
di Giorgio Cattaneo
Toh, un nandù. Come si vede, è tridattilo: quindi non è uno struzzo. Dove sta il problema? Nella data del dipinto: di molto antecedente, rispetto alla scoperta (ufficiale) dell’America, da parte degli europei. E poi, comunque, la stessa parola – scoperta – suona umoristica: l’antichità mediterranea è piena di tracce inequivocabilmente americane. Ebbene, spiega Riccardo Magnani: le prove delle conoscenze d’oltreoceano nell’Italia rinascimentale “precolombiana” abbondano anche a Palazzo Besta, che sorge a Teglio in Valtellina (Sondrio). Tracce che risalgono al periodo in cui su quell’area alpina lombarda regnavano i milanesi Sforza, alleati dei Medici di Firenze e amici dei nativi americani: popolazioni amerinde, che quelle due signorie italiane conoscevano e frequentavano.
Sforza e Medici, con le loro inconfessabili consuetudini americane, preoccupavano i sovrani iberici, i maggiorenti tedeschi e il supremo regista del dominio conquistatore e oppressore: il Vaticano. Faceva paura persino Palazzo Besta, con la sua fauna sudamericana e l’imbarazzante planisfero includente pure l’Antartide (per giunta verde, senza ghiacci) realizzato prima dei viaggi di Vespucci e Magellano. Indizi imbarazzanti, al punto da indurre l’imperatore Carlo V, nipote dei re cattolici spagnoli, a spingersi fino in Valtellina per far “sistemare” alcuni dettagli compromettenti di Palazzo Besta. Il capo del Sacro Romano Impero avrebbe organizzato un vero e proprio depistaggio, destinato ai posteri, per allontanare per sempre Teglio dall’America.
Nel bel reportage realizzato da Byoblu sulle “conoscenze segrete del Rinascimento”, vengono esplorati anche il fiorentino Palazzo Medici Riccardi e il piemontese Castello della Manta, tra Saluzzo e Cuneo. L’autore del filmato, Michele Crudelini, sintetizza: sembra proprio che le antiche mappe rinascimentali fossero ispirate a carte nautiche antichissime, risalenti ai Minoici e ai Fenici. Già allora, navigando a vela e a remi, le coste americane dovevano essere familiari alle potenze mediterranee. E che fine fecero, quelle preziosissime mappe? Sicuramente furono raccolte e custodite a lungo nella Biblioteca di Alessandria.
Quelle che sopravvissero al disastroso incendio alessandrino ricomparvero a Costantinopoli. Ma dopo la quarta crociata sparirono di nuovo, per poi riaffiorare nelle corti cattoliche secoli dopo, quando ormai l’esistenza dell’America era stata ampiamente ufficializzata e il continente americano era stato devastato e saccheggiato dalle potenze cristiane. Pulizia etnica, genocidio e razzia: tutto questo grazie a un peccato originale, la falsa “scoperta dell’America” che spezzò il filo che univa Firenze e Milano ai regnanti andini e messicani. Ecco perché erano così imbarazzanti, in Italia, le tracce “precolombiane” del Nuovo Mondo. E il fatto che lo siano ancora oggi la dice lunga, sulla perdurante influenza di un certo potere (e sulla nostra condizione di sudditi, a cui è possibile raccontare fiabe destinate a durare all’infinito).
Il reportage di Crudelini:





