Borghesi ex sessantottini, antifa e green, asserragliati negli zoo ZTL, e lumpenproletariat, ottimo impasto da Campo largo
Non si arrendono. Sono stati sgomberati da quasi un anno dalla loro storica sede di via Watteau, ma l’obiettivo dei militanti del centro sociale Leoncavallo resta quello di rientrare nello spazio che occuparono nel settembre del 1994, un’ex cartiera di proprietà della società L’Orologio del gruppo Cabassi.
I leoncavallini, però, non pensano di rioccupare abusivamente via Watteau (almeno per ora), ma nulla è escluso: puntano su un metodo diverso e legale, ossia acquistare l’immobile.
Davanti alla loro ex sede hanno spiegato di aver offerto cinque milioni di euro ai Cabassi per acquisire il capannone e tornare “a casa”, ma i proprietari non hanno neanche preso in considerazione l’offerta.
A riferire dell’offerta dei leoncavallini sono stati, durante una conferenza stampa, tenutasi lunedì mattina, l’ex consulente d’azienda Sergio Cusani e lo scrittore Pino Tripodi, “ambasciatori” del centro sociale, che negli scorsi mesi si sono adoperati per avviare un percorso di acquisto, da parte di alcuni imprenditori interessati al progetto.
Rispetto a una perizia che aveva stimato in 2,5 – 3 milioni il valore dell’immobile, gli imprenditori, dopo una serie di sopralluoghi, due settimane fa hanno formulato un’offerta da 5 milioni di euro che al momento non è stata presa in considerazione dalla proprietà (Gruppo Cabassi).
Nel rivolgere ancora un appello ad altri imprenditori per unirsi al progetto, Cusani e Tripodi hanno sottolineato che il Comune di Milano, pur non potendo intervenire direttamente in una questione tra privati, ha dichiarato che la migliore condizione per la città sarebbe un ritorno del Leoncavallo in via Watteau attraverso un percorso legale. Tuttavia, se la trattativa con i Cabassi non si sbloccasse, saranno valutate vie alternative.
E, riguardo alla possibilità che gli attivisti del centro sociale rioccupino i locali, Daniele Farina, storico leader del Leoncavallo, presente con Marina Boer delle Mamme Antifasciste del Leoncavallo, ha commentato così: “Penso che nulla sia escluso, ma non è nella nostra volontà e capacità. Toccherà ai ragazzi decidere il percorso, laddove noi fallissimo”.
Un’alternativa, a dire la verità, c’era, era il capannone dismesso in via San Dionigi, a Porto di Mare, periferia sud-est della città, messo a bando dal Comune proprio come eventuale nuova casa del centro sociale, ma il problema non è la sede ma il simbolo.
Il Leoncavallo è stato uno dei centri sociali autogestiti più longevi e simbolici d’Italia (1975 – 2025), sgomberato definitivamente il 21 agosto 2025 dopo decenni di occupazioni, resistenze e negoziazioni. La sua traiettoria riflette trasformazioni sociali, culturali e politiche più ampie della società milanese e italiana.
I primi occupanti (18 ottobre 1975) provenivano dai movimenti della sinistra extraparlamentare post-’68: comitati di quartiere (Casoretto, Lambrate), collettivi antifascisti, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, militanti marxisti-leninisti e libertari ex-cattolici.
Si trattava prevalentemente di giovani adulti radicati nel tessuto operaio della periferia nord-est di Milano (zona ex-industriale, “Stalingrado d’Italia”). Forte era il legame con la classe operaia locale, con enfasi su servizi di prossimità: asilo, consultorio femminile, scuola popolare, mensa, controinformazione.
Al tempo il profilo sociologico era quello della classe operaia o proletariato urbano in transizione, con alto capitale militante ideologico (marxismo, antifascismo, femminismo).
L’occupazione nasceva da bisogni concreti di spazi sociali in una città in rapida trasformazione industriale.
Con la deindustrializzazione, la diffusione della droga e il riflusso dei movimenti, il centro perse parzialmente il radicamento operaio. Emersero fratture interne e una maggiore eterogeneità: “vecchi” militanti, nuove soggettività giovanili (punk, dark, subculture), collettivi autonomi.
Il Leoncavallo diventò riferimento di giovani precari, artisti, studenti e sottoculture, con una riduzione del peso operaio tradizionale a favore di una composizione più “post-operaia” e controculturale.
Dopo lo sgombero del 1989 (resistenza epica sul tetto) e il trasferimento in via Watteau (1994), il centro si ridefinì come laboratorio di cultura e servizi sociali. Attirò una composizione sociale trasversale: studenti, disoccupati, migranti, intellettuali progressisti, attivisti.
Temi centrali: antiproibizionismo, reddito, precariato, diritti migranti, antifascismo, critica al neoliberismo.
Negli ultimi decenni il profilo sociologico prevalente è stato di giovani e adulti giovani (18-35/40 anni), con presenza di militanti storici, appartenenti al precariato urbano, studenti, lavoratori intermittenti, artisti, intellettuali “di sinistra”, migranti, portatori di un’ideologia di sinistra radicale, autonoma, anarchica o post-autonoma, con enfasi su autogestione, commons, anticapitalismo “dal basso”, antifascismo militante.
Le “Mamme del Leoncavallo” rappresentavano un ponte generazionale e di genere con il quartiere.
Se ancora ci fossero dei dubbi sull’impasto che accomuna una borghesia danarosa, in parte ex sessantottina, e le nuove generazioni di antistato, antagonisti, appartenenti al lumpenproletariat, la richiesta di acquisto del Leoncavallo per la bella cifra di cinque milioni è un indice indicativo di che cosa sia oggi la sinistra progressista.





