
Il voto con il quale il neo Parlamento europeo ha chiesto di revocare le restrizioni all’uso delle armi dei Paesi occidentali, in base ad un paragrafo otto “non vincolante”, o è una buffonata propagandistica, con pesanti ripercussioni interne all’Unione Europea, o è un passo pericoloso di un’escalation con risultati imprevedibili.
In ogni caso, quel voto mette ancora più in evidenza la questione delle linee rosse invalicabili che, strana coincidenza, accomuna Mosca e Tel Aviv.
Lo Stato ebraico, se vuol sopravvivere, non può consentire a nessuno di attaccarlo e di vincerlo.
Dalla sua fondazione è venuto meno il pericolo rappresentato dal no di tutto il mondo arabo, ma è rimasto un nemico fondamentale: l’Iran sciita, con le sue estensioni terroristiche.
Hamas, che sciita non è, ma che è strumento di Teheran, con un’azione di invasione del territorio di Israele ha colpito al cuore il dogma israeliano che per essere restaurato non poteva che arrivare a quanto stiamo vedendo: la distruzione di Hamas e, probabilmente, anche di Hezbollah.
Il dogma della sopravvivenza di Israele è: chi tocca muore.
Teheran, che ha una dissidenza interna molto estesa, è avvertito e non a caso lancia proclami, ma si astiene da azioni.
Un’azione pesante di Teheran potrebbe avere conseguenze pesantissime, anche atomiche.
Nel caso di Israele Teheran ha superato la vera linea rossa.
Quale è la linea rossa di Mosca? La sopravvivenza della Russia come grande potenza che non accetta che ai suoi confini esista uno Stato, come l’Ucraina, molto esteso, con lo sbocco al mare, super armato da armi occidentali, membro della NATO. Si, ma non solo.
Il popolo russo, che per ora sta con Putin, potrebbe abbandonare il leader se cominciasse a pensare che non è in grado di difendere il sacro suolo di Santa Madre Russia, la terza Roma, erede di Costantinopoli.
Per chi volesse approfondire l’argomento della terza Roma consiglio di leggere l’articolo pubblicato ieri da Silverio Allocca: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/cultura/19762-la-turchia-di-erdogan-lue-washington-mosca-e-leredita-dellantica-roma.html
Putin, che è un distillato del potere russo, conosce bene la storia del suo Paese e anche il limite di rottura tra vertice e base.
Lo zar Nicola II è ben presente al presidente russo, così come Lenin, i suoi finanziatori e le dinamiche che portarono al crollo dello zarismo del quale Putin si sente a tutti gli effetti l’erede.
Ovviamente se ne guarda bene dal ripetere l’errore dello zar e se la linea rossa (questa è quella vera) dello scollamento tra vertice e popolo dovesse essere prossima ad essere superata la reazione sarebbe uguale a quella di Israele.
In altri termini: se voi occidentali volete accerchiare la Russia e disgregarne il legame interno tra vertice e popolo, la risposta vi riguarderà direttamente.
Ed ecco che siamo al Parlamento europeo. Se il voto è una buffonata propagandistica, il risultato è l’ennesima dimostrazione di incapacità delle leadership di un’Unione che continua ad essere un nanerottolo politico.
Se il voto risponde ad un avvertimento di chi in questi anni ha dimostrato di essere al servizio della finanza, passata oggi dal green alle armi, anche se priva di energia, di materie prime e di strategia, allora il voto è semplicemente l’offerta di una cartina politica di dove colpire, da parte di Mosca, nel caso si insista a voler superare la vera linea rossa.
A più voci Mosca lo ha detto ed è il caso di crederle: se colpite il territorio russo con armi occidentali siete in guerra con noi e noi colpiremo voi, direttamente.
Terza guerra mondiale? Possibile per chi non sa più come risolvere la bolla finanziaria velenosa che si aggira come un fantasma sul pianeta. Possibile per chi ha imparato la lezione della storia e non commetterà gli errori dello zar Nicola II.
Ecco perché gli europei o sono inconsapevoli e, in quanto tali, da mandare a coltivare le patate, o sono molto servili e consapevoli, e allora sono degli scriteriati che giocano con il fuoco.
Dal canto suo Zelensky, che è parte della squadra montata da Victoria Nuland, George Soros e Joe Biden, sta giocando la partita dell’escalation. Per ora Putin risponde avanzando nel Donbass e tenendo bassa la risposta agli attacchi missilistici in profondità nel territorio russo. Fino a quando? Fino a quando non si supererà la linea rossa vera.
