderforge migliorerà il modo in cui le forze armate statunitensi si preparano e svolgono le operazioni”.

In merito, il Generale di Corpo d’Armata Peter Andrysiak, Capo di Stato Maggiore dell’USEUCOM, ha affermato che Thunderforge si basa sugli sforzi compiuti nell’ultimo anno per digitalizzare e migliorare il vantaggio decisionale: “La nostra capacità di consolidare, analizzare e agire su enormi quantità di dati provenienti da tutto il teatro operativo e dalle diverse funzioni operative non è mai stata così grande. Thunderforge rappresenta un passo avanti in questo sforzo e consentirà agli Stati Uniti di continuare a spingere in avanti i confini in termini di sfruttamento delle tecnologie emergenti per modernizzare l’efficienza organizzativa”.

Infine, Doug Beck, direttore della DIU, aveva altresì dichiarato che:

“Thunderforge è la base per la prossima generazione di processi decisionali militari basati sull’intelligenza artificiale, migliorando la capacità della Forza Armata di pianificare, adattarsi e rispondere alle sfide emergenti alla velocità della macchina, aiutando i combattenti a prevenire conflitti di vasta portata o a vincere se costretti a combattere”.

Un rapporto strategico: “Superintelligence strategy – expert version”
Alberto Puliafito, analista del settore, nel marzo del 2025 affermava che Eric Schmidt, già amministratore delegato di Google e tra i principali sostenitori della militarizzazione dell’intelligenza artificiale, nel suo documento strategico “Superintelligence Strategy”, scritto con Dan Hendrycks e Alexandr Wang, aveva espresso preoccupazione per il rischio di una corsa incontrollata alla “superintelligenza”.

Schmidt criticava, in particolare, il piano di finanziamento governativo su larga scala per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generale proposto dal Congresso degli Stati Uniti. Secondo Schmidt, una competizione senza freni potrebbe aumentare le tensioni internazionali e innescare attacchi informatici su larga scala da parte di Paesi rivali come la Cina.

Il rischio è che un Paese in vantaggio nello sviluppo dell’IA possa essere visto come una minaccia esistenziale, spingendo gli avversari ad adottare misure drastiche, comprese azioni militari preventive.

Come alternativa, Schmidt propone la strategia del mutual assured IA malfunction (MAIM), un meccanismo di deterrenza che potrebbe prevedere: “il blocco delle esportazioni di chip avanzati per impedire ad altri Paesi di sviluppare superintelligenze militari; il potenziamento delle capacità di cyberattacco per disattivare progetti di IA ostili prima che diventino una minaccia; la creazione di accordi internazionali per limitare lo sviluppo di intelligenze artificiali generali (AGI) in ambito militare”.

Questa visione, secondo Puliafito, non appare meno aggressiva dell’antica corsa agli armamenti, ma potrebbe spostare l’attenzione dal vincere la gara, al dissuadere gli altri dal parteciparvi. Un ritorno alla strategia della deterrenza e della dissuasione, su altri piani.

Sistemi d’arma autonomi e processo decisionale digitale: un pericolo per i diritti umani
In relazione alla complessa tematica, peraltro in continua evoluzione, Human Rights Watch ha redatto un interessante rapporto di analisi, nel quale si afferma che “I sistemi d’arma autonomi presentano numerosi rischi per l’umanità, la maggior parte dei quali viola gli obblighi e i principi fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani. Tali sistemi selezionano e attaccano i bersagli basandosi sull’elaborazione dei dati da parte dei sensori anziché sull’input umano. Le minacce che rappresentano sono di vasta portata a causa del loro previsto utilizzo nelle operazioni di polizia e durante i conflitti armati. Dato che il diritto internazionale dei diritti umani si applica sia in tempo di pace che in tempo di guerra, esso copre tutte le circostanze rilevanti per l’uso e lo sviluppo di sistemi d’arma autonomi.”

I sistemi d’arma autonomi selezionano e attaccano i bersagli in base all’elaborazione dei dati dei sensori, anziché all’input umano. Dopo l’attivazione iniziale da parte dell’utente, si affidano al software, spesso utilizzando algoritmi, input da sensori come telecamere, firme radar e forme di calore, e altri dati, per identificare un bersaglio. Una volta individuato il bersaglio, i sistemi sparano o rilasciano il loro carico utile senza l’approvazione o la revisione di un operatore umano. In altre parole, è una macchina, anziché un essere umano, a determinare dove, quando e contro quale forza viene applicata.

I progressi tecnologici e gli investimenti militari stanno ora stimolando il rapido sviluppo di sistemi d’arma autonomi che funzionerebbero senza un controllo umano significativo. Tali sistemi d’arma autonomi, a cui sono delegate decisioni di vita o di morte, potrebbero anche avere come bersaglio le persone. Questi sistemi sollevano una serie di preoccupazioni etiche, morali, legali, di responsabilità e di sicurezza, comprese quelle previste dal diritto internazionale dei diritti umani.

In tale contesto, HRW, nell’esprimere l’urgente necessità di realizzare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per regolamentare o vietare l’uso dei sistemi d’arma autonomi, afferma che solo uno strumento giuridico completo potrebbe affrontare efficacemente la gamma di sfide in materia di diritti umani sollevate proprio dai nuovi sistemi d’arma legati all’intelligenza artificiale.

Conclusione
In un’epoca così complessa, in cui percezione, sensazione e rappresentazione, declinate in tutte le diverse forme di comunicazione, appaiono giganti in grado di calpestare con facilità i valori della conoscenza e dello studio, desidero proporvi un breve passo del recente intervento espresso dalla rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Elena Beccalli, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione:

“Nuove tecnologie e intelligenza artificiale aprono a scenari inediti e pongono questioni sempre più complesse, che toccano in modo diretto la dimensione antropologica ed etica. Questioni che non riguardano solo gli effetti provocati da una pur importante rivoluzione tecnologica, ma coinvolgono le categorie dell’esistenza umana. Non dobbiamo avere remore nel sostenere che ci troviamo davanti a una vera e propria rivoluzione culturale che ci invita a riflettere sulla nostra idea di intelligenza e di senso”.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

https://www.triesteallnews.it/2025/11/lintelligenza-artificiale-larma-invisibile-negli-attuali-scenari-di-guerra/

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