È il prodotto di una filiera della radicalizzazione che non punta più al martirio, quindi sarà possibile catturare e carpire informazioni
Le informazioni che stanno emergendo sull’attentato di Berlino confermano un elemento che chi si occupa di intelligence conosce bene: il terrorismo jihadista raramente nasce da un’improvvisa esplosione di violenza.
Le autorità tedesche hanno identificato il principale sospettato come un soggetto già noto agli investigatori, radicalizzato e inserito nell’ambiente islamista, con precedenti tentativi di unirsi all’IS. Il ministro dell’Interno tedesco ha definito l’episodio un attentato terroristico di matrice islamista.
Dal punto di vista analitico il dato più interessante non è soltanto l’attacco ma la catena di indicatori che lo precede:
• radicalizzazione progressiva;
• contatti con ambienti estremisti;
• precedenti penali e violenti;
• esposizione alla propaganda jihadista;
• scelta di un bersaglio altamente simbolico, capace di garantire enorme risonanza mediatica.
È lo schema operativo che l’IS ha promosso per anni: colpire obiettivi “soft”, utilizzare mezzi facilmente reperibili e massimizzare l’impatto psicologico più che quello militare.
L’organizzazione non ha bisogno di controllare direttamente ogni attentatore: è sufficiente ispirare individui già radicalizzati affinché trasformino la propaganda in azione. Non serve nemmeno addestrarsi.
Esiste, poi, una vera e propria economia parallela immersa nella rete logistica, a volte formata da conoscenti, amici e parenti.
La radicalizzazione è un processo osservabile e a strati: lascia tracce digitali, relazionali e comportamentali. che possono essere analizzate attraverso fonti aperte integrate con intelligence e attività investigative.
La vera sfida non consiste soltanto nel fermare l’attentatore il giorno dell’azione, ma nell’intercettare molto prima la rete di relazioni, i canali di propaganda e gli ecosistemi digitali che rendono possibile la trasformazione di un individuo radicalizzato in una minaccia operativa. Bisogna essere attenti ai dettagli nella fase di prevenzione.
Fase che potrebbe essere di soft power, ovvero finanziata ad arte per portare “ideali” e “narrazioni deformate” all’attenzione di soggetti manipolabili.
Un esempio?
L’esaltazione d’altri “soldati” operanti in precedenti attentati, la distorsione d’avvenimenti storici, l’utilizzo di tecniche di guerra psicologica per far sentire il soggetto accerchiato dalla società occidentale e, in ultimo, una novità: la salvezza a fine attentato, con possibilità di fuga attraverso la nutrita rete di conoscenze, rete che va smantellata o logisticamente sarà complesso arrivare a prevenire.