A quel punto la risposta di Putin potrebbe essere su più fronti.
Due passi nella storia servo sempre a capire i possibili sviluppi futuri.
La fine di Nicola II e il successivo avvento del bolscevismo ebbe come protagonista tale Aleksandr Israel Helphand, detto Parvus, l’uomo in casa del quale nacque l’Iskra, il giornale di Lenin, e che suggerì a Trockji la teoria della «Rivoluzione permanente».
Aleksandr Israel Helphand fu il veicolo del massiccio aiuto finanziario che Lenin ottenne dagli ambienti politici e militari tedesch, come è ormai appurato dai documenti.
Si valuta che sia stata trasferita a Lenin e ai bolscevichi una somma non inferiore ai trenta milioni di marchi-oro.
Il 27 marzo 1917, venti giorni prima della partenza di Lenin, aveva lasciato New York la motonave Christiana Fiord, con destinazione la Russia e un carico di rivoluzionari.
Ad Halifax (Canada), le autorità canadesi fecero sbarcare sei passeggeri, sospetti di attività sovversive. Tra questi era Leon Bronstein Trockji, giunto negli Stati Uniti il 13 gennaio dello stesso anno.
“Era stato – scrive Roberto De Mattei – lo stesso presidente Wilson a interessarsi perché Trockji potesse ottenere un passaporto americano con il quale intraprendere il viaggio di ritorno in Russia . Trockji fu dunque rilasciato senza difficoltà dalle autorità canadesi, soprattutto quando intervenne l’autorevole raccomandazione del colonnello Edward M. House, conosciuto come l’alter ego del presidente Wilson e noto come figura di spicco dell’establishment finanziario di Wall Street”. [1]
De Mattei ci riferisce dei canali finanziari usati per finanziare i rivoluzionari russi, al fine di distruggere lo zarismo.
“Questi canali, come risulta dai documenti – scrive De Mattei – furono sostanzialmente due: la svedese Nya Banken e la banca tedesca Warburg.
a) La Nya Banken fu fondata nel 1912 dall’ebreo russo Olof Aschberg), col fine di aiutare, attraverso uno strumento finanziario, la Rivoluzione socialista. Ora, fin dall’epoca zarista, Aschberg era legato al gruppo Morgan-Rockefeller, per conto del quale, durante la guerra, negoziò un prestito di cinquanta milioni di dollari alla Russia.
Nel 1918 la Nya Banken cambiò nome e divenne la Svensk Ekonomiebolaget. Aschberg ne mantenne il controllo, ma chiamò a succedergli Marcus Wallenberg. Nel frattempo i bolscevichi si posero il problema della loro organizzazione finanziaria. «Ciò di cui abbiamo bisogno – scrisse Trockji – è un organizzatore come Bernard Baruch». Il Baruch sovietico fu Aschberg, posto a capo della Ruskombank, la banca commerciale sovietica nata con un capitale di dieci milioni di rubli-oro, sottoscritto in gran parte da banche anglo-americane.
Tra i suoi più stretti collaboratori alla Ruskombank, Aschberg nominò Max May, vice-presidente del Guaranty Trust of New York (dei Morgan), uno dei gruppi finanziari portanti di Wall Street.
b) La banca Warburg, fondata ad Amburgo nel 1798, risulta essere l’altro canale del finanziamento tedesco. Ora vale la pena ricordare che mentre il più anziano dei fratelli Warburg, Max, era rimasto ad Amburgo a curare gli interessi della famiglia, i due fratelli più giovani, Paul e Felix, si erano da diversi anni trasferiti negli Stati Uniti, dove avevano sposato le figlie di due noti banchieri dell’establishment. Paul aveva sposato Nina Loeb, figlia di Solomon, Felix Frieda Schiff, figlia di Jacob. Jacob Schiff aveva sposato a sua volta l’altra figlia di Solomon Loeb, Teresa, ed era stato da questi associato alla guida della banca da lui fondata, la Kuhn, Loeb and Co., una delle maggiori degli Stati Uniti. Felix Warburg divenne partner e poi senior partner nella banca del suocero, Paul Warburg fu l’uomo che riformò il sistema finanziario degli Stati Uniti con il Federal Reserve Act, elaborato in una storica riunione di banchieri internazionali a Jekyl Island (Georgia) nel 1910, e presentato al Congresso dal presidente Wilson nel 1913.
I Warburg americani e tedeschi conservavano naturalmente stretti contatti, tanto che il maggior prestito concesso dagli Stati Uniti alla Germania, nel settembre 1914, fu negoziato dalla banca Kuhn, Loeb and Co., che depositò venticinque milioni di marchi sulla propria corrispondente tedesca: la banca Warburg di Amburgo”.[2]
Commenta De Mattei: “È certo che i bolscevichi ricevettero cospicui fondi dai tedeschi, ufficialmente in chiave anti-russa: al fine cioè di accelerare la disgregazione dell’esercito russo attraverso l’apertura di un «fronte interno». È anche certo, però, che i bolscevichi ricevettero fondi da alcuni circoli finanziari americani, ufficialmente in chiave anti-tedesca: al fine cioè di ottenere che i russi continuassero la guerra contro la Germania e che, in tempo di pace, il mercato economico russo fosse sottratto ai tedeschi”.[3]
La sintesi di quanto afferma Mattei è che il mondo finanziario ha tentato e tenta, finanziando A contro B e B contro A, di vincere comunque.
È questa anche la storia dei Rothschild?
Stefano Cingolani, su Il Foglio del 2023, scrive: “Molto si sa su come è nata la fortuna di famiglia. Il nome trae origine dalla casa dove abitava in Judengasse, il vicolo ebraico (“zum Roten Schild”, allo scudo rosso). In Germania il capostipite Amschel Moses prestava quattrini al principe dell’Assia che si rifaceva affittando i suoi soldati a vari corti europee, suo figlio Mayer Amschel creò una banca e mise i cinque eredi maschi a capo di filiali nelle maggiori capitali europee. A Londra Nathan finanziò Wellington contro Napoleone, mentre a Parigi Jakob poi chiamato James puntava sulla Restaurazione, a Vienna Salomon sostenevano gli Asburgo, a Napoli Carl Mayer foraggiava i Borboni”.
Lo stare da tutte le parti con indifferenza non sempre paga. I Rothschild hanno avuto momenti anche difficili e drammatici.
Stefano Cingolani, nello stesso articolo su Il Foglio, riferisce di un misterioso suicidio che forse suicidio non era.
“ Facciamo allora un salto nel tempo – scrive Cingolani – , all’8 luglio 1996, e nello spazio, nel cuore di Parigi. Lì, nella suite dell’hotel Bristol, una cameriera scopre nel tardo pomeriggio il corpo di un ospite abituale e di tutto riguardo: Amschel Mayor James Rothschild. A 41 anni, alto, atletico, ancora correva in Formula 3 e si lanciava con il suo biplano in picchiate mozzafiato. Erede designato del ramo britannico, aveva sposato la bella Anita della famiglia Guinness (i re irlandesi della birra); viveva nella grande fattoria di Rushbrooke nel Suffolk e in apparenza non aveva nessuna ragione per togliersi la vita. Tanto che i primi a porsi sospettose domande sono i poliziotti parigini accorsi attorno alle 19.30. Steso sul pavimento della sala da bagno c’è il cadavere di Amschel, con la cintura dell’accappatoio attorno al collo, attaccata, dal lato opposto, a un reggi-asciugamani. Un agente dà uno strattone e l’anello si stacca dal muro. “Come diavolo si fa a strangolarsi con un accrocco del genere?”, si chiede. Gli investigatori cercano una lettera, una nota, un biglietto. Nulla”.
Non è detto che di fronte al tentativo di superamento della linea rossa vera Mosca risponda con la guerra nucleare. Forse Putin ha letto l’Odissea.
Ulisse a Polifemo (in greco antico: Πολύφημος, Polýphēmos, letteralmente “che parla molto, chiacchierone” oppure “molto conosciuto”), disse di chiamarsi Nessuno.
Quando i ciclopi chiesero a Polifemo chi lo aveva accecato, lui rispose: “Nessuno”.
E se Putin facesse come Ulisse?
[1] https://alleanzacattolica.org/rivoluzione-dottobre-e-supercapitalismo/
[2] https://alleanzacattolica.org/rivoluzione-dottobre-e-supercapitalismo/
[3] https://alleanzacattolica.org/rivoluzione-dottobre-e-supercapitalismo/





