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USA – Iran, una partita dagli esiti mutevoli

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USA - Iran partita

Quali scenari si prefigurano?

Venerdì Donald Trump ha riunito i vertici della sicurezza nazionale per valutare una nuova escalation della guerra contro l’Iran.

Secondo il New York Times, sul tavolo non ci sono più soltanto attacchi contro installazioni nucleari e militari, ma un’intensificazione della campagna contro le infrastrutture strategiche come ponti, autostrade, grandi fabbriche, forse anche i grandi impianti di desalinizzazione dell’acqua (un crimine di guerra).

La domanda che mi pongo non è tanto se ci sarà un’escalation, ma come potrà finire.

Gli Stati Uniti possono infliggere danni enormi all’economia iraniana. L’Iran, però, può colpire l’economia mondiale.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio commerciato nel mondo, e Bab el-Mandeb, già minacciato dagli Houthi nel Mar Rosso, sono due colli di bottiglia fondamentali. Se entrambi venissero compromessi, le conseguenze economiche sarebbero globali.

Il paradosso è che questa guerra, se non verrà portata fino in fondo – almeno fino alla distruzione del programma nucleare iraniano e delle sue capacità missilistiche strategiche – rischia di rafforzare proprio ciò che vorrebbe impedire.

Le componenti più oltranziste del regime hanno ormai prevalso e hanno respinto le condizioni estremamente vantaggiose offerte, che avrebbero comportato la revoca delle sanzioni e la riapertura dei commerci.

Di conseguenza, la tentazione di dotarsi dell’arma nucleare oggi è probabilmente ancora più forte di quanto fosse prima dell’inizio delle ostilità.

Il vero errore strategico, però, è stato commesso anni fa.

Nel 2015 l’amministrazione Obama, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Unione Europea, Russia e Cina, negoziò il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo internazionale sul nucleare iraniano.

Non era perfetto, ma manteneva il programma di Teheran sotto stretto controllo internazionale, limitando l’arricchimento dell’uranio e imponendo un regime di ispezioni estremamente rigoroso.

Nel 2018 Donald Trump decise di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti da quell’accordo, convinto che una politica di “massima pressione” avrebbe costretto l’Iran ad accettarne uno migliore.

I fatti dimostrano che accadde il contrario.

L’Iran reagì aumentando progressivamente il livello di arricchimento dell’uranio fino a raggiungere il 60%, un dato palesemente incompatibile con qualsiasi uso civile e certificato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

A quel punto le alternative realistiche erano ormai soltanto due: accettare un Iran sulla soglia nucleare, confidando nella deterrenza reciproca, oppure tentare di impedirglielo con la forza. Entrambe rappresentavano scenari terrificanti.

A questo punto è lecito chiedersi perché Israele e Trump abbiano scelto la seconda opzione.

Trump sembra aver ritenuto che il regime iraniano, posto di fronte a un bivio tra un accordo estremamente vantaggioso – con la revoca delle sanzioni e la riapertura dei commerci – e la prosecuzione di una guerra dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, avrebbe scelto la prima opzione.

Ha invece prevalso la linea più intransigente, fino a rendere il conflitto praticamente inevitabile.

Netanyahu, invece è arrivato a una conclusione diversa già dopo il 7 ottobre. A mio giudizio, quell’attacco ha cambiato radicalmente la percezione della deterrenza.

Per anni Israele aveva creduto di poter contenere Hamas, Hezbollah e gli altri suoi principali avversari.

Il 7 ottobre ha invece dimostrato che organizzazioni animate da un forte fanatismo ideologico e religioso possono assumere decisioni che, secondo i nostri criteri occidentali, appaiono del tutto irrazionali.

Immaginiamo allora cosa significherebbe un Hamas sostenuto da un Iran protetto dal proprio deterrente nucleare.

Credo sia proprio questa riflessione ad aver convinto il governo Netanyahu che minacce percepite come esistenziali non potessero più essere semplicemente contenute sulla base della deterrenza.

Dal punto di vista strategico è un fatto che Israele abbia ottenuto risultati importanti: Hamas e Hezbollah sono stati fortemente indeboliti e la caduta del regime siriano ha spezzato il principale corridoio logistico dell’Iran verso il Libano. L’Iran, però, rappresenta una sfida di tutt’altra dimensione.

Nel breve periodo vedo quasi esclusivamente conseguenze negative: sofferenze enormi per il popolo iraniano, perdite limitate ma dolorose per le truppe USA, instabilità regionale e pesanti contraccolpi sull’economia mondiale.

Nel lungo periodo, però, questa crisi potrebbe produrre due effetti sistemici di segno opposto.

Il primo sarebbe una drastica accelerazione a livello mondiale della transizione energetica. Ogni crisi che rende instabili gli approvvigionamenti di petrolio e gas aumenta, infatti, l’incentivo economico e strategico ad abbandonare gli idrocarburi.

Il secondo riguarderebbe gli equilibri politici negli Stati Uniti. La mia previsione è che l’aggravarsi della crisi, con conseguente aumento generalizzato dei prezzi negli Stati Uniti, finirà per travolgere il Partito Repubblicano alle prossime elezioni di metà mandato.

Una compagine che appariva già avviata verso una probabile sconfitta di misura potrebbe andare incontro a una vera disfatta, capace di modificare profondamente, e potenzialmente a lungo, gli equilibri della politica americana.

È una conclusione apparentemente paradossale.

Se gli effetti immediati della guerra saranno con ogni probabilità drammatici, quelli sistemici di lungo periodo potrebbero invece rivelarsi positivi: da un lato accelerando in modo decisivo la necessaria transizione energetica, dall’altro rafforzando la stabilità della democrazia americana e, indirettamente, quella dell’intero Occidente.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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